Come dovrebbe finire Mad Men a una puntata dalla conclusione

di Maria Cerino



Questo nome Donald, Don ha qualcosa di artificioso, conservatore. È troppo americano, lo pensa pure Terry.

L’uomo sulla sessantina ha ripreso a strofinarsi la fronte con pesantezza, ripete l’identico gesto che gli ha visto fare poco prima mentre entrava in ufficio ma, prima, era leggero il tocco mentre diceva che sì, non vedeva l’ora e chiudeva con un bacio impacciato e una risata strozzata.

L’ufficio è identico a tutti gli uffici che ha immaginato nella divisione degli spazi, in quella luce a cui bisogna abituarsi e che smaschera velocemente l’intruso, l’uomo in visita, mentre si muove tra i corridoi coprendosi gli occhi con le dita a mo’ di visiera. Il signor Draper, invece, è la nemesi del personaggio a cui tanto ha lavorato. Troppo goffo, cicciotto in quel modo in cui potevano essere gli uomini di una certa importanza ai tempi di Roosevelt. Se avesse scritto un romanzo ambientato negli anni quaranta nessuno avrebbe avuto da ridire sulla pancia strabordante e le guanciotte rosse da uomo buono. Però, il suo cognome.

Vero, è americano, repubblicano ma immagini Donald, Donald Draper. Don Draper. L’idea gli è venuta al momento ma gli appare perfetta, irrinunciabile, sua. Nonostante sia di spalle, con lo sguardo rivolto verso la città – gli uomini che godono di una qualche forma di potere a Manhattan sembrano siano sempre preoccupati di controllarla, come se con lo stabile avessero comprato anche la vista e temessero che come pezzi di lego la città fosse prossima al mutamento al primo capriccio di un bambino – riesce a cogliere da un fremito delle spalle la soddisfazione che gli dà quest’ipotesi. Nessuna donna vorrebbe pronunciare un nome diverso da Don Draper mentre nel cuore della notte, in una cadillac diretta chissà dove, gli lecca l’orecchio. Mi creda. Ma non mi somiglia affatto, continua restando di spalle. Non ora un tempo, magari. Un tempo era tutta una festa, gli anni quaranta a guerra finita. Sì, Doooonn Drapeeeer, potreeebbe funzionare. Torna verso la scrivania e gli sorride, un mezzo ghigno quasi ubriaco.

L’uomo che ha delle dita robuste e tozze fa scorrere le pagine del manoscritto. E’ troppo lungo e ci sono troppi personaggi e alcuni sono così fermi e così inutili da restarne quasi affascinato. Soprattutto queste segretarie, caterve di segretarie che si sposano, si arricchiscono, scappano con il capo, vogliono diventare il capo. Al cinema sarebbero un’infinita variazione di Jane Fonda, e di nuovo ride.

Poi legge una nota sulle azioni che ogni editor ha segnalato: sono monche, movimenti che non accadono. Spostano il discorso, così, all’improvviso e ciò che credevamo di aver capito viene rimesso in discussione ma dura poco perché l’azione riprende e si completa ma oramai è fatta, una certa nostalgia ci ha già depresso. Metti la parte finale, Don lascia il lavoro e parte alla ricerca di una mezza sconosciuta con cui ha scopato una volta o due, poi l’auto ha un guasto, nella periferia hopperiana rivede qualcosa di sé in un ragazzo ed ecco che ce lo ritroviamo là, alla fermata di un autobus da solo e neppure c’è più quella ricerca, che cazzo di fine ha fatto la necessità di quella donna: cosa ha trovato che non ci dice? Sì, sono perplesso, ma con una sfoltita qua e là può funzionare. Non abbiamo mica motivo di dimenticarceli già gli anni sessanta, nel ’79, no?

Si salutano, Don – si chiama Don – prende il borsalino che ha appoggiato sulla scrivania, fa un cenno di saluto con il capo e lo rimette in testa dopo aver stretto la mano all’uomo paffuto e aver preso appuntamento per la revisione completa. Nota ora qualcosa che non aveva notato prima, il direttore ha la patta dei pantaloni abbassata. Si volta e va via. Fuori dalla porta una segretaria lo attende con l’appunto per il successivo incontro. Don apre il suo portasigarette un po’ age’ e porta una sigaretta alla bocca mentre anche la donna né ha già preso una. Con uno scatto le avvicina la fiamma dell’accendino alla sigaretta, l’accende e poi ripete lo stesso movimento con la sua. Si guardano, vicini. Più vicini.








pubblicato da m.cerino nella rubrica cinema il 18 maggio 2015