Io lo capisco

Tommaso Ferrara



Giò decise di fermarsi lungo il fiume di ciniglia. La spazzatura intrappolata nelle radici dei salici faceva affiorare piccole isole arrossate di plastica e latta. Eravamo arrivati. L’aria fresca mi asciugò la gola e non riuscii neanche ad esprimermi con uno dei miei soliti mugolii, ma Giò capì e m’inclinò la testa. Fu delicato, come al solito, ed io ero felice ma avevo paura di sbavarmi addosso. Con quel freddo cominciò a colarmi il naso. Mi vergognavo, volevo che mi pulisse, ma restò a guardarmi attonito, con le guance rosse e il respiro che si condensava. Sorrise e mi prese le mani tra i suoi guanti. Avrei voluto baciargli la fronte in quel momento. Poi si allontanò dall’argine e s’arrampicò su, nel bosco. Sentivo i suoi passi schiacciare le foglie imbrunite, calpestare la terra morta e imprimere forme scomposte nel fango. Poi urlò e lo sentii venir giù di corsa. Era come se nella sua giacca si fosse impigliato tutto il bosco e io mi aspettavo che dal colletto uscissero uno scoiattolo o un pettirosso e dissi “gne”, perché la cosa mi divertiva. Mi sventolò una mano chiusa a pugno, proprio sotto il naso. Il guanto era sparito e una goccia di moccio ci colò sopra. Cominciai ad agitarmi, ma lui aprì la mano e la goccia scomparve. Sanguinava. Un sacchetto di plastica abbandonò le radici di un salice bianco e se ne andò, senza timone, lungo il fiume di ciniglia. Nel palmo, in mezzo al sangue, c’era una bacca di Pungitopo fresca e turgida. Credo si fosse ferito con la foglia acuminata, che infatti era di un bel verde ossidato per via del sangue. Mi mise la bacca sulle gambe ma mi sporcò le calze, allora la lavò nel fiume, mi aprì una mano e ce l’appoggiò delicatamente. La guardai, intrappolata tra le mie dita, chiusa in una gabbia deforme, e capii perché nessuno mi avesse mai regalato qualcosa. Giò s’inginocchiò e si sporcò i pantaloni di fango. Mi sollevò la testa con entrambe le mani e la baciò sulle labbra, poi si allontanò per guardarmi, e io chiusi gli occhi due volte per dirgli che andava bene così, perché volevo che lo rifacesse e Giò mi baciò di nuovo e il mio moccio gl’inanellò le narici. Mi sollevò di peso e mi distese la schiena sotto i capelli sciolti, che si dissolsero nel limo come seppie inchiostrate. La terra non era fredda come me l’aspettavo, ma rigida, contratta, quello sì. Mi tolse le calze e le mie gambe puntarono nude al cielo per la seconda volta. Tentò ancora di baciarmi, ma la testa mi cadde di lato e dovette trovarne il baricentro e riposizionarla, prima di riuscirci. Il cielo sputò sei nuvole grigie ed ispide che si abbracciarono in un unico salto. Cercai Giò con gli occhi, volevo si fermasse prima che il mio corpo deturpasse il suo. Somigliavo ad un ragno quando viene colpito da una scopa, che resta inchiodato al pavimento con le zampe ricurve ad uncino. Ma mi afferrò le braccia e se le gettò al collo e riprese a baciarmi tremante. E mentre il suo corpo si congiungeva al mio, per la prima volta mi sentivo normale. Pensavo a mio padre; odiava Giò, perché aveva l’intelligenza di un bambino e aveva anche la sensibilità di un bambino, ma a lui di questo non importava. Si arrabbiava con mia madre perché Giò era più anziano di lui, e lei avrebbe dovuto impedirgli di frequentarmi. Quel vecchio ritardato, Lilli ha solo quindici anni! E’ inammissibile che vengano lasciati soli. Ma per un corpo come il mio non c’è un tempo che scandisca la vita. Ogni istante è un ergastolo, una condanna perpetua e io prego che il tempo lo infranga, che lo uccida senza troppa fatica, quest’abominio che non ha niente di umano ma è una gabbia di carne spettrale. Fosse adesso o tra cent’anni, per rabbia o dolcezza, per amore o stupidità, ho pregato che qualcuno riuscisse anche solo a toccarmi. Quando succedeva, cercavo con gli occhi un orologio nella stanza e contavo i secondi. C’era chi ritraeva subito la mano, chi se la puliva ai pantaloni, e io li capivo, dico davvero, li capivo. Cercavo di scusarmi e facevo “cusa-sciusa-gne-gne”, ma quelli avevano ancora più paura, come se in qualche modo potessi infettarli. Il corpo di Giò assorbì il mio e cominciò a manovrarlo. Mi scrutavo il pube dal fondo delle ciglia, lo vedevo gonfiarsi e sgonfiarsi, respirare, e tutti i nervi assopiti del midollo spinale iniziarono a fremere, a battere la coda impazziti. Per la prima volta pensai che non m’importava più di parlare e camminare sarebbe stato ancora più inutile. Volevo lasciarmi portare dove la corrente mi mandava, lontano dai rami, dai cumuli di spazzatura che screziavano l’acqua di colori feroci. Adesso anche Giò parlava chiudendo le palpebre. Cominciò a battermi forte e un filo di bava mi cadde di bocca e diradò l’erba stantia e vi si mescolò e poi scomparve. La terra si ammorbidì, le mie natiche scavarono un buco nel limo e io piansi e Giò mi baciò e spinse ancora più forte. La mia nuca si spense nel fango e il mondo venne capovolto. Sopra c’era il fiume, sotto il cielo. Fu allora che sentii un rumore di passi arrivare dalla collina, qualcuno correva. Giò sembrò non curarsene, ma io tentai lo stesso di avvertirlo. Dissi: “aiva- gu-gu” e lui, che mi capiva sempre così bene, non mi prestò la benché minima attenzione. Sulla superficie riversa dell’acqua vidi affiorare il viso di mio padre, scuro e indecifrabile, si voltò nel riflesso a cercarmi con gli occhi. Il corpo di Giò si agitò, prima che mi venisse sottratto. Tornai ad esser nuda, orripilante. Il fiume si aprì ed accolse il corpo di Giò in tuffo o in volo. Lo vidi solcare il cielo di ciniglia da orizzonte a orizzonte, da polo a polo, e pregai che il suo corpo non rimanesse impigliato nelle radici degli alberi. Allora mio padre mi raccolse e mi strinse come non aveva mai fatto prima. Piangeva; ed io che avevo speso tutte le mie lacrime per il piacere, chiusi gli occhi, soltanto un istante, giusto il tempo di riprendere fiato. Quando li riaprii, mio padre mi stava fissando (il viso sconvolto, stravolto dalle lacrime e dal vento). Sembrava non riuscisse più a muoversi. E in quei suoi occhi spaventati, ritrovai gli occhi di Giò, la sua stessa demenza, il suo stesso amore, e nelle sue mani congestionate, le mie mani e il sangue di Giò. Io e mio padre: Due mostri tramutati in pietra, sporchi di guano e divorati dalla violenza delle piogge, vivi solo per infinita pazienza. E mentre il pomeriggio perdeva la sua luce, guardavo i cumuli di spazzatura ardente andarsene alla deriva, perché anche il tramonto ci si negava. E io lo capisco, dico davvero, lo capisco.








pubblicato da s.nelli nella rubrica racconti il 17 maggio 2015