Sull’epoca che ha detto addio alla poesia

Franco Arminio



La poesia non ha mai interessato molte persone. Ma adesso è chiaro che interessa pochissimo persino quelli che pensano di farla o di praticarla. Basta dare uno sguardo agli innumerevoli autori che circolano nella rete. È evidente che si pratica la poesia in una sorta di anestesia dalla poesia stessa. Come se oggi l’unica maniera di essere poeti fosse quella di tenersi lontani dalla vertigine che sempre procura il vero esercizio poetico. La circolazione delle poesie in rete o via Mail in realtà è molto pericolosa. Uno ha la sensazione di raggiungere più velocemente gli altri, di emozionarli col proprio dolore e invece non succede niente. Giusto uno sguardo ai tuoi testi e via, perché tutti sono impegnati a mostrare i loro.
La poesia al tempo dell’autismo corale è destinata a circolare senza suscitare domande. Addirittura può capitare di mandare in giro una radiografia che attesta un tumore e la cosa viene scambiata per un semplice biglietto da visita a cui si risponde con un altro biglietto da visita.
Perfino tra i nostri più acclarati ammiratori si nascondono persone che nulla sanno di noi e dei nostri dolori. Pensano di ammirarci perché pensano che siamo ammirati da altri: puro conformismo. Sarà sempre meglio di quelli che ci ignorano o ci disprezzano, ma il risultato è lo stesso: l’interrogazione contenuta nella nostra poesia non riceve risposta.
Forse è sempre stato così: che la risposta alla poesia arriva quando il poeta non c’è più. Si può dire che la poesia è destinata a cadere nel mondo quando chi la scrive è già salito in cielo e siede alla destra del nulla che chiamiamo Dio. E allora questa circolazione apparente della poesia in rete può solo dare ai poeti l’illusione di esserci, di essere immediatamente avvistati, accolti. In realtà la poesia non è mai stata tanto respinta, tanto ignorata, tanto disprezzata. I blog letterari sono una sorta di lager involontario in cui il poeta è il deportato volontario che mostra la sua ciotola vuota e il lettore di passaggio è l’aguzzino che dovrebbe riempirla con il cibo di un commento.
Ovviamente non c’è soluzione per il semplice motivo che non si può proporre un disarmo unilaterale a quei poeti che poeti non sono. Tutti scrivono, per i motivi più vari, compreso quello di non leggere. E la poesia vera ha un batticuore e una fosforescenza che non hanno tempo di raggiungere chi sarebbe disponibile ad accogliere batticuore e fosforescenza per il semplice fatto che in mezzo c’è una selva di falsi scrittori che ostacolano l’incontro tra il vero poeta e il vero lettore. Il vero poeta soffre e il vero lettore è ignaro di ciò che gli è sottratto e si aggira avvilito tra surrogati di poesia.
L’autismo corale è il colpo di grazia alla poesia. La comunicazione pervasiva in cui siamo immersi ci porta a ricevere nello stesso giorno una bella poesia assieme a tanta spazzatura: mail, sms, comunicati sulla bacheca di facebook, telefonate. Per rispondere alla poesia che abbiamo ricevuto dobbiamo schivare tutta la schiuma di questo mare inquinato della comunicazione. La poesia boccheggia come un pesciolino perché immersa nei detersivi pubblicitari, nel risciacquo continuo che ognuno fa del proprio io dentro la rete e fuori, in una sorta di perenne collutorio della psiche che ognuno sputa in faccia agli altri. Così vengono a mischiarsi emozioni delicatissime e vacua logorrea. Così vengono a mischiarsi calibratissimi congegni letterari e semplici eruzioni egotiche. La vittima di tanta confusione, ancora una volta, è il poeta vero, è colui che è abitato dal furore e non dalla semplice gestione socialdemocratica della propria carriera letteraria e della propria esistenza. La poesia deve parlare della forza che hanno le stelle quando esplodono e gli elefanti quando partoriscono e i pipistrelli quando volano e le balene quando nuotano. Deve vedere tutto il dolore dei morti e dei malati, tutte le assurdità che passano per il mondo, il marciapiede su cui camminiamo, la sedia su cui stavo seduto a cinque anni, il letto in cui dormiamo, la tovaglia con cui mi asciugo la faccia, il sudore sotto le ascelle, l’acqua che bevo, le facce che saluto, la rabbia che provo, tutte le delusioni che ho avuto, tutti i paesi che ho visto.
Il poeta, quello vero, è qui per tutto questo e per scrivere la frase che dio non ha scritto. Ora non gli resta che comporre a oltranza sulla pagina il suo dolore. Per ricevere a oltranza segni di indifferenza o di formale vicinanza. Questa è un’epoca che ha deciso di rinunciare alla poesia per il semplice motivo che la poesia è il più grande nemico del binomio produzione-consumo in cui abbiamo calato ogni esistenza, compresa quella del pianeta. La poesia è un tentativo d’intensità e come tale è un tentativo losco in un momento in cui la vita somiglia sempre più ai farmaci omeopatici: sostanza diluita fino all’inesistenza.








pubblicato da s.nelli nella rubrica poesia il 11 gennaio 2011