Ornette in excelsis

Jonny Costantino



Tu vuoi essere pagato per la tua anima.
Rose Coleman al figlio Ornette

Il 16 agosto 2007 ho assistito a un glorioso corpo a corpo. Campo di battaglia: Arena dello Stretto, Reggio Calabria. Al centro dell’arena, matador e toro insieme: Ornette Coleman. Al suo fianco, fidàti: un basso elettrico (Al Mcdowell), una batteria (Denardo Coleman), due contrabbassi (Tony Falanga, Charnett Moffett). Dietro di loro, allora come oggi, le acque dello Ionio si confondono con quelle del Tirreno.

Ornette, colossus pantocratore del jazz che con una sua costola ha formato il free. Funambolico umanizzatore del sax alto, con lui finalmente libero di lamentarsi e frignare come un poppante bramoso di una tetta, prima di lanciarsi in inaudite lallazioni dove la lingua del jazz si rigenera e scopre nuove possibilità articolatorie, sboccianti a loro volta in un canto, in un urlo, in un riso, in un pianto rinnovati. Polistrumentista autodidatta (sax, tromba, violino), la cui voce con gli anni è invecchiata come il miglior vino, guadagnandoci in lirismo e senza perdere un grammo del proprio spirito di sperimentazione e apertura. Visionario architetto e spericolato costruttore di edifici sonori, entrati nei quali ci pervade la sensazione che tutto possa accadere, per opera e virtù di un linguaggio emancipato dalle convenzioni sintattiche da cui prende le mosse, e che finisce per fare a brandelli, un linguaggio in rivolta, una rivolta esplorativa e senza bandiere, che ha aperto un mondo espressivo illimitato (Stou Broomer), dove l’espressività dell’artista è la legge dello strumento e dove non c’è bisogno di cercare il significato dell’espressione, poiché il significato è l’espressione (Giampiero Cane).

Ornette, il James Joyce e l’Ulisse della musica nera.

Così Miles Davis, nella sua autobiografia, racconta l’impatto sulla scena newyorkese della musica di questo texano nero, neanche trentenne, nell’autunno 1959: «…arrivò e rivoluzionò tutta la scena jazz. Arrivò e lo piantò nel culo a tutti quanti. Ben presto diventò impossibile trovare posto a sedere al Five Spot, dove suonava ogni sera con Don Cherry, che si esibiva con una trombetta di plastica da tasca (anche Ornette aveva un sax alto in plastica, credo), Charlie Haden al basso e Billy Higgins alla batteria. Suonavano la loro musica in un modo che tutti chiamavano “free jazz” o “avant-garde” o “the new thing” e via dicendo. Un sacco di gente famosa che prima veniva a sentire me, come Dorothy Kilgallen e Leonard Bernstein (che, mi dissero, una sera saltò su e disse: “Questa è la cosa più grande che sia mai successa al jazz!”), adesso andava ad ascoltare Ornette».

Ma non si pensi che nella vita e nella carriera di Ornette sia stato tutto rose e fiori. A lungo fu considerato solo un velleitario molto stonato con un diavolo per accordo, e fu campione nel suscitare l’idiosincrasia e l’irritazione e la derisione del pubblico. Un caporchestra arrivò a pagare il giovane Coleman perché non suonasse e nel 1949 a Baton Rouge, in Lousiana, quand’era al seguito del cantante blues Clarence Samuel, un gruppetto di energumeni – incattivito da quel barrente sound inoculato illegittimamente nel rhythm & blues dell’orchestrina – lo appostò fuori dal locale per prenderlo a calci e pugni e sfasciargli il sassofono. A Los Angeles, qualche anno dopo, il tenore bebop Dexter Gordon lo scacciò dal palco; il batterista Max Roach, invece, durante un assolo del saxman, preferì andarsene lui, privandolo della sezione ritmica. E anche mentre spezzava in due la storia del jazz, mentre la New York musicale restava a bocca aperta davanti alle sue performance, c’era ancora chi trovava la sua tecnica sbagliata, se non abominevole. Un disastro al cospetto del gotha delle trombe: per Roy Eldridge la sua musica era incomprensibile; Dizzy Gillespie si dimostrò disgustato, e durante un concerto arrivò a piazzarsi con le braccia conserte davanti al quartetto colemaniano, chiedendo se stessero facendo sul serio; Miles, prima di diventare suo amico ed estimatore, dubitò della sua salute mentale. Anche tra i musicisti, poi, c’era a chi non bastava disapprovarlo o insultarlo: Max Roach, ancora lui, nel luglio 1959, dopo una serata al Five Spot, gli mollò un cazzotto e, voglioso di dargli il resto, lo inseguì fin sotto casa.

Troppo spiazzante era stata la rottura di Ornette, la rottura e il superamento, innanzitutto, degli schemi armonici predefiniti quali elementi formativi e base per l’improvvisazione. Troppo brusca la sua virata dalla rotta intrapresa anche dai più arditi hard-boppers, per quanto uno come John Coltrane colse subito nella “Coleman way” la risposta ai propri interrogativi su come evolversi (in che direzione spostarsi dopo le vertiginose progressioni di Giant Steps? come “sbrigliare” la propria tecnica improvvisativa?), tanto che nei primi anni Sessanta andò letteralmente a lezione da Ornette e mai disconobbe questo debito rispetto alla svolta verso ciò che sarebbe diventato, verso cioè il Coltrane più free e intergalattico, quello scatenato di dischi come Sun Ship (’65) e Stellar Regions (’67).

E cosa fece Ornette, dopo le innumerevoli umiliazioni subite, quando con un po’ di scaltrezza si sarebbe potuto godere il successo e campare di rendita? Si rintanò per un paio d’anni, dalla fine del ’62 all’inizio del ’65, in un seminterrato e visse poveramente prima di venir sfrattato per morosità, facendo in modo di rifiutare ogni proposta di lavoro, affaristicamente negato per mettere a frutto le sue qualità, fisiologicamente incapace di farsi sfruttare per ciò che rappresenta, emotivamente devastato dal «timore di offendere qualcuno per il solo fatto di andare avanti» e dall’incomprensione suscitata dal sospetto ch’egli potesse avere «qualche altro motivo al di fuori di quello di voler esprimersi», il che (per un artista come lui) è sempre una tragedia, com’ebbe a dire in un’intervista rilasciata a “Down Beat” nel novembre 1973, in risposta alla domanda: «Perché ogni tanto ti segreghi dal mondo?», non essendo stato quello il suo unico periodo di volontario isolamento.

Ma veniamo a quella sera, al più toccante corpo a corpo musicale consumatosi davanti ai miei occhi. Un corpo a corpo non, stavolta, tra l’artista e il proprio demone o tra gli strumenti e i temperamenti in gioco o… Non solo questo. Fuori palco c’era un antagonista. Non di carne e ossa. Peggio: composto da vibrazioni di corpi in oscillazione, vibrazioni che producono perturbazioni di carattere oscillatorio, perturbazioni che si propagano con una data frequenza in un mezzo elastico, quelle vibrazioni dette, comunemente, suoni.

L’autoscontro, la casa degli orrori, il tagadà, il galeone, il vortice, il pungiball, il tiro a segno, perfino i pesci rossi e lo zucchero filato del lunapark contiguo all’Arena, e affacciato sulla Sicilia come il pubblico colemaniano, tutt’a un tratto si sono coalizzati per formare un’armata di frastuono irragionevole scagliata contro il concerto, che hanno invaso assieme al gracchiare prodotto dalle voci degli imbonitori spaccianti shakeramenti e trip da urlo al costo di pochi euro, dalle loro insulse voci annodate ai ritornelli delle disco hits contenute nella compilation dell’estate sparata a palla in loop da qualcuno dei tanti altoparlanti che si prevaricavano a vicenda, nella tronfia ignoranza di cosa stessero mettendo a repentaglio. Dopo la mezzanotte, poi, il livello dei decibel è cresciuto in maniera soverchiante, assassina.

Sotto assedio, Ornette ha tenuto botta, ha fronteggiato la sordida onda sonora senza batter ciglio. Senza lasciare che s’incupisse la sua proverbiale aria da adolescente alle prime armi – pur potendo permettersi un contegno da Black Christ o da Rimbaud rockstar in tournèe, di ritorno in gran forma dall’Abissinia.

Facendo l’occhiolino al fantasma custode dell’amato Charlie Parker - prestare ascolto agli sviluppi dell’inquietudine di “Bird” nelle spirali musicali di Coleman consente una più profonda comprensione di entrambi, o almeno per il sottoscritto è andata così.

Lanciandosi in acrobatiche variazioni sulle soglie scivolose, e da lui rese evanescenti, tra il tonale e l’atonale (da autentico pensatore musicale pan-tonale, come lo definì George Russell), tra l’armonia e la melodia (del resto è l’inventore di un’enigmatica teoria armolodica), tra l’organizzazione formale e la disorganizzazione improvvisativa (Charlie Mingus, che non impazziva per lui, parlò di disorganizzazione organizzata).

Dandoci insomma un eloquente saggio di ciò che lo ha reso il Jean-Luc Godard e il Pierrot Le Fou del jazz, tra una mitragliata del figlio Denardo alla batteria e una fitta d’archetto di Tony Falanga che fa sussurrare al suo contrabbasso l’entrée della prima suite per violoncello di Bach.

Nemmeno il bis ha lesinato. Solo, per poter fronteggiare quella subdola e imprevedibile aggressione, ha dovuto alzare il volume della propria musica, ha dovuto potenziarne l’intensità.

Non posso tacere è una visione che s’è fatta largo e consolidata in me. Ho immaginato che – se fosse dipeso da lui – l’allora settantasettenne Ornette non sarebbe uscito di scena tra gli applausi, non avrebbe lasciato la scena dell’udibile in balia dell’infuriare di quella giostra sgangherata, sarebbe rimasto a duellarci con quella sciatta poltiglia acustica violentemente amplificata.

Riesco a vederlo, Ornette col suo sax fiammeggiante, di variazione in variazione, di modulazione in modulazione, prendere le misure dell’armata avversaria e passare dalla difesa all’attacco. Lo vedo lottare, prima contro, poi con, e senza soluzione di continuità fare l’amore con quei suoni, dando all’amplesso un ritmo che è la summa del proprio respiro e di quella convulsiva eruzione. Farseli per assorbirli nel proprio corpus musicus, quali parti integranti, questi suoni ormai soggiogati nobilitati trasfigurati.

Fare l’alba e oltre, il vecchio Ornette forte come un ragazzo, oltre il clangore dei catenacci e il clic dei lucchetti, fino a incorporare perfino il fiato del silenzioso custode di quella casa del baccano. Restarci soltanto lui su quel pezzo di costa a sputare l’anima in forma di note necessarie, e finalmente smettere di dare le spalle al mare, ormai suo unico antagonista sonoro, suonare soltanto per lui e con lui, promuovendo il rumore delle onde a sezione ritmica dell’ultima session.

Ornette: «Non ho mai cercato di suonare la musica del mio tempo. Ho sempre cercato di pormi al di fuori del tempo».

Nell’arte il tempo è dalla parte di chi gioca a perdere.
Che batosta oggi… Ma domani?
Tomorrow is the Question!

Buon viaggio, Ornette.
Il nostro amore è il tributo che paghiamo alla tua anima sfolgorante.

Il presente scritto è un estratto con qualche modifica del saggio Giocare a perdere apparso su "Rifrazioni" n. 4, settembre 2010.








pubblicato da j.costantino nella rubrica musica il 13 giugno 2015