Bohémien

di Maria Cerino



Detesta i cani, soffre a malapena i gatti del quartiere, la speranza festosa con cui ti vengono incontro, il modo in cui scodinzolano e sembrano portarti in dono la conoscenza della parte migliore di te. I cani negano e amplificano la nostra natura nera, ci fanno migliori solo allungandogli un pezzetto del pane che stiamo mangiando, e ci catalogano irreversibilmente come gentaglia se non sopportandone il puzzo li scacciamo a calci dal vialetto della nostra casa. Ci rendono meno sopportabili a noi stessi, non appena ne adottiamo uno, nel nostro bisogno di complessità; il padrone di un cane ha un obbligo morale alla felicità.

Riconosce il solito modo di passarsi tra le mani la tazza vuota. Qualche settimana prima, ogni mattina, glielo ha visto fare mentre leggeva la pagina degli spettacoli. Oggi, invece, non si aspettava di trovarsela davanti, là seduta, senza un quotidiano dietro cui nascondersi, o un libro di cui parlare all’occorrenza, ora che sembrerebbe il momento adatto per dirsi tutto eppure nessuno dei due vorrebbe.

Dunque, è proprio finita? È lui che rompe il silenzio. La donna alza lo sguardo dal bordo della tazza e ciò che ha davanti è bianco, è doppio, è sfocato, insieme. Te ne vai? La incalza prima ancora che possa trovare il tempo di replicare, di prendere il coraggio e dire che no, non è finita se insieme decidono il contrario ma che a finire può essere il martirio, la cattiveria con cui si pizzicano di tanto in tanto. Ma le ha chiesto se va via e in quella domanda legge già una condizione, sente la necessità di raccogliere velocemente i vestiti e le scarpe, e qualsiasi cosa in quella casa possa obbligarla a tornare ancora.

L’orgoglio è una nota che arriva in ritardo, una verità non richiesta che racconterebbe a posteriori i loro desideri, la collera con cui hanno aspettato la svolta. Tanto più resteranno impassibili, lei che non piange, lui che non scappa via per poi ritornare direttamente uno due mille mesi dopo, quando tutto gli ricorderà nulla dell’amata. Tanto più resteranno impassibili tanto più si rimprovereranno a vicenda i silenzi, l’omertà con cui hanno atteso che la storia, come una malattia e non come una gioia infantile, arrivasse alla fine senza opporsi, come una madre con il figlio. Senza dubbio o sospetto.

Allora l’uomo allunga la mano e le tocca il viso, si consola più che consolarla. La resa si sta insinuando dolcemente, ne riconosce il suono come già mille altre volte. C’è una richiesta di perdono preventivo perché accadrà ancora quello che è già accaduto, perché la loro vita campa di parentesi e loro dentro. Ed è già come se fosse domenica mattina. E il paio d’ore che servono a decidere se alzarsi o meno, se perderanno qualcosa di loro nel negarsi al mondo o se uscendo perderanno se stessi. E l’uomo la vede mentre si ferma a parlare con un estraneo e gli sorride, la cortesia, dall’angolo da cui la osserva (il terrore!) è una promessa di dolore, è uno spiffero che lo prende alle spalle e ciò che prova, più di ciò che vede, lo irretisce.

La donna sa che dentro ha qualcosa di più cattivo. Più cattivo di quello che lui ha visto, crudele in un modo diverso da tutta la crudeltà di cui ha già fatto esperienza. Una sottrazione perenne, limitata e continua. Il peggio che può mostrargli è nero, è così nero da togliere ogni meraviglia. Eppure se accadesse a lei di guardagli crescere un morbo dentro non curerebbe solo il malato ma il morbo stesso.

Stanno per lasciarsi, così, in silenzio.

Si affaccia al balcone e accende una sigaretta, lei, dopo avergli lasciato sul divano un piccolo cappellino di lana con le orecchie comprato in sconto in un outlet, per scherzo, vorrebbe andare via mentre è di spalle ma poi gli si avvicina.

Sulla strada una giovane coppia urla, la ragazza lo respinge e poi allunga il passo in direzione contraria al corpo del ragazzo che prima sembra muoversi per seguirla ma poi si ferma, in ritirata. I loro passi diventano piccoli, lo spazio in mezzo un vortice . Lei si blocca e, correndo, di nuovo lo raggiunge. A loro dall’alto sembrerebbe un abbraccio quel gesto delle braccia ma sono due pugni che gli pianta alle spalle mentre incredulo si gira. Picchiami, ora, gli fa, in forma di sfida ma il ragazzo ride e poi ridono insieme.

Adesso si guardano di nuovo, con la scena dei due fidanzati che si ripete (questa volta si stanno imitando, a ruoli ribaltati), lui le sorride timidamente, provando imbarazzo per ciò che sta per chiedere. Mimì. Lo precede. Sì, dice. Ci lasceremo un altro giorno, non ora, a dicembre, ma in primavera quando non farà più freddo.








pubblicato da m.cerino nella rubrica musica il 22 maggio 2015