Diventare poveri in un quarto d’ora

Loredana Lipperini intervista Romolo Bugaro



Effetto domino è l’ultimo romanzo di Romolo Bugaro. Qui potete leggerne un estratto. Questa intervista è andata in onda su RadioTre, nella trasmissione Fahrenheit, il 29 maggio 2015. La trascrizione è stata lievemente rivista.


LOREDANA LIPPERINI: In questa storia si contrappongono due uomini, ma anche due poteri: un potere vecchio e uno nuovo. Il primo è ben noto all’Italia, e non solo a quella di provincia: è il potere del cemento. Il secondo è il potere delle banche. Non è importante sapere quale dei due finirà col soccombere, anche se è intuibile: ciò che importa è che, del potere, nessuno dei protagonisti di questa storia riesca a fare meno. Parliamo di Effetto domino (Einaudi) il romanzo di Romolo Bugaro, che si trova nei nostri studi di Venezia. Buon pomeriggio.

ROMOLO BUGARO: Buon pomeriggio.

LOREDANA LIPPERINI: Questo libro porta a compimento quello che lei aveva delineato nel suo romanzo d’esordio, che uscì nel 1998, La buona e brava gente della nazione. In Effetto domino abbiamo due costruttori, Rampazzo e Colombo, o meglio un costruttore e il suo braccio destro, o faccendiere, che si muove nel mondo del cemento. Sullo sfondo c’è l’idea di costruire una città (una piccola città, un mega-quartiere residenziale), che per tutti e due costituisce il grande salto. È una storia narrata fra ipoteche, brochure, plastici, banche e denari che, quando verranno a mancare, costituiranno l’effetto domino del titolo. Ed è una storia quasi senza pietà: dico quasi perché uno spiraglio di pietà in alcuni momenti si avverte.

ROMOLO BUGARO: Sì, io penso che la pietà ci sia. Ed è vero, è soprattutto una storia di ipoteche, di protesti, di “segnalazioni a sofferenza”. Ci sono tantissime cose che determinano la vita delle persone, e anche la vita di un paese, che sono poco visibili; quasi invisibili direi; e anche molto poco raccontate. Sono difficili da raccontare, perché per farlo devi essere lì, per conoscerle. Io, in qualche modo, sono lì, per ragioni di lavoro, e allora ho deciso di raccontarle, queste ipoteche, che milioni di italiani incontrano ogni giorno; ho deciso di raccontare le revoche degli affidamenti. Che cosa succede quando si diventa “cattivi pagatori”? E poi, certo, questa è anche una storia di impresari edili, di costruttori e di denaro. Peraltro, segnalo che è un comparto che di fatto è scomparso, perché l’edilizia in Italia praticamente non esiste più; non so se uccisa dalle banche o da altri… È anche la storia della scomparsa di un intero mondo del lavoro.

LOREDANA LIPPERINI: Mondo del lavoro che viene raccontato da lei anche visivamente, in modo tattile. Da una parte ci sono i costruttori che si barcamenano in un mondo che sta cambiando sistema, dove quello vecchio – corrotto o meno che fosse, o poco limpido – quel vecchio sistema non conta: quello nuovo è più spietato. Anche visivamente è un sistema diverso: mentre Rampazzo e Colombo sono personaggi che amano passeggiare nei cantieri, e a cui piace sporcarsi le mani, alzarsi molto presto per andare nel cantiere prima che inizino i lavori, a seguirli, a parlare con gli operai…, poi invece, quando Rampazzo viene convocato nella sede milanese della banca che decide di sfilarsi da quest’operazione innescando l’effetto domino, ci troviamo in un ambiente senza nulla, tutto color salmone: non c’è un quadro, non c’è neanche la fotografia del Santo che, nella sede delle riunioni a Padova, è in bella mostra. È tutto vuoto, è tutto silenzioso, è tutto chiuso. Effettivamente fa paura.

ROMOLO BUGARO: È proprio il vertice del potere, quello. È il punto radiante del potere, il luogo della finanza. Il luogo del denaro. In concreto, noi abbiamo la sensazione che una persona abbia un ruolo: per esempio di fronte a un grande costruttore, un grande industriale, uno che è il padrone di una fabbrica con cento operai, trecento operai… noi pensiamo: “Be’, quello è il capo lì dentro”. Viceversa, quasi sempre (e certamente è così nel mio romanzo) queste persone sono lì per delega di altri poteri, molto meno visibili, o del tutto invisibili: il più delle volte è il potere della leva finanziaria, le banche che sostengono le aziende: in questo caso sostengono l’impresa di costruzioni e il cantiere fino a un certo giorno; poi, per le ragioni più diverse, possono decidere di smettere di sostenerlo, e allora viene fuori chi sono i veri padroni: qui sono le banche (a volte ce ne sono anche di meno “rassicuranti”). Questa è anche una storia di padroni apparenti, di costruttori che hanno grandi macchine, che stipendiano operai, ma non sono padroni di nulla. Semplicemente, rispondono ad altri, che stanno molto lontani, in quegli spazi di cui parlava lei, rarefatti, color salmone.

LOREDANA LIPPERINI: C’è anche un sistema di cui chi fa parte del sistema vecchio (quello che non esiste più) prende consapevolezza. Leggo un brano da pagina 71; è proprio il momento in cui Franco Rampazzo esce dall’incontro con il gelido banchiere, va in un giardino pubblico, si siede su una panchina e si rende conto della verità:

La verità era talmente semplice da lasciarti senza fiato. Nessun dato, nessun coefficiente esisteva davvero. Ogni dato ne valeva un altro. Ogni scelta era possibile. I numeri erano quelli, esattamente quelli, eppure, con gli stessi numeri, il bilancio poteva andare in rosso oppure no.
Il sistema poggiava su una piastra scivolosissima, dove tutto si fracassava, si distruggeva. La libertà era il difetto originario, la disgrazia più grande. L’aveva pensato tante volte e adesso l’aveva davanti agli occhi. Uno dice che i valori Omi non contano niente, un altro li prende per oro colato. Uno accorda venticinque milioni di finanziamento, un altro li revoca.
Era tutto lì. Niente poteva reggere, in quel mare di stramaledetta libertà.

Be’, sembra di sentire echeggiare Yates, quando diceva che “il centro vacilla”.

ROMOLO BUGARO: In effetti secondo me il centro vacilla. Anche quest’impressione di razionalità, di necessità… I bilanci di un grande istituto finanziario, oppure di una piccola azienda, che dettano legge…: poi, quando vai a vedere come funzionano davvero le cose, non è così, perché i bilanci (oltre al fatto che sono manipolabili) sono interpretabili; puoi decidere di sostenerli in un modo, oppure di traslocarli in una diversa postazione di lettura. Quello che pensa Rampazzo in quel brano secondo me è una chiave di lettura per tante cose: perché anche un’infinità di turbolenze, di avvitamenti del sistema economico e finanziario che noi vediamo, e che sono la cifra dell’irrazionalità del sistema, della sua non-coerenza interna – uno dei punti della non-coerenza interna del capitalismo sta proprio qui: il capitalismo è interpretabile in modo differente dai suoi stessi attori, dai suoi stessi protagonisti, che lo leggono e lo vivono seguendo traiettorie che spesso cozzano. E da lì vengono fuori anche molti dei guai che poi vengono pagati da tutt’altre persone.

LOREDANA LIPPERINI: Ho citato non a caso La buona e brava gente della nazione, il suo romanzo d’esordio, perché in Effetto domino sembra di vedere la “buona e brava gente della nazione” alle prese col dissolvimento di un mondo, dove contava il lavoro, i soldi, le automobili (nel libro c’è anche un discorso sulle automobili, su ciò che significavano come status fino a pochi anni prima), dove le famiglie sono importanti e però, in fondo, l’amore o qualsiasi altro legame umano (a parte forse quello tra genitori e figli) passa in secondo piano rispetto a un orizzonte che è fatto di una sola cosa: riuscire ad andare avanti nel proprio progetto, essere padroncini, piccoli, medi e poi forse, un giorno, grandi: ma questo romanzo sembra dire che non è più possibile.

ROMOLO BUGARO: Nella mia esperienza personale, questi personaggi io li vedo tutti i giorni: ci sono persone che si svegliano alla mattina; alle otto cominciano a lavorare, e lavorano non fino alle otto di sera, ma fino a mezzanotte, fino all’una della notte: questo tutti i santi giorni della settimana, tutti i santi mesi dell’anno. Sono come delle turbine che non si fermano mai. Rampazzo è un po’ così. Io vengo da Padova, dal Veneto, ma non è solo una caratteristica veneta. Sono tantissimi. Secondo me, il punto vero è che non lo fanno per il denaro, ma per qualcosa di un tantino più sottile: l’essere al centro, il poter determinare le cose, poterle governare e gestire. E dentro questa specie di febbre svanisce tutto il resto, perché la famiglia non c’è più: magari i figli ci sono, sì, ma sono distanti, visti una volta ogni tanto, quando c’è proprio l’attimo di tempo, ma di fatto non esistono. Le mogli lavorano in azienda, perché tengono la contabilità o gestiscono i rapporti con le banche, con i fornitori, eccetera. E l’unica cosa è il lavoro, e poi – anche questo è vero – in questo mondo turbolento è facile crollare anche avendo quell’energia lì, oggi.

LOREDANA LIPPERINI: Questo è un romanzo fatto per squarci e rivelazioni: alla verità si arriva per aperture su questo mondo diverso. C’è una frase che uno dei personaggi ha in mente, e si rende conto che è quella la realtà: “tutti feriscono e l’ultimo uccide”.

ROMOLO BUGARO: È così. Il povero Rampazzo ha resistito a un sacco di cose: perché queste persone hanno enormi difetti, ma ovviamente anche loro hanno una loro umanità, diciamo così. E poi, quanto a “tutti feriscono l’ultimo uccide”, ci sono delle persone più deboli…

LOREDANA LIPPERINI: …nel libro se ne incontrano…

ROMOLO BUGARO: …sì, in particolare ce n’è uno molto debole, che per una concatenazione di azzardi, di sbagli e di volontà di andare avanti quando non era il caso di farlo, si ritrova spalle il muro, e non ce la fa, e lì c’è l’ultima stazione; e, come succede spesso nella realtà, la fa finita. “Tutti feriscono e l’ultimo uccide” è una massima che vale sempre.

LOREDANA LIPPERINI: C’è un’altra immagine che colpisce, perché Effetto domino disvela la fine di una favola, quella che è stata chiamata la favola della “terza Italia”, un modello di capitalismo di relazioni sociali che potevano funzionare; in realtà qui si scopre che le relazioni sociali funzionano fino a un certo punto, anzi, non funzionano affatto, e che anche la favola mostra la cartapesta. C’è un episodio marginale, in apparenza, quando due personaggi si incontrano in un bar alla moda, ed è sempre Rampazzo a intuirlo: vede le casse di champagne esposte in vetrina e si rende conto che forse quel bar fa finta di avere lo champagne, e che quelle casse sono vuote.

ROMOLO BUGARO: Questa era una piccola, minuscola metafora di quello che abbiamo intorno a noi tutti i giorni; ed è anche una metafora che sta dentro il libro perché questo grandissimo cantiere in realtà non è di nessuno, è di gente molto lontana. Che cos’è, quel cantiere? È davvero il tentativo di costruire una città? È una semplice operazione finanziaria? In quel bar dove le casse di champagne sono vuote – peraltro è effettivamente così, è un dato reale – mi ha sempre colpito questa cosa: non so perché tengono le casse chiuse. Ci sarà, non ci sarà lo champagne? Me lo sono sempre chiesto…

LOREDANA LIPPERINI: L’importante è crederlo!

ROMOLO BUGARO: L’importante è crederlo. È un posto particolarmente modaiolo e mi pareva un esempio divertente di quello che percepiamo tutti giorni: che la forma non sia minimamente sostanza.

LOREDANA LIPPERINI: Quando una banca si sfila dal progetto di costruire questo quartiere residenziale – che è quasi una città, perché è gigantesco: ha i suoi laghi artificiali, ha le sue torri, ha un plastico meraviglioso, ha tutte le carte in regola per diventare un nuovo più che appetibile, un nuovo mondo, un ennesimo nuovo mondo di fiaba che viene promesso… ecco, l’effetto domino è effettivamente impressionante, perché basta che la banca (sia pure per vendetta interna, o per qualsivoglia motivo) decida di sfilarsi dal finanziamento e si assiste al crollo progressivo di tutta una serie di attori, piccoli e grandi, che erano entrati nel progetto. Questo è un meccanismo disvelatore di come funzionano molte cose.

ROMOLO BUGARO: Quando c’è un qualunque progetto – industriale, produttivo: in questo caso un cantiere – e quando la macchina è a pieno regime, se il processo si ferma, come accade nel romanzo, succede veramente un putiferio: le persone che vengono coinvolte sono tantissime e la violenza di ciò che le colpisce è devastante. Il passaggio da ricchezza a povertà non è una novità: c’era nell’Ottocento: i romanzi russi, i romanzi francesi… Tantissima letteratura parla di ricchezza e povertà: ma la novità di oggi è che dalla ricchezza alla povertà ci si può passare veramente in un quarto d’ora, perché se tu hai una grossa fornitura fuori, e magari sei impegnato con le banche, l’hai portata a sconto… insomma, se sei esposto, e quella fornitura non ti viene pagata e tu però eri stato costretto a fare quell’affare, perché altrimenti uscivi dal mercato (perché oggi è tutto più veloce, è tutto più necessitato), be’: quella persona in un attimo è rovinata. E il ritiro del consenso al finanziamento della banca, nel libro, travolge tutti e, anzi, quelli che subiscono l’impatto maggiore sono quelli più lontani dal centro, sono i piccoli fornitori, come quel personaggio che alla fine la farà finita. L’ondata è uno tsunami e a vederla (e a me è capitato di vederla) è veramente impressionante, incancellabile negli occhi.

LOREDANA LIPPERINI: In tutto questo, la parte non solo letteraria ma umana è il momento in cui la penna del romanziere si sofferma sulle reazioni emotive e psicologiche dei personaggi: colpisce che si rompano amicizie, che si consumino vecchie vendette, e fin qui ci siamo: ma arriva un momento in cui si arriva a menare le mani con qualcuno che ci deve dei soldi, e ci si rende conto della situazione in cui versa; allora si pensa almeno di dirgli “Mi dispiace che hai dei problemi” e non si riesce a dirlo. Questo forse cambia un po’ le carte in tavola, no?

ROMOLO BUGARO: Io penso di sì, perché c’è un momento in cui le persone sono assolutamente sole. Totalmente sole. Il momento della vera crisi economica, il momento della disperazione economica – quando proprio non hai più risorse, anzi, hai un sacco di impegni e non puoi fare fronte, e non riesci a pagare niente e nessuno, e hai la gente fuori della porta che bussa, e l’ufficiale giudiziario col decreto ingiuntivo – quello è un momento di una solitudine talmente stupefacente, abissale che si scoprono lati di sé stessi (io l’ho visto accadere) che non si sospettava di avere. Nel libro provo a raccontarli, e provo a raccontare anche quel lato: quella strana, piccola, misteriosa luce che si accende negli uomini che cadono.

LOREDANA LIPPERINI: E che non necessariamente cambiano. Perché lei ha fatto una scelta coraggiosa, raccontando quello che non veniva raccontato: si è messo dalla parte di quelli che detengono un potere, piccolo o grande; o meglio, non dalla loro parte, ma dalla loro ottica: ha cercato di seguirli. Per esempio, quello che è di fatto il protagonista, Franco Rampazzo (perché, pur essendo questo un romanzo corale, è lui che seguiamo più da vicino e cerchiamo di capire come reagisce) sa perfettamente di essere una persona che si stanca: si stanca anche delle sciagure. Racconta di vivere in un presente eterno, che è fatto di decisioni rapide, di obiettivi che cambiano, e quindi si sente al riparo dal senso di sconfitta. Tant’è vero che, forse, la sconfitta maggiore che lui andrà a vivere potrebbe non essere quella economica, potrebbe essere una sconfitta della vita.

ROMOLO BUGARO: Per fare quella vita lì, per fare quelle operazioni lì, devi essere così. È necessario avere una struttura della personalità. Nella realtà sono così, queste persone, per come le ho conosciute io: sono assolutamente così. Devi avere una specie di… nel libro la chiamo “segreta indifferenza alle cose”: credo che sia vero, perché prendersi certe responsabilità, la responsabilità di partire con un’operazione importantissima, di muovere persone, capitali, senza la certezza di portarle in fondo, anzi, sapendo che le cose si possono bloccare e inchiodare strada facendo, metterlo nel conto: devi essere una persona coriacea, capace di passare ad altro, di pensare ad altro, e quindi con un’indifferenza segreta: “via questo progetto, parte quello nuovo”. E poi, ripeto, sono proprio costruiti così, per come gli ho visti io: un certo tipo di imprenditore è proprio costruito così.

LOREDANA LIPPERINI: C’è una differenza però, e io vorrei tornare su questa incrinatura da cui comincia a colare un’altra realtà, “come acqua dal fondo di un sacchetto di carta”, diceva King. Gli imprenditori, i lavoratori, coloro che credono in questo sogno del piccolo-grande capitalismo, come lei lo ha chiamato, frequentano ancora i bei ristoranti, una volta tanto, il sabato sera, con le loro mogli e le loro figlie, dove mangiano spaghetti ai frutti di mare e bevono ottimo prosecco… però cominciano a intuire che forse quello che hanno immaginato e pensato, il loro modo di vivere… forse non è più possibile?, non è più quello che pensavano? Glielo chiedo.

ROMOLO BUGARO: È una domanda veramente difficile. A un certo punto la realtà si rovescia addosso a questi uomini con una violenza che non avrebbero immaginato. Nel caso del protagonista del romanzo è così: la banca ritira il consenso, lui di fatto viene stritolato, viene schiacciato. Quello che pensano davvero quando si trovano in questa situazione – una volta superato lo sbalordimento – per come sono costruiti loro… un po’ pensano di ricominciare a fare business, magari in una forma più ridotta; un po’, certamente, il sospetto, a fronte di certi schiaffi che la vita ti dà, anche agli uomini di quella categoria… sì, anche a loro il sospetto che forse hanno abitato un mondo che non era esattamente come lo credevano, come lo vedevano… sì, quel sospetto viene.

LOREDANA LIPPERINI: E il sospetto che la libertà possa essere maledetta.

ROMOLO BUGARO: Penso di sì.

LOREDANA LIPPERINI: Questo forse è uno dei romanzi più amari che lei abbia scritto. E lei non è mai stato tenero con la gente del Nordest, in particolare con un certo tipo di mondo.

ROMOLO BUGARO: Non lo so se è amaro. Il povero protagonista alla fine se ne va a passeggio in valle san Gaetano, che è un posto bellissimo vicino a Caorle, un posto di una bellezza sbalorditiva, e in qualche modo passa a una vita due punto zero: è costretto a stare fermo, perché non ha più le risorse, le forze, i finanziatori per fare nuove operazioni: in quell’immobilità forzata qualche cosa un po’ cambia. Non lo so se è amaro; quello che ho pensato e che ho cercato di fare è raccontarli come sono, e come li vedo.

LOREDANA LIPPERINI: E c’è riuscito benissimo. Grazie, Romolo Bugaro.

ROMOLO BUGARO: Grazie a lei.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica a voce il 3 giugno 2015