Se da un laboratorio nasce un libro

Enrica Buongiorno





Grandi strade, nessun negozio e alti palazzoni. Scampia, quartiere della periferia Nord di Napoli, luogo di tragedia e morte ma anche di speranza e vita. Antigone a Scampia (Effigie) è un libro di Serena Gaudino, giornalista e scrittrice, che ha vissuto un’esperienza particolare con le donne di Scampia legata ad un laboratorio sul mito e la tragedia greca. Il racconto è lo specchio in cui ritrovare se stessi e la propria esperienza di vita. Per provare a capire e forse ricominciare.

Enrica Buongiorno: Come nasce questo libro?
Serena Gaudino: Antigone a Scampia nasce da un’esperienza.
Come Simone Weil negli anni Trenta raccontava il mito greco agli operai e alle operaie delle fabbriche francesi sperando di farli riflettere sulle loro condizioni di vita, così io, a Scampia ho raccontato la storia di Tebe, di Edipo, di Laio e di Antigone a un gruppo di cinquanta donne del quartiere. Molte delle quali per nulla abituate a analizzare la propria vita e le ragioni degli eventuali disastri sociali e emotivi di cui spesso sono prigioniere; donne che vivono la propria vita come un destino a cui non ci si può opporre, prigioniere di dolore, rabbia, miseria.
Il laboratorio è durato un anno intero e si è sviluppato in due fasi.
Nella prima ho raccontato e letto il mito e le storie legate a esso. Nella seconda, invece, il gruppo, dopo aver ascoltato con grande partecipazione, immedesimandosi nell’eroina sofoclea, rispecchiandosi in lei e trovando analogie tra la lotta di Antigone a le proprie singole e privatissime lotte, hanno iniziato a raccontare, sull’eco di quelle tragedie, le loro storie.
Ne è nata così una sorprendente autobiografia collettiva in cui l’alternanza tra mito e realtà racconta questo complesso quartiere della periferia napoletana. Ma anche una realtà che si sviluppa attorno alla difficoltà, soprattutto delle donne quando un loro figlio, marito, padre finisce nei guai, di dover scegliere se rispettare la legge dello Stato, ovvero la legge di Creonte, o lasciarsi andare alla legge dell’amore, alla legge degli dèi. Soprattutto quando lo Stato è visto, il più delle volte, anziché benevolo è rassicurante, protettore, un nemico. Un’entità che non risponde ai propri bisogni, non soddisfa le aspettative e quindi deve necessariamente essere combattuta.

E: B.: Come è stato ascoltare e poi scrivere le storie delle donne di Scampia?
S.G.: È stato forte, intenso, coinvolgente.
La storia di Edipo e di Antigone stupisce, indigna, affascina. È una storia così densa di accadimenti e significati che l’ascoltatore si sente autorizzato a entrare dentro, a commentare, a comparare tra loro i fatti antichi con quelli del proprio vissuto.
All’inizio, quando le donne presenti agli incontri hanno iniziato a raccontare le proprie storie non riuscivano a parlare, solo lacrime, piccole lacrime che sgorgavano per l’emozione ma anche perché finalmente riuscivano a parlare dei propri vissuti in libertà. Senza alcun filtro: servizi sociali, psicologi, insegnanti. La loro vita correva come un fiume in piena colpendo e coinvolgendo tutti, come in un vortice. Un vortice di sentimenti.

E: B.: Qual è il significato della parola “tragedia” a Scampia?
S. G.: Ogni abitante del quartiere Scampia porta con sé il seme della tragedia intesa come “tragedia classica”: un evento che ispira violenti sentimenti di terrore e di dolore, un conflitto pieno di accadimenti atroci.
Il carcere è una presenza nota a un elevato numero cittadini napoletani che vivono qui.
La povertà, il livello basso d’istruzione, la scarsità di desiderio di conoscere e crescere, migliorare, ma soprattutto la mancanza di un orizzonte fa sì che la popolazione non riesce a evolversi, a smarcarsi da quello che loro stessi chiamano “destino”, assegnatogli da una qualche entità superiore come Dio, Gesù o lo stesso Stato.
Ma qui entriamo in un ambito complesso da affrontare in poche parole.

E. B.: Cos’è Scampia? Un luogo oppure un non luogo?
S. G.: Scampia è un quartiere. Un quartiere a nord di Napoli. Non è fuori da Napoli, e non è altro dalla città. Quindi non è per sua natura un non luogo anche se è trattato come un non luogo.
Non ha niente a che vedere con la definizione di Marc Augé di non luogo come possono essere gli Autogrill, i Centri commerciali, gli Ipermercati, perché qui non c’è nulla di tutto questo: niente negozi, niente luoghi di aggregazione, di intrattenimento.
Perché allora penso che sia un non luogo?
Perché è un luogo che non è radicato nelle persone che lo vivono. É un luogo asettico, esterno, vissuto anche dai napoletani di quartieri meno periferici come un “altro mondo”. E questo determina uno dei più grossi problemi di Scampia, che non si riconosce parte di una città ma luogo a sé stante dove, negli anni, migliaia di persone sono riversati e hanno occupato le case dei parchi e dei palazzi di edilizia popolare costruiti tra gli anni Sessanta e Novanta del secolo scorso.
Per cambiare, bisogna aiutare le persone a costruirsi una storia di appartenenza, una storia di origine, a radicarsi, a gettare semi e a fare, ogni tanto un buon raccolto.

E. B.: Com’è cambiato il quartiere oggi?
S. G.: Oggi Scampia è un quartiere che sta provando a risollevarsi. Molte associazioni, negli anni, hanno realizzato qui degli importanti interventi educativi e di recupero dei ragazzi che sono i più colpiti dal fallimento sociale e politico. A proposito di questo, ci tengo a sottolineare che il mio libro non è solo una fotografia di Scampia ma nella sua seconda metà, con un Alfabeto e a un Epilogo cerco di raccontare quanto di bello e buono fanno schiere di volontari cercando in tutti i modi di cambiare le sorti delle persone che vivono qui.
Con Alfabeto Scampia descrivo il quartiere in 24 passi servendomi di parole rubate al gergo del luogo. Parole come anima, fede, strade, memoria, piazza e trasloco… diventano il mezzo attraverso il quale racconto il disastro e la speranza, la debolezza con cui la politica ha tenuto testa alla “questione Scampia” e l’incapacità di elaborare un piano di intervento basato sulla collaborazione strettissima tra Istituzioni e volontariato che abbia lungo respiro.
Un intervento che abbia a cuore l’educazione e la formazione di nuovi cittadini consapevoli e responsabili, al di là degli interventi infrastrutturali che sono importanti ma se poi restano scatole vuote non servono a molto.

L’intervista è stata pubblicata venerdì 8 maggio su LovePress: qui il link originale.








pubblicato da s.gaudino nella rubrica a voce il 12 maggio 2015