A Philip Roth non piacciono le tette

di Maria Cerino



C’è un tacito accordo che il lettore stipula con lo scrittore quando compra la sua seconda opera, ed è quello per cui il secondo s’impegna a restare come lo vuole il primo.

Non giovane, non vecchio, non audace, non moderato, non progressista, non amorevole, non esasperato, immorale. Nulla lo riguarderà di quell’uomo, pur riguardandolo completamente. E l’unico intervento permesso sarà sul volume. Meno violento più violento, meno arreso più arreso, meno sofferto più sofferto, meno languido più languido. In un gioco di appartenenza che ha che fare con il lettore e non con lo scrittore: mi è sempre sembrato che mettendolo in mezzo, il libro, somigliasse più a me di quanto somigli a chi pure lo ha scritto.

Con Roth non è stato diverso. Come lettore mi sono sempre sentita un oggetto, una sorta di assenza. Non importa la mia idea, non ha alcuna rilevanza l’esperienza che ho fatto, la compostezza del mio corpo, o quella certa volgarità con cui ci si lascia andare a volte e da cui non si torna più indietro, l’individuazione dell’errore, la perseveranza, l’educazione, ogni libro di Philip Roth è una rivelazione. Era così a vent’anni, resta uguale a trenta. Ma mentre i personaggi sulla carta invecchiano e si consumano, si mortificano, io mi sono sempre sentita un seno.

Accade a me quello che accadeva a David Kepesh, la metamorfosi che ci trasforma in un’enorme mammella, una mammella che sente, che parla, che immagina se stessa. Il più delle volte non faccio attenzione alla storia dei personaggi, alla storia dei personaggi e basta, io cerco le tette e quando finalmente tra una pagina e l’altra mi appaiono e so a quale donna appartengono, di che taglia, che forma e di quale consistenza ho come l’impressione di aver trovato l’arteria principale del libro.
Vedo le tette e non mi interessa altro. Da questa prospettiva i romanzi di Roth sono stati per me un contagio. Una corruzione del corpo nell’accezione più ideologica che un’espressione del genere può assumere. Chi ha letto anche solo tre o quattro dei suoi romanzi sa bene di cosa parlo.

Quando mi sono trovata davanti il seno di Consuela Castillo pensavo di aver capito tutto, convinta che se mi fossi aggrappata con la stessa intensità del professore alla bellezza di quel capezzolo a piattino un po’ più chiaro del marrone, rosato, avrei partecipato alla tragedia che a ritmo incalzante si consumava tra le pagine. È un libro facile, L’animale morente lo afferri subito e se non fosse per quell’ossessione fisica sarebbe un trattato interessante su questioni superate (il matrimonio, la famiglia, il divorzio, i gay che si vogliono sposare, la sessualità). Ma quel seno. Quel seno è un fatto così oggettivo che oramai lo usano come citazione per rimorchiare. Sai cosa ha detto Kepesh davanti alla camicetta sbottonata di Consuela Castillo? “Ti rendi conto che hai i seni più belli che abbia mai visto?”, e il resto è storia. (Anche se i citatori seriali di Roth dovrebbero ricordarsi di non tralasciare la ben più conturbante risposta che gli dà l’ex allieva di Practical Criticism, “Sì, lo so. Vedo come reagisci alle mie tette”.)

E il seno oltre ad essere il contenuto assoluto diventa anche il preambolo alle vicende; infatti solo facendosi così dipendente da quelle tette il professore di desiderio riesce a costruire la sua – di Roth – riuscitissima scena epica – al diavolo Levov – : l’amante che gli getta sulla colazione un assorbente pieno di sangue mentre gli chiede se veda altre donne e K. che ha bisogno di quest’amante più di quanto ne abbia mai avuto bisogno prima nega, nega e contemporaneamente ripensa al momento in cui ha leccato il sangue mestruale dalle gambe di Consuela, per gelosia. D’altronde se il libro non fosse così breve probabilmente alla fine la nostra non sarebbe una perversione ma, nel contagio, una vera e propria patologia.

In questo momento, mio caro Philippo (non è un errore di battitura), mi osservi dalla parete e la tua faccia ha tutte le caratteristiche che deve avere, così nel tratto di Tullio Pericoli, chi vede consegnare al mondo l’ultimo proprio afflato al sesso nelle sembianze di Greta Gerwig. La più innocua delle attrici in circolazione nel ruolo della Consuela finale, la più tragica, la giovane lesbica Pegeen: poteva farti più male di così, la vecchiaia? Nessun’umiliazione per oggi, solo una logorante nostalgia.
Non puoi immaginare di aver tradito me più di quanto gli sceneggiatori e il regista di The Humbling abbiano tradito te; e pensare che stavo rileggendo Il teatro di Sabbath, in quei giorni, che già l’idea di Drenka, del suo corpo fermo, pieno di sfida, riemergeva e me la ritrovavo davanti identica al ricordo che ne serbavo. Di tutti i seni che abbiamo conosciuto insieme, Philippo, quello di Drenka è quello che mi manca di più. Era una premonizione di ciò che la vita ci stava facendo, la vecchiaia di cui iniziavi a indovinare il fetore e di tutti questi personaggi brevi con cui ho dovuto imparare a convivere per continuare ad incontrare te, Drenka coraggiosa, A Sabbath sta succedendo qualcosa di orribile.

Succedeva che mi sedevo al tavolo per un pranzo su una collina caprese e una conoscenza – comune, a quanto pare – mi presentava una delle commensali annotando di esser stata da te corteggiata fino allo sfinimento. Se c’è qualcosa di più spaventoso del conoscere l’oggetto della propria ossessione è proprio conoscere l’oggetto dell’ossessione dell’oggetto della propria ossessione. Perché smaschera la natura della propria ossessione e non permette più di tornare indietro. Ebbene, la donna che tu avresti corteggiato e di cui facevo la conoscenza sotto il sole di luglio non aveva semplicemente un seno poco attraente ma aveva le tette più brutte che avessi mai visto in natura. La negazione di tutto ciò che ci siamo detti in questi anni, Philip, di tutto ciò in cui abbiamo ardentemente creduto. È stato uno dei peggiori pasti della mia vita; improvvisamente ho dovuto fare i conti con ciò che di tuo avevo letto – e mica solo di tuo, il trauma si portava via tutto, anche Coetzee e Marias, perfino Buzzati – e accettare che anche il seno – pure un seno bellissimo e perfetto – può essere un’invenzione. Certo, mi sei apparso anche più tragico, addirittura vecchio, una verità che mi giungeva in maniera netta per mezzo di una finzione.

È che ti ho preso sempre troppo sul serio, avrei dovuto seguire le generazioni di femministe che ti hanno odiato con senso del dovere senza mai muovere una sola obiezione ragionevole alla tua scrittura. Se ora sapessero quanto poco c’era di affidabile nelle tue parole chissà se ti detesterebbero di più o ti comprenderebbero ancora meno.

Di certo la voce di Michiko Kakutani mi sembrerebbe più lontana e stonata di quanto non lo sia il lamento sguaito di una gatta in calore dall’altro lato della strada, stasera. Però tutti sanno da che parte stare quando si tratta di te, anch’io lo sapevo. Poi è arrivato quel seno svuotato di ogni materia e adesso non so come amare lo scrittore, l’uomo a cui avrei concesso di prendere a calci il mio cane.








pubblicato da m.cerino nella rubrica libri il 23 aprile 2015