Muro di casse

Tommaso Ferrara



Muro di casse è un libro che davvero non ti aspetti. In una forma romanzesca racconta l’età dell’oro dei free party, qualcosa che sembra appartenere al passato. Credi che questo romanzo possa contribuire a ripristinare ciò che è andato perduto?

Quello dell’‘era meglio prima’ è un leitmotiv che accompagna da sempre la crescita, lo sviluppo e il declino della cultura free tekno. È frequente, all’interno delle controculture e delle subculture, la mitizzazione di un’‘epoca d’oro’ in realtà mai facile da definire. Un fatto che dà origine anche a paradossi interessanti: il teknival di Pinerolo del 2007, la più grande festa mai svoltasi nel territorio italiano, aveva luogo mentre già da anni si parlava di ‘morte della free tekno’, di perdita dei valori originari, di sconfinamento nella mercificazione e della degenerazione del rituale dionisiaco che un tempo questi eventi rappresentavano in forme, sebbene sempre sotterranee e atipiche, di consumo.
Lungo tutto l’arco del romanzo i personaggi si chiedono quali siano le ragioni storiche di una mainstreamizzazione, prima, e di una degenerazione, poi; la verità forse è che dopo venticinque anni è normale che le cose cambino – e sovente le cose cambiano in peggio – mentre dall’altro lato, essendo a ogni effetto un flusso, il movimento è sempre stato cangiante, si è sempre ibridato con altre forme, e quindi non si può mai facilmente identificare un ‘inizio’ e una ‘fine’. Anche il famoso festival di Castlemorton del ’92, quando gli Spiral Tribe e altri montarono i ‘muri’ a un grosso happening freak, trasformandolo in un mega rave, che viene normalmente indicato come l’inizio della scena, in realtà lo è solo per dimensioni e convenzioni: già nei due anni precedenti c’erano piccole tribe che organizzavano feste in giro per l’Inghilterra, a volte legando i propri percorsi a quelli del preesistente movimento dei New Age Travellers.
Oggi la free tekno è tornata a essere un fenomeno di nicchia, sono ben lontani gli anni in cui in ogni fine settimana, in ogni regione d’Europa, si poteva trovare un free party, ma ad esempio i festival psytrance, che sono un altro filone della ‘cultura rave’ in senso ampio, vivono una stagione di grande salute, anche musicalmente. Non sono così ingenuo da pensare che un libro possa far tornare indietro il tempo o ripristinare uno spirito e dei valori che appartengono al passato; quello che mi interessa, con Muro di casse – a di là dello scopo principale di un romanzo, che è sempre quello di raccontare delle storie – è fare il punto della situazione, capire meglio cosa sia stata questa cosa così grande e ribollente che ha attraversato l’Europa e le vite di centinaia di migliaia di europei nella nostra epoca, e ribadire con chiarezza che quello che i media e la vulgata hanno sovente rappresentato come marginalità era invece una grande e assai rilevante avanguardia culturale popolare.

Che effetto sta avendo il libro e quale e come è accolto dai “profani”?

Il libro ha ottenuto un immediato riconoscimento all’interno della scena free tekno, il che era prevedibile – anche se non scontato – visto il livello di dettaglio e affetto con cui racconta alcuni momenti chiave di questa cultura, ma sta andando forte a tutti i livelli. Sta vendendo molto, viene letto e discusso ovunque, mi invitano a presentarlo nei luoghi più diversi, il che dimostra che ha ‘rotto’ anche tra i profani. Ciò era il suo obiettivo naturale fin dall’inizio: Muro di casse è un romanzo, e come tale racconta delle storie e un contesto attraverso stile e forma. Non ci deve essere bisogno di conoscere il contesto in cui è ambientato per apprezzarlo – anzi, magari non conoscendolo è pure meglio: ci sono più cose da scoprire per il lettore.

Credi che il mondo della free tekno possa, in qualche modo, rispondere a quella promessa di "comunità" che l’Europa ha assecondato più per l’aspetto fiscale che per quello sociale?

A suo tempo ha costituito, almeno a livello simbolico, proprio una simile risposta. Un movimento transnazionale, autoorganizzato, pacifico, intimamente europeo, assolutamente contemporaneo nelle modalità e nel discorso che portava avanti. Il fatto che sia stato lungamente represso, in alcuni casi anche con la violenza, dovrebbe dunque far riflettere, e molto, chiunque si senta, oggi, europeo.

In un saggio sul surrealismo di massa, Franco Fortini cita un verso di Eluard, il quale scrive, riguardo al surrealismo: In segreto ti mostra com’ è senza di te il mondo. Credi che la forza del free party sia meramente di natura distruttiva, di esclusione dal mondo, o che possa invece ricostruire là dove distrugge? Quand’ è che al solo desiderio di evasione, di divertimento si contrappone invece la ricerca di una vera e propria rinascita (come dice Iacopo nel tuo libro)?

In un’intervista al Lavoro culturale mi è stato chiesto quale sia stata l’‘eredità storica’ della free tekno. Difficile dire. Sicuramente oggi la techno ha vinto, alle feste universitarie ci sono soundsystem invece che complessini, troviamo tracce techno nelle colonne sonore dei film, in pubblicità, finanche nei corsi di spinning delle palestre. Ma dall’altro lato il movimento ha perduto negli anni la sua carica sovversiva, tutto quel discorso di messa in discussione radicale degli spazi, della tecnologia, della società dello spettacolo, dei tempi del divertimento e della mercificazione del medesimo, che portava con sé. Alla fine ho concluso che forse l’eredità storica più rilevante è l’attuale, forte riscoperta, in ambito medico, accademico, culturale, degli psichedelici: se ciò è avvenuto, è stato perché Internet ha messo a disposizione di tutti informazioni oggettive su temi che, essendo tabù, venivano trattati in modo distorto dai media, ma anche perché una controcultura underground come quella dei rave ha raccolto determinate pratiche dagli anni ’60 e ne ha permesso la conservazione riproponendole in un contesto nuovo e nuovamente carico di senso.

Ogni personaggio del tuo libro racconta il mondo della tekno attraverso l’ esperienza diretta. Quanto è importante integrare tale esperienza alla lettura di “Muro di casse” per avere la possibilità di comprendere l’entità del fenomeno?

Muro di casse è nato come romanzo proprio perché intende parlare a chiunque, e dare quindi il polso del fenomeno anche a chi non l’avesse esperito. Esistono, soprattutto in Francia, buoni saggi analitici sulla free tekno, alcuni anche di entità considerevole – penso ad esempio a Free party, un’histoire, des histoires di Guillaume Kosmicki, 700 pagine di dati precisissimi sulla scena francese tra il ’97 e il 2007 – che sono ottimi strumenti di studio per chi conosce già la cosa, ma poco utili a capire per chi invece non l’ha mai vissuta. Non solo il romanzo può contenere il saggio – mentre non vale il contrario – ma il romanzo ha anche un potenziale di rappresentazione impensabile per altre forme. A questo si aggiunge un altro dato, di cui ho avuto consapevolezza quando ho cominciato a lavorare a questo libro. Cercare di essere analitici e onnicomprensivi sarebbe stato, oltre che poco utile, anche impossibile: le feste, in questi venticinque anni, sono state decine di migliaia in tutta Europa, con centinaia e centinaia di tribe, crew, gruppi e gruppetti organizzatori. Serviva piuttosto una campionatura, da farsi con gli strumenti della letteratura, così che da alcune, specifiche, parti potesse emergere il senso e la forma del tutto.

Molti accuserebbero i tuoi personaggi di essere dei “debosciati”, dei “fannulloni”. Ma la vita da raver sembra tutt’ altro che rilassante, per niente all’ insegna della comodità. Del resto non è facile riuscire a spostare un muro.

Un dato interessante della cultura rave è il fatto che – a differenza di altre subculture giovanili dove c’è solo il ‘dentro’ e il ‘fuori’, l’appartenenza o la non appartenenza, e anche in virtù del fatto che il rave andava e va a incunearsi nel mondo del loisir offrendo un’alternativa indiscutibilmente più gravida di significati, libertà espressiva e bellezza di qualunque locale notturno – esistono vari gradi di coinvolgimento, che infatti sono rappresentati dai tre personaggi di Muro di casse. Iacopo, il semplice frequentatore; Cleo, l’intellettuale di movimento, che ha partecipato all’organizzazione di feste ma venendo da un percorso più specificamente politico; Viridiana, che ha fatto della free tekno uno stile di vita. È chiaro che in quest’ultimo caso – mi riferisco ovviamente anche al periodo in cui vi era una massa significativa di tribe che giravano il territorio europeo organizzando feste, in una vera e propria rete e microeconomia nomade – la vita del raver era assolutamente impegnativa, ancorché libera.

Visto che in “Muro di casse” ricorre il concetto di “utopia”, ragionando negli stessi termini, credi che la free tekno avrebbe ancora qualcosa da offrire qualora ne venisse dichiarata la legalità

Come scrivo nell’articolo Il teknival in dieci discipline, che all’interno di Muro di casse viene attribuito alla stessa Cleo, l’utopia rave è assolutamente temporanea. È come se l’Era dell’Acquario degli hippie si fosse fusa col No future del punk: il risultato è la creazione di bolle utopiche temporanee, al di fuori di una più vasta aspirazione rivoluzionaria – anzi, nella piena consapevolezza dell’impossibilità di una rivoluzione. Il movimento rave parte disincantato. Non è un caso se il saggio T.A.Z. di Hakim Bey, dedicato alle zone temporaneamente autonome, sia diventato da subito uno dei suoi manifesti.
Circa il rapporto tra illegalità e ‘purezza’, il discorso è complesso. In Italia, ad esempio, non è neanche corretto dire che i rave sono ‘illegali’: non c’è nessuna legge che li vieta specificamente; si tratta più di un complesso di piccoli illeciti – l’occupazione di un terreno, la somministrazione di alcolici senza autorizzazione, la trasmissione di musica senza siae... – ma è pur vero che la free tekno nasce e si identifica all’interno di categorie radicali, nelle quali l’azione politica è rappresentata dalla festa stessa e dalle sue modalità di attuazione, in un contesto di riappropriazione e autogestione estreme. Nel momento in cui le tribe vanno a fare serate a pagamento nei locali, è chiaro che lo spirito originario e la valenza controculturale del fenomeno sono belli che andati. Diversa sarebbe invece una condizione di tolleranza generica per il movimento: in Repubblica Ceca, dove, dopo la terribile azione poliziesca al teknival del 2005, l’opinione pubblica si è schierata apertamente pro-rave, oggi non c’è grossa repressione contro i free party, e ciò ha portato a una permanenza e prolungata fioritura della scena senza per questo farle perdere i tratti originari.

Nei Destini generali Guido Mazzoni racconta di come la società odierna persegua la via della tragedia, poiché condannata da un anelito puro e autoreferenziale. Da qui prende le mosse l’insoddisfazione dilagante che contraddistingue il nostro secolo. Credi che la festa sia in grado, anche solo per poche ore, di risolvere tale condizione umana?

A una delle prime presentazioni della collana Solaris, la direttrice editoriale di Laterza Anna Gialluca parlava di Muro di casse come di una sorta di sponda rispetto agli altri tre libri con cui si è aperta la serie: tanto I destini generali di Mazzoni quanto Stato di minorità di Giglioli che Sottofondo italiano di Falco, sono libri che hanno fortemente a che fare con la questione dell’impossibilità dell’agire politico. Una generazione come la mia, che si è vista repressa violentissimamente anche quando, come nel caso di Genova, rivendicava, di fatto, blande riforme socialdemocratiche (la tobin tax, la tassa sulle rendite finanziarie, tra i manifesti degli antagonisti di allora, è stata poi attuata da politici non certo appartenenti all’estrema sinistra) ha imparato molto presto che non c’era, semplicemente, alcuno spazio reale di agibilità politica. Il movimento free tekno è stata la prima controcultura giovanile che, sia pure in modo distorto, edonistico, post-ideologico (benché sinceramente anarchico e libertario), è partita proprio da una riappropriazione, che può ben dirsi politica, dei mezzi di produzione artistica (la tecnologia digitale che nello stesso periodo arrivava a investire le vite di tutti), degli spazi lasciati fuori dall’industria novecentesca e dei tempi del divertimento. Cleo, il secondo personaggio incontrato dalla voce narrante in Muro di casse, rappresenta anche lo stupore di chi, venendo da una politica di movimento ancora in parte legata a vecchie e sempre meno efficaci modalità d’azione, si trovò a dover fare i conti con questa ‘cosa nuova’, che aveva tutti i tratti che mancavano ormai alla politica antagonista, ma li declinava in una direzione imprevista, e lo fa con queste parole:

...era impossibile, se avevi sete di cose fresche, di cose potenti, non abbracciare subito quel discorso nuovo, anzi il fatto è che noi, io almeno, ero a caccia disperata del discorso nuovo, eravamo cresciuti nei collettivi dei licei, avevamo fatto politica, volevamo far politica, volevamo farla in modo diverso, stavamo intrippati con Deleuze e Guattari, cioè io ci stavo: lo cercavo davvero, l’approccio rizomatico alla politica... Cazzo sto dicendo, mi dirai, e invece a un certo punto bam arrivano questi, una cosa mai vista, completamente avanzata, avevano tutto quello che cercavamo, anche se declinato in modo bizzarro e distorto: energia, autonomia, immaginario, radicalità, antagonismo, internazionalismo, capacità di coinvolgimento, antielitarisimo (ma senza rinunciare alla complessità), identità (ma meticcia e permeabile), una musica che spaccava il culo e fomentava la gente, e poi un approccio nuovo rispetto agli spazi (che in Italia si ricollegava in modo perfetto a tutto il discorso aperto dagli spazi occupati e autogestiti), alla questione del loisir, sì insomma, il tempo libero, rispetto a quello che in buona sostanza eravamo, gente in un limbo potenzialmente lunghissimo che quindi definiva se stessa in base a cosa faceva in questo cazzo di tempo libero, e finalmente ne arrivava una declinazione che era anche azione politica e cultura condivisa e fuoriuscita dai vecchi parametri...








pubblicato da s.nelli nella rubrica libri il 27 giugno 2015