Nove poesie

Francesco Giusti



L’approdo

L’approdo fantasma del lago fantasma.
Solo bisbiglio del passato getta la cima
al palo. Qualcuno nel condominio dalle
celle di cera spegne il televisore
per sempre. Appena rilevante.
Euclide e Pitagora sono ombre
disperse dal vento. E’ nel cuore e soffia
la voce del canneto fantasma: per chi
qui prende riva non ha carne la teoria
dell’antropizzazione, chi qua viene
gioca alla pace nel cranio silente
di chi pace qui ha trovato.

marzo 2015, per jim Koller


Appena adesso

Spellata come arancia cupola di luce.
Uno spicchio si stacca.
Viene nella stanza, si fa soffitto, i libri sparsi case.
Le case sono libri, i libri il paesaggio di questa stanza
e gli occhiali la finestra dalla quale vedo
questo paesaggio mentre zoppica attorno al tavolo lago.
Sono qua. Esco ora dalla centoquarantesima
pagina stanza del libro casa nella quale
uno spicchio di luce è il soffitto
della storia di cui ancora non conosco
né il personaggio principale né la fine
essendo chissà come capitato nel libro sbagliato.

marzo 2015


Fuori mano

Alla fine del parco
mentre catena e lucchettaccio oscillavano,
mortuario incanto di una fase statica
di grossi alberi nelle cui legnose capigliature
aveva dimorato a pezzi la luna poi ricomposta
e diaccia. Mi raggiungeva un vento onirico,
radiante, sotto forma di lama sabbiosa quando
ancora solleticavano gli odori terra bagnata
erbe officinali e un ombra blu onnicomprensiva
filtrava, distribuendola, la rampicante del tempo
all’indietro.. Nella solitudine delle singole
storie fatte ossa nel campo e sillabato
almanaccare di supplica e lode, argento
dell’ora di chiusi cancelli. Nessuna decisione.
E bacio della mummia, della donna ragno,
della barbuta trangugiatrice di spade,
dell’esteta tracannatore di tequila col verme,
del cavallo di tavole sulla marina di Troia,
del terribile Ulk, del prete, dell’acida
perpetua. Quasi segreto, come
di ghiaia latteo, un vialetto conduceva
al lento sorgere dell’alba eburnea, l’altro,
imbarazzante perchè simile ma non uguale,
alla ferrosa notte, alla porta sbarrata
con la croce appesa alla quale
il morto appendeva l’ombrello usato,
la dentiera con il ponte d’oro,
il presente al momento passato,
il bonario gufare del gufo al netto
di dicerie.

marzo 2015


Libri
di amici
andati
libere ombre ventose e amare
dimorano qui nella sera
tra le care cose rare.

marzo 2015


Così nella brezza

Un giorno, uno di questi, diafano,
passato sotto l’impietosa lama del salumaio,
svegliandomi nel pozzo
dal colore di mezza luce
con unghie di fatica profetizzata scavato,
rifuggo le dure ombre
e scalciando i calci dell’insofferenza
per le parole tempesta naufragio indosso quelle
approdo passeggiata e passato senza fermarmi
davanti all’insegna della farmacia dalla quale tu esci
con le mie medicine e il nuovo taglio di capelli,
vado dritto a quel baretto vista orizzonte
e i tavolini lindi nella prima brezza, specialmente
quello da dove la grossa pasta con la glassa rosa
decollerà trasbordando, delicatissima astronave,
oltre i cancelli
di un’indefinita abbondanza, stagno o canneto,
amato profilo nell’aureo ordine segreto
delle cose.

febbraio 2015


Il pendolo

Un mio zio morto
avendo in proposito qualcosa da ridire,
ha lasciato una scarpa nella bara
e ora mi zoppica in giro per la casa,
le restanti briciole di eternità
tolte dagli angoli della bocca
con una manica della giacca - lo sapevo,
esordisce, che ti saresti dimenticato
di riportarmi la bicicletta. La notte
davvero notte covava le sue uova,
grosse, impaziente di vederle schiudersi
nei piazzali, deserti spiazzi, scrutati da fari
la cui luce, lanciata dalle vecchie poz-
zanghere a solleticare il cielo
era rimembranza. - Lo sapevo
lo sapevo, insiste, prima di saltare
dentro la foto che gli ricordava
la vacua estate delle cicale e perdervi-
si, cosa che mi ha riportato alla men-
te la lama del pendolo nel famoso rac-
conto di Edgar Allan Poe non chiedetemi
perché, in un aeroporto che il vento sce-
so cinturava con l’inchino di esi-
li pioppi cerimoniosi.

febbraio 2015


Scorrendo il calendario delle distanze

Genitori dove passate il tempo?
Ho qui nel corpo le contusioni inferte
dal grido sgraziato di una giornata di febbraio e
mi rammarico di non sapermi
più guardare alle spalle. Una imbarcazione
di santo pane quotidiano
ha lasciato il marmo della mia finestra stamattina;
c’erano pezzi felici di paesaggio ben dipinto
e sorrisi, anche, seppur datati, sopra, a riposare
tra le penne di un angelo lungo quanto la sentina,
e non so se per pigrizia o voglia istinto
di confrontarmi con i miei demoni fedeli
ghignanti storti e incandescenti
che non sono salito a bordo.

febbraio 2015


Quando capita che tornano

Ambascia ambascia.
Anche senza l’umido fetore dei cani lanciati alle calcagna
sui degradati tapis roulant di un fiato grosso
preghiamo perchè la notte versi
il suo vino nelle gronde
per di nuovo all’alba tra i banchi dei pescivendoli,
legno spago e buona fortuna,
sulla secca di fronte al mare tornare
a pronunciare la sola parola
che a fior di labbra ci apparenta.

febbraio 2015


Paesaggio serale

Rammenti
di un’attività cardiaca
prima del paradiso terrestre. Ora
se dici cuore sotto l’angelo del cancello
dici pietra, nero dove neanche
la lama dei fari del campetto parrocchiale si fa strada
e i capelli turchini della fata
in cui si annidano baci avvolti in carta di giornale
te li acconcia un vento da tempesta
con l’ala aperta tra le spine.

febbraio 2015








pubblicato da t.scarpa nella rubrica poesia il 23 aprile 2015