In questo gigantesco tritacarne

Enrico Gullo



Quattro poesie e una traduzione da T.S. Eliot. Con una premessa di Bernardo Pacini.

David LaChapelle, Museum, 2007. © David LaChapelle.


Se è vero che la breve silloge di Enrico Gullo (classe ’90) è un esordio in poesia, è altrettanto vero che tale può essere solo sulla carta, e non in altri termini: questi testi non indulgono ai sentimentalismi lirici incontrollati caratteristici di alcune opere prime, né cadono nella trappola del più inconcludente e fasullo minimalismo stilistico o, all’opposto, dell’imbarazzante e presuntuosa sovraesposizione della forma al contenuto, e viceversa; anzi, percorrendo liberamente l’una e l’altra strada, il poeta corre un rischio, ma riesce, almeno in questa fase della scrittura, ad assicurarsi una licenza che trova giustificazione in se stessa e, quando ciò non bastasse, nell’attendibilità della ricerca filosofica e nella padronanza del lessico e degli strumenti tecnici della scrittura.
La tendenza di Gullo alla metapoesia ossessiva e all’auto(psico-)analisi di matrice strutturalista non è un punto d’arrivo, ma spazio teorico e pratico per la costruzione e decostruzione di un’“opera aperta” (che però aperta non è o non riesce a essere); in sostanza, queste poesie sono l’agorà per una disperata autocritica che tenti di gettare, se possibile, la riflessione poetica di là dai bastioni del significante, degli enunciati e della semiosi, verso lo spazio che sta “fuori” dal linguaggio, dove risuona l’“eco indistinta di tregenda” dei tartari del sogno di Eliot (di cui viene proposta dall’autore una traduzione in coda alla silloge).
Questo procedimento intellettualizzante è un’arma a doppio taglio: da un lato, permette l’organizzazione consapevole e felicemente distaccata del materiale pre-letterario, dall’altro rischia di generare una poesia schiacciata sulla funzione referenziale. L’io antilirico, così compulsivamente chiamato in causa, è sì reintrodotto come soggetto attivo nel campo della poesia, ma ridotto a occorrenza testuale, a elemento anaforico, file di esecuzione (.exe): reiterato e presente “politicamente” fino all’esaurimento della consistenza fisica, tramite una sorta di sanguinosa reductio ad absurdum linguistica. Allo stesso modo, la metrica − destrutturata eppure capace di scandire il ritmo per ipnosi − diventa ora meccanico ideologema, ora estremo tentativo di “redenzione” della poesia.
Tra bilanciamenti e tradimenti, tentativi di sperimentazione e ammissioni di colpa, ironia e citazioni (Sanguineti, Pavese, Montale, Eliot, Zanzotto, Pasolini, Eco, Borges, tutti pressati in “questo gigantesco tritacarne”) Gullo, tramite la poesia, sembra interrogare i limiti dell’esperienza e della scrittura poetica medesima, e indagarne le facoltà taumaturgiche e conoscitive, ora irridendole, ora mendicandole, secondo l’operazione metodologicamente discontinua di chi, per ipotesi, si trovi− da tempo immemore e senza motivo apparente − a posare passo passo, con rigore, le pietre di un sentiero di cui non pare ricordare l’inizio, né conoscere la destinazione.

Bernardo Pacini





che versi, prose, ritmi e consonanze,
che rumori di fondo, interferenze,
che tunnel sotterranei ed ampie danze
si danno di semiosi e conferenze?

σῆμα sempre prodotto e conseguenze
torco, deludo e serro in alleanze;
tema non trovo e non ho competenze,
ma spazi e corpi e termini-distanze:

s’inarca sempre il senso su di un vuoto
necessario, ma polo a polo stringe
i corpi biotecnologi vaganti;

svanitevi, di là di ciò che finge,
scomparsi voi, schiudete adesso il noto:
sparite, vesti dei significanti.


****


Io (sottoscritto):

  • conscio della dittatura dell’inconscio;
  • nel tentativo di sottrarmi
    alla pulsione o non ritrarmi;
    (I-O); vivo;
  • certo in qual maniera
    di una qualche indivisione
    (che chirurgica incisione
    sarebbe farmi privo
    del biopsichico mio strozzato rivo);

io, biopsichico, parlante;
io, parole (ma performante);
io, franto, ricomposto,
io, iota sottoscritto,
io, sangue, sperma, merda, je est un autre,
je c’est moi, je che lo scrivo; mo’ lo eseguo:

C:\Utenti\IO\IO.exe

io: testo, documento, opera aperta;
io, forma che significa e significa
se stessa: io nella mia testa

DICHIARO, CONTROBOLLO E SOTTOSCRIVO:

  • che questo è il mio enunciato e non è mio;
  • che questo si completa, non con IO;
  • che questo è un IO
    lanciato in un Bazaar, ovvero
    un open source in mezzo alla bagarre;
  • che questa è una premessa e conclusione;
  • che, alla ragione chierico,
    a tentoni, cerco mura e appigli,
    idilli non-idilli, sento
    già sbadigli;
  • che mi assumo questa sua paternità
    (io, abbot of unreason) è mia
    la responsabilità
    qualsiasi cosa faccia la presente:
    testo, schifo, noia all’arma bianca,
    scritto-bomba, esercizio per la mente,
    illepido illibello impenitente.

Io, confessionale agente
performo, anzi eseguo: νοητόν.exe.
Do principio, de-solennemente – e bada
bene, questo λόγος, questa forma
inconsistente, dans la bouche has
still a flavour of mille ans –
al mio discours which wants
no meal, nor bread: δ χρή σε νοει̃ν
– stai ben attento – νόου ἄνϑει.


****


Ho provato a entrare in campi di sperimentazione,
di molte emergenze e positività, col sorriso
degli dei, di chi non sa la morte;
mi sono dato denti e lingua a una produzione alternativa,
di chi dice il potere e lo vede circolare;

e ho abbattuto i mille recinti e tolto le tende berbere
da questa terra desertica
e isolata che copre il mondo intero, grugnendo
due interiezioni e masticando
quattro aggettivi;

con l’idea che le persone andassero e venissero,
che fossimo io e le strutture, e nessun altro;
con l’idea che forse “io” fosse qualcosa,
in questi rapporti di forza da animali;

ho percorso sentieri già interrotti
alla partenza e ho lottato per quelle poche autonomie
possibili, ho tracciato traiettorie di desideri
frustrati e goduti fin dal nascere, consumati
da ghiacci decennali,
in questa terra tre e più volte umida;

ho rimestato tutto in un impasto linguistico e politico
che mi intossica il sistema circolatorio,
ho guardato giù nel baratro di sangue e sperma
col sorriso degli dei, di chi non sa la morte;

ho provato, davvero, a darmi ragione, a bilanciare
le forze e i sopraffatti
col sorriso di chi non sa la morte,
con la vita di chi è giovane in eterno,
ma la morte la conosco già da un pezzo,
e questa singolare unica vita
(che ho lanciato pezzo a pezzo in questo
gigantesco tritacarne)
non voglio lasciarla all’arbitrio di nessuno, nemmeno
per una carezza o qualche bacio,
nemmeno a te, gatto ribelle e impenitente;

questa vita espropriata, fino all’ultimo, la voglio
illudermi di essere la mia;

scusatemi, dunque, tutti quanti,
compagne, compagni, amici tanti,
forse davvero è solo il fatto
che ho sbagliato strada


****


ischemia oppure solo panico
panico disgiungersi col mondo
mondo l’epidermide irritata
non c’è vedi l’enzima
solo quel fondo d’ansia persistente
che si aggrappa agli elettrodi chiedendogli conferme
chiedo conferma in atto disgregante
non c’è ischemia non c’è la soglia
oltrepassata il limite
valicato
è solo quello spazio increspato e tachicardico
nel quale si dispone il tuo linguaggio
linguaggio e boccaggio persistente
nel luogo in cui ho rinchiuso/aperto tutto il dire
nel posto dove articolo le tattiche
nella comoda poltrona di parlante
e associo a mai finir liberamente
concateno categorizzo associo
in contumacia la mia fisiologia
normale regolare oppure frocio
ma manca la troponina è tutto a posto
qualche goccia vedrai che passa tutto
meno caffè niente ischemia non preoccuparti
ciò che ti tiene insieme è fisiologico
disgiungiti col mondo non dal mondo
il mondo è lo spessore di un linguaggio
il mondo è tutto insieme ciò che accade
il mondo è il complesso delle tattiche
il mondo è dal di fuori di ogni origine
il mondo non è un atto fondativo
il trauma non è un fatto esplicativo
la storia non è un fil continuativo
il mondo fa sistema non totale
reggi fisiologia mantieni integra
quest’orda di segmenti eterogenei
si negano si negano in continuo
lo sguardo il gesto l’atto la parola
quante traiettorie già tracciate
non guardare non esiste non sperarlo
non scrivere non ferisce non spararlo
cadono pere marce ma non farlo
rintanati nella tua fisiologia
cadranno pezzo a pezzo poco a poco
finché non sarà finto ogni mio bacio


****

(da T. S. Eliot)

Il vento si alzò alle quattro d’orologio,
il vento si alzò rompendo le campane
che tra la vita oscillavano
e la morte, qui, nel reame
del sogno della morte. Giunge
un’eco indistinta di tregenda:
è un sogno o qualcos’altro
quando lo sciabordìo del fiume nero
s’increspa come lacrime sul volto?
Dall’aldilà del fiume nero ho colto
lo scuotersi di fiamme e lance aliene.
Aliene lance, qui, traverso l’altro fiume
della morte: i cavalieri Tartari le scuotono.








pubblicato da r.gerace nella rubrica poesia il 6 luglio 2015