Cuocere il sugo al gusto di mestolo

Roberta Durante intervista Tiziano Scarpa



Stasera 24 aprile, a Treviso, sarò ospite della rassegna TRAversi, a cura di Marco Scarpa. La poetessa Roberta Durante mi ha fatto qualche domanda per un quotidiano locale.


Ospite di “TRAversi”, rassegna sulla poesia contemporanea, il cui tema di quest’anno è “l’attesa”. Scegli una tua attesa, e raccontami, se vuoi, una brevissima storia d’attesa.

Non mi viene in mente una storia ma certe situazioni. Mi piace quando ho un appuntamento con qualcuno che non conosco, e mi ero immaginato la sua faccia a partire dalla sua voce al telefono. Mi piace quando aspetto il momento buono per fare una cosa e poi mi dico: “Ma cosa aspetti? Il momento buono lo crei tu!”. Non mi piacciono gli ultimi giorni dell’anno e di agosto, quella specie di sospensione, in attesa che le cose ricomincino.

Dai tuoi testi sulla rivista “Linea d’ombra” all’inizio degli anni Novanta, all’ultimo libro Come ho preso lo scolo (Edizioni Effigie) c’è di mezzo di tutto, tra cui un Premio Strega nel 2009. Qualcuno dice che tutto quello che scrive un autore è un’opera sola. Mi piacerebbe che tu smentissi questa cosa, dicendo invece che sono pezzi di puzzle diversi. Cosa ne pensi?

Per me ogni libro è un viaggio in un posto diverso. Come andare una volta nel deserto, un’altra tra i ghiacci del polo. Ci si equipaggia in modi del tutto differenti: stile, linguaggio, tono, fantasia, atteggiamento. E poi, io cerco di identificarmi in personaggi ogni volta nuovi, che spesso non mi assomigliano. Ma poi nella vita sono i libri stessi che ti portano in posti e situazioni imprevedibili, sempre diverse: in Come ho preso lo scolo racconto la mia esperienza da attore nell’ultimo film di Monicelli; e poi la lettura in Piazza dei Signori a Treviso contro le ordinanze discriminatorie di certi sindaci; e poi quando ho risposto a un’intervista su una mia disavventura medica di gioventù…

A proposito di Premio Strega, siamo agli sgoccioli, hai un libro del cuore in concorso? Oppure un libro del cuore non in concorso?

Sono molto contento che in concorso ci sia La sposa, di Mauro Covacich (Bompiani), un libro di racconti, uno più bello dell’altro: ha uno sguardo a raggi x sulla realtà di oggi, pieno di partecipazione, sorpresa, coraggio, disincanto. Spero che vinca, il libro se lo merita, e lui è uno degli scrittori più importanti che abbiamo. Mi sembra irreale che non sia in concorso l’ultimo romanzo di Antonio Moresco, Gli increati (Mondadori). È un’opera poderosa, che ti porta al livello fondamentale dell’esistenza, oltre la cronaca e le apparenze, ti fa sentire di cosa siamo fatti davvero, impastati di vita e di morte.

Visto che avevo iniziato parlando di poesia, cosa cambia, se cambia qualcosa, tra questa e la narrativa?

Per come la intendo io, la narrativa si confronta con l’inaspettato: qualcuno ha delle idee sull’amore, sui soldi, sui figli, sul lavoro, poi però gli succede qualcosa di inaspettato che gli fa cambiare idea. E poi, la narrativa si aspetta dalle parole una prestazione speciale, quella di far immaginare chi le legge, come un sogno a occhi aperti: fa finta che non ci siano delle parole scritte, ma solo immaginazioni. La poesia sta da tutt’altra parte. La poesia si reinventa ogni volta. La poesia fa come se non ci fosse nessuno, come se non ci fosse un poeta, come se ci fossero solo le parole. La poesia sa di essere inascoltata. La poesia ascolta le parole stesse, è il posto dove le parole non devono rendere conto a nessuna impostura. La poesia è il posto più bello che c’è.

L’infinito, credo, mischia proprio le due cose. Cosa ne hai fatto di Leopardi (cioè, cosa resta e cosa ci dici di nuovo)?

Oddio, riuscire a dire cose nuove su Leopardi…! L’infinito è un testo teatrale dove immagino che il giovane Giacomo appaia come una specie di fantasma a un ragazzo che lo sta studiando, la notte prima degli orali della maturità. Ho usato le sue Lettere, i passi dello Zibaldone, per provare a immaginare come giudicherebbe il nostro mondo se potesse vedere che cosa ha combinato l’umanità in questi due secoli, dopo la sua morte.

Mi ricordo, quasi a memoria, qualche riga di Cosa voglio da te, quando dici che il protagonista, aiuto cuoco in una colonia estiva, si dimentica il mestolo nella pignatta del sugo e così nella vita bisogna sapere fino a che punto si devono usare gli attrezzi, altrimenti si sente il loro sapore nel risultato. Un esempio di attualità dove qualcuno ha finito per mangiare pasta al mestolo?

La politica, credo. L’intreccio fra democrazia e successo mediatico: non si riesce mai a distinguere se un politico sta cucinando il sugo (le proposte di legge, un’idea del bene comune, le scelte necessarie alla comunità) o il mestolo (il bisogno di piacere, di sventolare le cose più becere perché le pensa la gente, di fare scelte “facili” per essere eletti).


L’intervistatrice Roberta Durante ha pubblicato la raccolta di poesie Girini (Edizioni d’if, 2012) con cui ha vinto la VI edizione del Premio Mazzacurati-Russo. Del 2014 è Club dei visionari, nella collana “I poeti di Smerilliana”, Di Felice Edizioni, e poi Balena (Prufrock SPA).
Una versione più breve di questa intervista è stata pubblicata sulla Tribuna di Treviso il 24 aprile 2015.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica a voce il 24 aprile 2015