La terra bianca

un’inchiesta in prima persona di Giulio Milani



Le pagine che seguono sono tratte da La terra bianca. Marmo, chimica e altri disastri di Giulio Milani, da poco uscito per Laterza. Qui potete ascoltare una sua recente intervista a Fahrenheit di RadioTre. Nella foto, il monte Bettogli a Carrara.


L’Assemblea che aveva conosciuto Palagi si era battuta per la salute della popolazione, ma anche, e dall’inizio, per quella degli operai a contatto con gli agenti tossici. Si era costituita per la confluenza di diversi comitati già attivi contro la Farmoplant e contro la Rumianca, tra i quali il gruppo locale di Medicina democratica – Movimento di lotta per la salute, fondato dal professor Giulio Maccacaro, ex partigiano, figura dai grandi meriti sociali e scientifici, che per primo si preoccupò di fare informazione tra i lavoratori sui rischi per la salute legati alle produzioni. I primi comitati nacquero presso la Montedison di Castellanza tra il 1972 e il 1975. Attraverso indagini conoscitive interne ed esterne allo stabilimento e nuove metodologie di intervento, gli operai di questo impianto chimico e di altre fabbriche dell’indotto si unirono nel rifiuto di monetizzare i rischi e le nocività nei luoghi di lavoro così come nel territorio, autorganizzando la loro formazione per non delegare ai tecnici il controllo sulla propria salute e sugli standard di sicurezza: ne nacque un modello, il Centro per la salute “Maccacaro” che, lavorando nei campi della prevenzione dei rischi e delle nocività, della bonifica dei cicli produttivi e dell’ambiente inquinato, fu esportato in tutto il paese, con la partecipazione di migliaia di lavoratrici e di lavoratori appartenenti alle piccole, medie e grandi fabbriche italiane, nonché a settori dei servizi, dalle banche agli ospedali. Maccacaro, che dopo la guerra aveva lavorato come ricercatore universitario a Cambridge e a Londra, aveva importato l’epidemiologia in Italia – ossia gli studi statistici sulle malattie –, applicata soprattutto alle cause ambientali e lavorative; inoltre aveva definito saldi principi sulla sperimentazione clinica (“per l’uomo e con l’uomo, e non sull’uomo”), stabilendo quali dovessero essere i diritti del malato – in particolare, quelli del bambino: il suo influsso, spesso accostato a quello di Franco Basaglia nel campo della salute mentale, fu così importante da avere un ruolo nella formazione del medico e nella costruzione legislativa della riforma sanitaria proposta nel 1977.

La Montecatini costituiva invece, dalla fondazione, il prototipo dell’impresa “canaglia”: già nel corso del ventennio fascista produceva fosgene, iprite e altri gas vietati dalla Conferenza di Washington del 1922 e dal Protocollo di Ginevra del 1925. La presiedeva, subentrato al padre nel 1918, il livornese Guido Donegani, amministratore delegato sin dal 1910, che aderì al fascismo degli esordi e ne divenne senatore, stringendo un patto per lo sviluppo della chimica e per il sostegno del regime. Alla fine degli anni Trenta l’azienda contava circa cinquantamila dipendenti, con attività che si estendevano dal settore minerario (marmo, pirite, zolfo) al settore metallurgico (alluminio, piombo, zinco), dall’industria farmaceutica ai coloranti, dagli esplosivi alle fibre sintetiche, dalle materie plastiche ai fertilizzanti. Possedeva inoltre diverse centrali elettriche e una rete di elettrodotti. Dopo la guerra, Donegani fu arrestato e accusato di collaborazionismo, ma riuscì a evitare la condanna. Morì nel ’47, ma la Stimmung della sua azienda gli succedette indenne. Dopo aver sviluppato il settore degli idrocarburi e del petrolchimico, infatti, nel 1960 la Montecatini proseguì la sua alleanza – che risaliva al 1931, ai tempi dell’acquisizione dell’Acna di Cengio (dove furono prodotti i gas tossici adoperati dal regime in Eritrea) –, con quanto restava della tedesca IG Farben, un famigerato raggruppamento di imprese che nel 1941 aveva costruito ad Auschwitz la più grande industria chimica dell’epoca, utilizzando la manodopera del vicino campo di concentramento per la produzione di petrolio sintetico e di gomma, e da lì implicata nella produzione dello Zyklon B, il gas asfissiante impiegato per lo sterminio: alleate sin dal tempo delle dittature, le due redivive perseguivano l’obiettivo di porre mano all’industrializzazione nel Sud d’Italia, sfruttando i finanziamenti della Cassa del Mezzogiorno per rimettere in sesto i loro traballanti conti.

Nello stesso momento, al Nord, la coscienza del legame tra lavoro e malattia stava maturando anche nella classe operaia – come era accaduto proprio all’Acna, dove sin dal 1940 i contadini avevano denunciato l’azienda per l’inquinamento dei loro terreni e delle acque del fiume Bormida, condotto alla morte biologica. Nelle lotte dei lavoratori, falciati dal tumore alla vescica, cresceva il rifiuto di barattare la propria vita con un magro salario: la delocalizzazione degli impianti, col sistema delle “gabbie salariali” (in vigore, al suo apice, dal 1954 al 1972) abbatteva il costo del lavoro al punto che un operaio di Marghera costava quattro volte il suo omologo a Brindisi. Per questo, nel 1959, la Montecatini aveva inaugurato proprio a Brindisi il primo stabilimento pugliese per la produzione di materie plastiche derivate dal petrolio. L’operazione, fatalmente, si rivelò un disastro. Gli errori progettuali e costruttivi comportarono un aumento dei costi talmente oneroso che finì col travolgere l’intero bilancio aziendale, costringendo la società – coi buoni uffici del suo creditore principale, Mediobanca – a farsi acquisire dal diretto concorrente, Edison, un colosso dell’energia che, in seguito alla nazionalizzazione dell’industria elettrica, aveva deciso di investire, sin dagli anni Cinquanta, nella petrolchimica. Sotto questi auspici nasceva, nel 1966, il gruppo Montedison, e il polo brindisino vi rivestiva un ruolo che ebbe più di una vicenda in comune con quello apuano. Entrambi delocalizzati, sorti col favore degli incentivi statali, gravati da problemi finanziari, tecnici e di sicurezza sin dalla costruzione, i due poli industriali si erano sviluppati nel segno di una soverchieria nei confronti di uno scenario naturale magnifico e di abitanti che, invece, avrebbero dovuto accogliere questo scempio come una sorta di liberazione, poiché erano considerati incapaci di intraprendere un percorso imprenditoriale autonomo.

Così, mentre a Massa ci si avvelenava con l’arsenico e coi pesticidi, a Brindisi ci si intossicava soprattutto col cloruro di vinile monomero, col benzene e le ammine.

[…] Già dal dopoguerra, dunque, la pericolosità e la nocività di determinate lavorazioni e sostanze era perfettamente nota. Medici coscienziosi, anche tra i consulenti delle aziende, avevano svolto ricerche pionieristiche e avevano informato dei risultati tanto la dirigenza che la comunità scientifica. Gli operai, per lo più tenuti all’oscuro, lo apprendevano invece sulla propria pelle, con un percorso ben più lungo e traumatico, spesso circonfuso dal silenzio, accompagnato com’era dall’atteggiamento omertoso, intransigente della fabbrica e dal senso di colpa e di vergogna che una mentalità ancora pagana, un pensiero magico-causale, considerava la disgrazia e la malattia come segni di sfavore divino. Ma anche dopo, quando ormai la verità non poteva più essere manipolata, la maggioranza di quanti lavoravano in queste fabbriche – e con essa, i sindacati – accettò di scambiare, oltre al lavoro, anche la propria salute e quella della comunità circostante, con gli aumenti salariali. “Meglio morire di cancro che di fame”, sarebbe caduta, infine, la secca considerazione, e con essa il congedo dalla dignità – prima che dall’esistenza – di quella parte della classe operaia e della popolazione arresa a un mondo ambiguo e senza alternative.

Così la “signora dei veleni” – nutrice e assassina, come l’immagine mitica suggerisce – somministrava ai propri figli, prima inconsapevoli e poi irretiti in un abbraccio fatto di lusinghe e di minacce, “il pane e la morte”: i “criminali di pace” a capo delle aziende, e i loro “volenterosi carnefici” collocati nella linea di comando, mandavano a morire gli operai come soldati al fronte, li pagavano per morire, mentre i nuovi arruolati accettavano il sacrificio seguendo in conclusione l’esempio di una lunga catena di fratelli e di padri prima di loro – con lo stesso disperato, truce eroismo che ogni mito, ogni culto sanguinario produce.

La nostra epoca, in questo modo, continuava a vivere nel cuore di tenebra di un nichilismo tanto profondo e radicato da risalire a chissà quali cataclismi ancestrali – ma se lo rivendeva per progresso e “benessere” in “tempo di pace”.


Giulio Milani
La terra bianca. Marmo, chimica e altri disastri
collana: «i Robinson / Letture» 2015,
pagine 224, €19,00
«La dimensione del lavoro era totalizzante, una divinità sanguinaria che richiedeva sempre nuove vittime. Come soldati in guerra. Nient’altro che sacrificabili soldati in guerra che dovevano soltanto badare, ogni giorno, a come riportare a casa la pelle.»

Mattina del 17 luglio del 1988. Esplode il serbatoio di un pesticida altamente nocivo nello stabilimento Montedison del polo industriale al confine tra Massa e Carrara. La stampa nazionale parla di una ‘nuova Seveso’. Venticinque anni più tardi, uno scrittore entra per caso in contatto con un ex operaio e con suo fratello, che all’epoca aveva combattuto per la chiusura della fabbrica. Prende così avvio un’inchiesta molto particolare, scritta in prima persona, fatta di analisi delle fonti, verifica del racconto dei testimoni, momenti di confronto tra generazioni.
Una storia esemplare che spiega perché nel nostro paese si è considerato normale morire di lavoro; accettabile avvelenare l’aria e l’acqua; razionale distruggere un paesaggio e un territorio dalle potenzialità straordinarie.


Giulio Milani ha pubblicato per Baldini & Castoldi il romanzo Gli struggenti e per Transeuropa il romanzo La cartoonizzazione dell’Occidente e il saggio sul romanzesco L’arte della scrittura e della caccia col falcone. Ha curato le antologie di scrittori emergenti I persecutori (con Marco Rovelli) e di esordienti Over-Age. Apocalittici e disappropriati. Ha intervistato lo scrittore Mario Rigoni Stern in Storia di Mario. Mario Rigoni Stern e il suo mondo. Ha scoperto e lanciato gli scrittori Fabio Genovesi, Giuseppe Catozzella, Andrea Tarabbia. In ambito editoriale, è promotore e coordinatore della collana di coedizioni “Indies” di Feltrinelli e dello scaffale di tutela della bibliodiversità con LibrerieCoop.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica emergenza di specie il 25 giugno 2015