“Nemesi” di Philip Roth

Sergio Nelli



L’ultimo romanzo di Philip Roth si intitola Nemesi (2010, trad. it. di Norman Gobetti, Einaudi, Torino, 2011) e come il precedente, Indignazione, si concentra su un’annata, là il 1951, qui il 1944. L’evento intorno al quale si sviluppa la narrazione è quello di una gravissima epidemia di polio in un tempo già devastato dalla guerra. Questa malattia che doveva di lì a poco scomparire, tanto più terribile in quanto colpiva in particolar modo i bambini, ebbe una grande diffusione con zone di grande densità del contagio. Di una di queste, Newark, e del quartiere ebraico, parla questo libro raccontando la storia di un giovane americano che allena dei ragazzi in un campo estivo cittadino mentre questi muoiono a grappoli. Virile, sportivo, coraggioso, onesto, bello e forte come un piccolo dio, ancorché occhialuto (il che gli ha evitato il servizio militare), finisce anche lui vittima della malattia, ma in un senso così profondo e ambivalente da fargli covare un’immedicabile vergogna. I fatti sono questi: prima si ritira dal campo di battaglia dopo essere stato coraggiosissimo e va a raggiungere la fidanzata in un altro campo estivo “protetto”; poi, già pieno di sensi di colpa per la sua scelta, porta (forse) la polio in questo spazio; infine, già malato e invalido, si giudica irremovibilmente responsabile, tanto responsabile, come il suo Dio maligno che uccide i bambini, da non aver il diritto di ritornare a una qualunque scintilla di riconciliazione con il mondo.

Ci sono pagine strazianti in questo libro, come quelle che raccontano la rinuncia alla amata fidanzata Marcia, qua e là tocchi che fanno tremare i polsi, e c’è anche un serrato confronto con il dolore in una prospettiva tutta dentro i fatti e la singolarità delle persone..

Noi seguiamo le vicende del giovane Bucky Cantor fino alla dimissione dall’ospedale, quando le guerre sono finite. Qui il romanzo, già ai suoi tre quarti, prende un’altra strada. Siamo nel 1971 e l’incontro casuale con uno dei vecchi ragazzi che Bucky allenava al campo giochi, anch’egli segnato gravemente dalla poliomielite, ci fa capire che è comparso il narratore. E’ lui il ‘noialtri’ che tiene in mano il filo e che, dopo aver riportato il primo focus della vicenda, racconta questo contatto che dà luogo a una frequentazione e a una conoscenza più approfondita dei due.

Cantor dopo la malattia ha rinunciato a molte cose e si è sistemato con la devota e amorosissima nonna fino alla morte di lei. “Era il solo investimento emotivo che potesse fare su una donna”. Mentre il narratore ha trovato una ragione per vivere nel lavoro di architetto, in una moglie, nella famiglia, nei figli. Ma questa è la prima buccia, diciamo così, di ciò che segna una differenza decisiva tra i due.

Il devastante risentimento che ha portato Cantor a separarsi totalmente dalla virilità e sostanzialmente dalla vita, viene in realtà giudicato in ultima istanza severamente dal narratore poliomielitico. Per due ragioni, sembra: una, è che pensare, come pensa Mr Cantor, di essere responsabile di qualcosa ( di essere stato un untore, soprattutto) è un atto di superbia un poco ottuso; l’altra è che bestemmiare un dio che uccide i bambini e vivere la vita con questo senso di un trascendente maligno è un’altra forma di illusione.

Il narratore poliomielitico è ateo. “A volte si è fortunati e a volte non lo si è”, scrive. “Ogni biografia è guidata dal caso e, a partire dal concepimento, il caso è tutto. E’ al caso che ritengo Mr Cantor si riferisse quando vituperava quel che lui chiamava Dio.”

Ma alla fine, via via che i due si incontrano e Cantor parla di sé e del passato, il discorso del narratore diventa qualcosa di meno generale e teorico, più intrusivo, genealogico, psicologico.

“Nessuno è più irrecuperabile – scrive il nostro narratore – di un bravo ragazzo che si è rovinato. Per troppo tempo se n’era stato da solo con il suo senso della realtà […] perché io potessi cancellare la sua interpretazione del terribile evento della sua vita o modificare la sua relazione con esso. Bucky non era un uomo brillante […] né aveva mai preso qualcosa alla leggera. Era fondamentalmente una persona priva di umorismo, piuttosto efficace nell’esprimersi ma senza la minima traccia di arguzia, uno che mai in vita sua aveva parlato in termini satirici o con ironia, che di rado faceva una battuta o parlava in modo faceto; un uomo ossessionato da uno strenuo senso del dovere ma privo di una grande forza d’animo, e che per tutto questo aveva pagato un prezzo molto alto conferendo alla propria storia il più greve dei significati, il quale intensificandosi nel corso del tempo, aveva perniciosamente ingigantito la sua malasorte.”

Così, come si vede, in un romanzo tutto fatti e America 1944, Roth riesce a imbastire un punto cruciale fino a comprendere alla perfezione il tema dell’accettazione del dolore dell’esistenza. Non si può fare a meno di accettare il male e la sua casualità perché il contrario è peggio. Cerchi pure consolazioni chi ci riesce, ma in ultima istanza la sofferenza si deve tollerare perché il tragico è sempre con noi e ci accompagna.








pubblicato da s.nelli nella rubrica libri il 11 ottobre 2012