Numero Zero: la prima scena rap italiana è un film

Silvio Bernelli





Il rap tricolore non riscuote alcuna considerazione nel mondo della cultura italiana. Colpa degli atteggiamenti bulleschi di alcuni artisti, di un’immagine presa di peso dai ghetti americani, nonché di una produzione discografica spesso non all’altezza. Eppure c’è stato un momento, i primi anni ‘90, in cui il rap aveva saputo raccontare in diretta la scoperta della corruzione eretta a sistema, le stragi della mafia, l’insorgere di nuovi fenomeni come la Lega Nord.

Tragedie, inchieste giudiziarie e una nuova – per quanto confusa – consapevolezza che l’Italia fosse un paese molto anomalo nell’Europa unita di cui proprio allora tanto si parlava. Il prezzo dell’arretratezza culturale di intere fasce della popolazione sarebbe stato assai lungo da scontare, come avrebbe sadicamente dimostrato il ventennio successivo.

Sotto questo aspetto le analisi fatte dai rapper di quella stagione si sono rivelate ben più esatte della solita solfa apparecchiata da telegiornali e grandi quotidiani. E proprio a quella generazione di artisti hip-hip (la definizione comprende anche dj, breaker e graffitisti) il regista torinese Enrico Bisi ha dedicato il documentario Numero zero: alle radici del rap italiano. (Qui il teaser del film)

Presentato come evento speciale al Biografilm Festival di Bologna, che proprio ieri ha chiuso la sua 11°edizione, Numero zero: alle radici del rap italiano raccoglie una lunga carrellata di interviste ai protagonisti della prima scena hip-hop. Tra questi, alcuni sono diventati parecchio famosi anche presso il grande pubblico come Fabri Fibra, Frankie Hi-nrg e J-Ax; altri magari invece sono meno noti qui da noi ma celebri e rispettati all’estero, vedi il multi-talentuoso Next One, dj e breaker finito a ballare persino in un famoso spot della Nike.

A inframezzare gli interventi dei vari eroi della scena, Enrico Bisi ha piazzato brevi spezzoni di concerti. La loro qualità più o meno artigianale ha lo scopo di restituire l’immediatezza e l’autenticità di un fenomeno nato dal basso, in quell’incubatore di culture alternative che erano i centri sociali dell’epoca.

Fa da collante al tutto la voce fuoricampo “prestata” al regista dal rapper Ensi, che ha l’indubbio pregio di sintetizzare una vicenda molto sfaccettata, ma che si rivela anche un punto debole del lavoro. È possibile che neanche le molte ore di interviste abbiamo dato a Bisi quei punti fermi senza i quali è impossibile allestire una qualsivoglia narrazione, ma la voce off sovrappone alla parole di rapper e dj un’atmosfera di finzione che stride un po’ con la genuinità della ricostruzione.

Detto questo, il documentario ha il pregio di raccontare per la prima volta e a tutti, non solo a chi ha lo scaffale pieno di vinili di Public Enemy e Run DMC, una scena genuina e interessante. In prima battuta, per le sue posse combattive; ed ecco quindi Isola Posse All Stars, Onda Rossa Posse, Colle der Fomento e via rappando. Ragazzi sbucati dalle sconfinate periferie urbane che avevano voglia di prendersi il microfono e sputare fuori le loro storie, o, in altri casi, artisti venuti fuori dalla scena hard core punk italiana del decennio precedente come Neffa (ex batterista dei Negazione, oggi cantante pop) e Deda (ex cantante dei Rabid Duck). Proprio questi due artisti firmano nel 1994 quello che viene generalmente considerato il disco più riuscito dell’hip-hop tricolore, SxM, firmato insieme a Dj Gruff sotto la sigla Sangue Misto. Nel film Neffa confida come il pezzo-cardine di quel lavoro, Fattanza blu, fosse stato rappato in studio dai due artisti sdraiati e, naturalmente, strafatti.

A queste schegge divertenti, il docu-film di Enrico Bisi ne alterna altre più ficcanti. “Il suono parla” dice Next One, andando a piantare il coltello nella tradizione musicale italiana, in cui, di fatto, non c’è poi gran differenza tra un lodato cantautore, una band “rock” e un neomelodico napoletano. E sarà anche forse la bassa commerciabilità di certi suoni che ha tenuto il pubblico colto lontano da una scena che avrebbe potuto insegnargli qualcosa.

Un vero peccato, visto che il lavoro fatto sul linguaggio da alcuni rapper taglia e ricuce in modo imprevedibile la “cantabilità” naturale della lingua italiana. “Non dedico tempo a chi/Non ha rispetto/A chi è falso, è vile/E non ha stile/ A chi non va in fondo alle scelte che fa/Se ne fa/ A chi è custode del ghetto in cui sta.” (Questione di stile, Speaker Dee Mo). E poi c’è da aggiungere che alcune storie raccontate da questi artisti rappresentano ancora, a decenni di distanza, il meglio dell’underground italiano.

Per crederci basta ascoltare ad esempio Terra di nessuno degli Assalti Frontali: “Qui sull’orlo dei binari/Seduto su una banchina di marmo lunga fino a Milano/Fantasma di un fantasma di stazione inesistente chiamata Roma Nomentano/Un punto in mezzo al niente/un mondo in un mondo/ intorno a un mare maledetto di cemento/ che a cento all’ora centomila treni navigano in corsa incontro a un altro giorno.” Un pezzo molto amaro che fa parte della colonna sonora ideale di Numero zero: alle radici del rap italiano. Un documentario realizzato con passione da un regista che è riuscito a raccontare oggi le storie che vent’anni anni fa l’avevano colpito al cuore.

N.d.R.: l’autore dell’articolo ha visto Numero zero: alle radici del rap italiano in versione non definitiva. È possibile che alcuni degli interventi e dei fatti qui citati siano stati tagliati durante il montaggio finale.








pubblicato da s.gaudino nella rubrica cinema il 15 giugno 2015