Tutto (o quasi) Bolaño in un solo racconto

Silvio Bernelli



Fine. Rien ne va plus. Game over. Sono queste le parole che dovrebbero trovarsi nell’ultima pagina di Puttane assassine di Roberto Bolaño, pubblicato da Adelphi nella traduzione di Ilide Carmignani (pp.230, 18€).

Puttane assassine è infatti l’ultima raccolta di racconti “allestita dall’autore prima della morte”, come recita la bandella, avvenuta nell’ormai lontano 2003. Da quel momento in poi la produzione dello scrittore cileno si è rovesciata sui lettori con la violenza di una pioggia di sassi. Merito soprattutto di I detective selvaggi e 2666, due romanzi-mondo accomunati dalla mole imperiosa, ma molto diversi tra loro.

Il primo era un affresco sulla giovinezza perduta che raccontava le gesta di un manipolo di poeti in erba. Juan García Madero, Angélica Font, Ulises Lima, Arturo Belano e altri ragazzi provenienti da diversi paesi sudamericani si incontrano a Città del Messico, passano intere notti a bere e chiacchierare, inventano raccolte per editori improbabili, si incaponiscono in diatribe letterarie, si amano, si tradiscono, litigano, si disperdono ai quattri angoli del mondo e quando si guardano indietro trovano solo sogni artistici disintegrati.

Di 2666 restano invece le relazioni gemetriche tra i quattro studiosi protagonisti del primo libro La parte dei critici, l’allucinata trasferta messicana del giornalista americano Fate e soprattutto il canto di morte del quarto libro La parte dei delitt i, dedicato alla strage delle donne a Cuidad Juárez, ribattezzata Santa Teresa nel libro.

A legare una storia all’altra è la vicenda dello scrittore tedesco Benno von Arcimboldi che, dopo anni di isolamento, torna alla vita pubblica per salvare il nipote Klaus incarcerato in Messico. La parabola di Benno von Arcimboldi è una metafora della vita di Bolaño al tempo della stesura di 2666: uno scrittore minato dal male che lo ucciderà, ma pronto a uscire dall’”anonimato” e terminare il suo capolavoro per lasciarlo in eredità alla sua famiglia, salvarla.

Questi due libri coraggiosi e l’improvviso successo di Roberto Bolaño, diventato icona pop-letteraria proprio in seguito alla morte a soli 53 anni, hanno fatto sì che ogni sua pagina diventasse oggetto di interesse da parte di legioni di fan. Ed ecco spiegati i molti libri dell’autore cileno usciti in pochi anni sul mercato italiano, prima per Sellerio e poi per Adelphi. Tra questi Stella distante, del quale avevamo scritto qui, ma che nel tempo ha saputo lasciare un ricordo migliore di quello seguito alla lettura (capita, a volte); Un romanzetto lumpen ambientato in una Roma povera e arraffona eppure, alla fine e contro ogni aspettativa, umana; e anche il discutibile I dispiaceri del vero poliziotto, assemblato dagli editori – con grande rigore filologico, naturalmente – dopo la morte dell’autore (la recensione è qui). Facile insomma non sapere bene come accostarsi a uno scrittore dotato di enorme vigore che resterà probabilmente come una delle voci più originali della scena letteraria all’inizio del terzo millennio.

Ora con quest’ultimo Puttane assassine (il titolo oscilla tra la presa in giro e l’épater les bourgeois) sulla produzione bolañiana scende il sipario, e forse vale la pena di avvicinarsi all’autore scomparso proprio partendo da qui, magari dal racconto Prefigurazione di Lalo Cura. Basta anche solo il nome del protagonista del racconto per far scattare l’interesse dei bolañiani duri e puri. Lalo Cura, un nome che significa “La pazzia” in spagnolo, era uno dei protagonisti di 2666. Un ragazzino di Santa Teresa tanto bravo con le armi da venire assoldato prima dai narcos e poi dalla polizia (la commistione tra queste due forze pare tristemente chiara anche nella realtà messicana). Il protagonista del racconto però, come spesso succede con i personaggi di Bolaño che si rincorrono di libro in libro, è, e allo stesso tempo, non è il medesimo Lalo Cura di 2666.

Alcuni dettagli sono uguali tra i due personaggi e altri no. Alla fine questo si rivela comunque secondario perché al centro del racconto Prefigurazione di Lalo Cura non c’è il poliziotto ormai diventato killer, ma Pajarito Gómez. Un attore horror-pornografico di secondo piano che però “sapeva vibrare da dentro fino a bucare gli occhi dello spettatore”, come scrive Bolaño. “Pajarito vibrava, vibrava e all’improvviso lo spettatore, a seconda della sua capacità di resistenza, veniva trafitto dall’energia di quell’ometto dall’aria così deboluccia. Così insignificante, così denutrito. L’attore porno per eccellenza del ciclo di film colombiani di Bittrich (il regista e produttore N.d.A.). Il migliore nel ruolo del morto e il migliore nel ruolo dell’assente. ”E ancora: “Elusivo, ingovernabile, Pajarito entrava nell’occhio della cinepresa per caso, come se passasse di lì e si fosse fermato a guardare”. Molti anni dopo aver assistito alle gesta grandiose anche se involontarie di Pajarito in una lunga serie di film pornografici, Lalo Cura va a scovare l’uomo “in un appartamento minuscolo, di una sola stanza, in una strada che si affacciava sul mare, a Buenaventura (….) Aveva quarantanove anni e ne dimostrava dieci di più.

”L’ex attore, oggi povero cameriere di ristorante, teme di essere ucciso perché nei film pornografici aveva penetrato a più riprese Connie Sánchez, la madre di Lalo Cura, proprio mentre era incinta del futuro poliziotto-killer. Lalo Cura regala invece a Gómez una vita nuova. “Ti lascerò dei soldi, Pajarito, perché tu possa vivere senza lavorare. Ti comprerò quello che vuoi. Ti porterò in un posto tranquillo dove potrai dedicarti a guardare i tuoi attori preferiti. ”Pajarito guarda Lalo Cura“ con gli occhi pieni di umanità e paura e di feti perduti nella vastità della memoria. Feti ed altri piccoli esseri a occhi aperti”. Lalo Cura ha la sensazione che “l’appartamento intero si metta a vibrare”. E se ne va. Ciò che lascia dietro di sé e al lettore è il mistero inespresso del talento di Pajarito Gómez. Una vibrazione senza nome che assomiglia al talento potente e inafferrabile dello stesso Roberto Bolaño.








pubblicato da s.gaudino nella rubrica libri il 5 maggio 2015