Lo Scuru

Orazio Labbate



Capitolo IX

Lei lo quietava, gli stringiva le minne al viso lacrimante e iddu cedeva la vigoria allertata dal pericolo imminente disubbidendo a se stesso. Piangeva silenziosamente il ragazzo e Rosa Martorana lo amava. Amava la sua propensione all’alienazione incorporea.

Le sere settembrine si stringevano alle coperte e discurrivanu del passato, pronunciandosi all’aperto, in compagnia di alcuni gatti siamesi appartati nelle selve spinose. Ogni segreto che narravano era un elettrone d’anima perduta. I gigli, apertisi nottetempo, perdevano i pungiglioni della loro castagna scudata e la villa di Rosa moriva ricoperta da tisanotteri affamati di fiori.

Lo spogliava, il suo Lazzaro a contrario dilapidato dalla vita, e lo adagiava al letto carezzando le lineature dell’addome e gli sfiorava i tagghi a forma di falcetto, era unchiàta da moriture orgasmiche precoci verso l’empireo, passando per il limbo ulivignolo di Falconara e collassando in giù a strapiombo nella gola greca dei satiri trasognati di Ragusa Ibla, per poi farsela ficcare dalle pudenda. Un letargo di pipistrelli affacciati alla tettoia spiovente del podere Martorana mugugnava con un distacco sublime da poeti del crepuscolo. Lui abbisognava di lei a mo’ di un cane coperto da cimurro allontanato dalla riunione del proprio branco.

“Padre, nuota nel buio. Un ti scantari. Scùtimi”, litaniava, quasi tutte le notti, in un incubo sulla sua ventùra.
Rosa, allora, gli bagnava il viso nella bagnèra riempita d’acqua fredda e con una nenia lo guariva. Lui quindi la baciava e chianciva mentre cuddàva scunchiudùtu lacrime di fiele.

Una notte , mentre do frattempo Rosa dormiva, sbregato sotto un ficus, con un coltello per l’intagghiu, Razziddu plasmò barchette da travicelle di frassino. Poi però si fermava, e meccanicamente immaginava, rialzandosi dal suolo, il barcone del padre spaccarsi. Le barchette lignee le aveva frattanto appoggiate a terra. Chiuse il suo campo visivo. La sua notte non poteva essere la stessa che il padre aveva visto di sottecchi mentre moriva. Un putiva d’essiri. I notti un su mai i stissi.

“Questa è la notte di chi sta per morire? O questa è la notte di chi sapi moriri?”, chiedeva allora al coltello mentre ‘mmucciàva i sensi e si faciva mali, poco, tagghiandosi la carne del baccio iscurito dal cuddàri della notte che lo cummigghiàva.
Rosa continuava a dormiri. I rintocchi del clacson di un trattore facevano pigghiare a malastrata a dei cardellini da un campo di girasoli. E Razziddu batteva le palpebre didentro quello stormo scomparso. Febbricitante tornò a letto. Rosa borbottava nel sonno e non l’avrebe svegliata. Razziddu sistemò il cuscino e chinò il capo su di esso coprendosi l’orecchio sinistro con le piume e la seta dell’involucro. Dormì mezz’ora, poi lentamente aprì foddi gli occhi con prescia.

Da Lo Scuru
di Orazio Labbate
ed. Tunué
pgg.: 119
Euro 9,90








pubblicato da s.gaudino nella rubrica libri il 17 maggio 2015