Retrospettiva Sam Peckinpah

Teo Lorini



Nella Locarno torrida di questi giorni (ma proprio mentre scriviamo una tempesta liberatoria pare addensarsi sulla città del Pardo) capita di cercare refrigerio nell’accogliente Ex-Rex. Il quale, oltre ad essere un meraviglioso cinema storico, con le sue elegantissime, anche se qua e là ormai un po’ rappezzate, poltrone in pelle bianca, è tradizionalmente la sede che ospita le retrospettive, da sempre uno dei momenti più appassionanti del Festival (in un’altra estate incandescente, il 2003, si trascorsero qui interi pomeriggi ad ammirare le pellicole che la Direttrice Irene Bignardi aveva raccolto per celebrare in una rassegna indimenticabile il rapporto fra Cinema e Jazz).

Quest’anno Locarno si appaia (si appoggia?) al lavoro della Cinémathèque di Losanna che a fine agosto presenterà l’integrale di Sam Peckinpah. E così accade di (ri)vedere nell’imponenza del grande schermo quel Mucchio selvaggio che si contende con Pat Garrett & Billy the Kid il titolo di capolavoro del Maestro californiano.
Introducendolo, Paul Seydor, critico e studioso dell’opera di Peckinpah, ha detto che il film, uscito nel 1969, si appresta a diventare "50 years young" ed è innegabile che, anche a distanza di mezzo secolo, The Wild Bunch resti un’opera di una modernità sconvolgente e di un’influenza immensa sul cinema a seguire.
Non è questa la sede per aggiungere qualcosa (compito peraltro assai arduo) alla mole di analisi che nel tempo sono state dedicate a questa meravigliosa elegia di un’epoca e di un’etica; meglio invece segnalare il bel documentario, seguito alla proiezione, e firmato dallo stesso Seydor e da Nick Redman.
The Wild Bunch: An Album in Montage presenta moltissimo materiale (foto, riprese, interviste, dichiarazioni) dal set. Molte, come è prevedibile, le notizie suggestive. Ad esempio scopriamo che la scena del ponte distrutto con la dinamite fu l’ultima sequenza ad essere girata per evitare che eventuali infortuni mettessero in forse il progetto, o che il coordinatore degli stunt e delle esplosioni, a riprese concluse, dichiarò “Ho appena dipinto un Rembrandt. Non mi capiterà mai più un’occasione come questa”. La sequenza più ardua fu però quella finale che prese quasi venti giorni e nel gergo della troupe divenne “la scena del portico di sangue”. A renderla ancora più complessa non furono (solo) le coreografie delle sparatorie o le innumerevoli riprese che la compongono, ma la carenza di costumi. Le uniformi color crema indossate dai messicani erano “solo” 350 e la gran quantità di sangue finto (ma indelebile quanto quello vero) che veniva sparso in ciascun ciak mise in grave crisi i costumisti.
Il momento più toccante di tutto il documentario è però una dichiarazione della figlia del regista, la quale racconta che, per dar vita e spessore al personaggio di Pike Bishop, William Holden si ispirò proprio a Peckinpah, studiandone mimica ed espressioni con tanta cura da renderle difficile riguardare The Wild Bunch perché “ogni volta è come rivedere mio padre”.


La retrospettiva comprende anche i lavori firmati da Peckinpah per la televisione americana, puntate di telefilm da lui dirette, sceneggiature sottrategli dagli studios e affidate ad altri registi (è il caso di Cincinnati Kid, diretto nel 1965 da Norman Jewison).
Tra gli appuntamenti da non perdere, spicca, domani pomeriggio, Pat Garrett & Billy the Kid (1973), il film per cui Bob Dylan (che vi recita - maluccio - nel ruolo di Alias, nome che delizia i dylaniani di ogni ordine e grado) compose la colonna sonora, nella quale apparve per la prima volta una canzone destinata a ritagliarsi una certa qual fama: Knockin’ on Heaven’s Door.








pubblicato da t.lorini nella rubrica cinema il 8 agosto 2015