La solitudine dell’imprenditore

Romolo Bugaro





Nella foto, le bandiere a mezz’asta nell’azienda di macchinari agricoli Maschio a Cadoneghe. Dal sito del Mattino di Padova.


Per molti imprenditori, soprattutto veneti, soprattutto “di prima generazione”, l’azienda è come una creatura. Tutte le forze, tutte le energie sono dedicate a lei. Niente vacanze. Niente svaghi. Anche figli e famiglia restano sullo sfondo. Il lavoro impegna dodici, quattordici ore al giorno, sette giorni su sette. La maggior parte di questi uomini si sono fatti da sé, a prezzo di grandi sacrifici. Hanno cominciato a lavorare a dodici, a quattordici anni, spezzandosi la schiena. Tenacia, fiuto per gli affari, disponibilità al sacrificio e una certa quota di spregiudicatezza li hanno portati lontano. Spesso vengono trattati con sufficienza, con disprezzo. Dipinti come campioni di grettezza, di avidità. In realtà denaro e ricchezza sono poco rilevanti per loro. Sono sensibili al successo economico solamente in quanto marcatore del successo imprenditoriale. Ciò che li interessa davvero è muovere le cose ed essere al centro di questo movimento. La voglia – quasi il bisogno – di costruire occasioni, attivare processi, prendere decisioni. È una sorta di accelerazione continua, disconnessa da qualsiasi obiettivo finale, nella quale tuttavia risiede il senso profondo dell’impegno.

Non so dire se Egidio Maschio facesse parte di questa categoria di imprenditori, così diffusa nella nostra regione. Di certo era un uomo che, nel corso della propria vita, aveva saputo costruire un impero. Un’azienda dal fatturato importantissimo, con migliaia di dipendenti e filiali in tutto il mondo. Un fiore all’occhiello del territorio. Eppure la conclusione di questo percorso è stata un gesto estremo, insondabile, che ha lasciato tutti sbalorditi.

Nessuno può sapere cosa ci sia nel cuore di un uomo, un istante prima di andare incontro alla propria fine. Si può soltanto chinare il capo davanti all’assoluta radicalità di una simile scelta e al dolore dei familiari. Tuttavia Egidio Maschio è l’ennesimo nome di una lunga lista. Decine di imprenditori piccoli e grandi, che negli ultimi anni hanno imboccato la stessa strada. Molti, è cosa nota, sono stati stroncati dalla crisi. Un vento partito da lontano, che ha spazzato l’intero Occidente. Revoche di fidi, decreti ingiuntivi, cartelle esattoriali. L’orrore e la vergogna di non poter pagare gli stipendi, i fornitori. La fatica del combattimento quotidiano, ininterrotto, contro le scadenze, gli arretrati, la realtà stessa. In altri casi la rottura dell’equilibrio si è consumata in modo più lento, più silenzioso, ma comunque micidiale. L’indebitamento bancario che sale lentamente, magari favorito (in anni diversi da questi) dalle stesse banche, fino a raggiungere volumi elevatissimi. Poi il cambio di politica di uno o più istituti, che decidono di ridurre l’esposizione. L’ingresso nel consiglio di amministrazione della società di manager imposti dai creditori. E, come effetto finale di tutto questo, l’azzeramento del potere reale dell’imprenditore, la demolizione della sua centralità in azienda, cioè nel luogo che proprio lui aveva costruito dal nulla e al quale aveva dedicato ogni singolo giorno della vita. Anche questo è parte della storia dell’industria italiana e veneta. Una parte importante.

Ogni giorno molti uomini d’impresa, per una lunga serie di ragioni, vengono separati dalla loro azienda, dalla loro creatura. E questa separazione, per alcuni di loro – i più risoluti, i più indifesi – può risultare insopportabile.


Romolo Bugaro ha pubblicato di recente Effetto domino, un romanzo su imprenditori e fallimenti, fidi bancari e edilizia, debiti e suicidi. Questo articolo è apparso sul “Corriere della sera – Corriere del Veneto” il 25 giugno 2015.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica dal vivo il 26 giugno 2015