Il terremoto degli increati

Loredana Lipperini intervista Antonio Moresco



Questa è la trascrizione -con alcuni ritocchi per una migliore comprensione alla lettura- dell’intervista di Loredana Lipperini a Antonio Moresco su Gli increati. È andata in onda su Fahrenheit, RadioTre Rai, 1 aprile 2015.


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LOREDANA LIPPERINI: Il libro del giorno di Fahrenheit rappresenta il culmine di un’opera che, sì, si può definire enorme: evidentemente non solo in termini di numero di pagine, ma per ambizione, per concezione della scrittura, per forza poetica. Un’opera a cui, credo, bisognerebbe essere comunque grati, per il rilievo che dà all’intera produzione letteraria italiana. È un’opera che fa tracimare – questo è il verbo che viene usato più spesso nel romanzo, non casualmente – fa tracimare il lettore, lo costringe a condividere le stesse domande sulla vita, sulla morte, sullo scopo dell’esistenza, che si pone il protagonista dell’opera, e se le pone continuamente, perché questo è un romanzo fatto di interrogativi. Leggo da pagina 310:

“Che cosa sto facendo? Dove sono? Da dove sono venuto? Dove sto andando? Da dove sono tracimato, tracimerò? Che sia questa la giovinezza? Che sia questo l’amore? Ma che giovinezza è questa, sarà? È la giovinezza che viene dopo o quella che viene prima?”

Insomma, è un’opera che, così come si è posta, come una prova lunga trent’anni e più all’autore, si pone giustamente come prova al lettore. Questo è Gli increati, che esce per Mondadori, scritto da Antonio Moresco, che è nei i nostri studi di Milano. Benvenuto.

ANTONIO MORESCO: Grazie, buona giornata.

LOREDANA LIPPERINI: Dunque, è un’opera... altro che “opera-mondo”, Moresco: un’“opera-galassia”. Perché? Per tanti motivi: non solo perché – diciamolo, inquadriamola – è la terza parte di una trilogia che è iniziata ormai nell’84 con Gli esordi, proseguita con Canti del caos, e non solo: perché accoglie il punto di vista, oppure intere visioni di altre sue opere: c’è la città dei morti, che abbiamo conosciuto in Fiaba d’amore, ci sono le torce, ci sono i roghi, le fiamme de Gli incendiati; insomma, è come se tutto quello che lei ha scritto in questi anni rientrasse, confluisse ne Gli increati.

ANTONIO MORESCO: È vero, è proprio così, infatti lì dentro ci sono non solo Gli esordi e Canti del caos, che sono il retroterra di questo libro, ma ci sono anche molti altri libri: c’è La lucina, ci sono Gli incendiati, c’è Fiaba d’amore, c’è Lo sbrego, ci sono addirittura le Lettere a nessuno. Si vede che nel momento in cui avevo bisogno di fare un passo in questa dimensione che ho chiamato l’increato, staminale e potenziale, avevo anche bisogno di andare a terremotare le radici stesse del mio lavoro di scrittore.

LOREDANA LIPPERINI: Ecco, lei inizia, per questa operazione di “terremoto” – come l’ha appena definita – dalla morte. Nelle prime righe lei scrive:

“Sono morto il 30 ottobre 2010, nel cuore della notte, investito da una macchina mentre camminavo per strada, succhiando un tronchetto di liquirizia e fantasticavo”.

Ci porta subito nella dimensione dei morti, che è una dimensione molto simile a quella di Fiaba d’amore, a quella dei vivi: simile e speculare, in un certo senso. Ci sono macchine piene di morti – lei scrive – treni di morti, aerei pieni di morti, città sprofondate nel sonno e nel buio. In questo buio si muove il protagonista, che noi poi scopriremo essere anche il creatore, che è alle prese davvero con un terremoto, perché la città dei morti – senza svelare troppo, che è quello che si rimprovera a chi racconta i romanzi; però questa è una dimensione che va raccontata, secondo me – ecco, questa città rischia di sgretolarsi; comunque decade, si degrada ogni volta che arrivano altri morti.

ANTONIO MORESCO: In questo libro capovolgo lo schema che noi abbiamo in testa, che la nostra cultura ci ha messo in testa da migliaia di anni, che è quello di: vita, morte. Prima c’è la vita, poi c’è la morte, punto e basta. Io invece capovolgo questo schema: nel libro c’è prima la morte, poi la vita, poi ancora l’increazione. E quindi invito anche il lettore a fare questo viaggio di conoscenza, spiazzante, perché non è detto che in un libro, come in qualsiasi altra cosa, noi dobbiamo solo trovare ciò che conosciamo già, ciò su cui siamo già d’accordo: certe volte in un libro possiamo anche affrontare un’avventura, anche di conoscenza, oltre che poetica. Per quanto riguarda la città dei morti che appare all’inizio, è sottoposta a continue scosse sismiche, che sono determinate dalle continue ondate di morti che arrivano dalla vita nella città dei morti. Diciamo che viene messo in movimento tutto lo schema della vita e della morte. In questo libro avvengono delle tracimazioni tra la vita e la morte ma anche tra la morte la vita. Quindi è proprio un’avventura, insomma, che bisogna leggere, perché ci si entra meglio con la lettura che con il discorso.

LOREDANA LIPPERINI: Ecco, è un’avventura anche letteraria perché, come lei ha sempre fatto, Antonio Moresco, coinvolge il lettore – ne abbiamo fatto cenno, poco fa – coinvolge il lettore nel farsi di questa avventura. Si pone quasi subito, a pagina 26, la questione del come raccontare, chiede:

“Ma allora come si fa a raccontare i vivi? Come si fa raccontare i morti? Perché se il tempo non c’è, non c’è più, non c’è mai stato, allora non c’è neanche il tempo del racconto dei vivi e non c’è il tempo del racconto dei morti”.

La questione della narrazione; tra l’altro, anche così: con il corollario potente, direi, della visione di questa placenta che contiene tutti gli scrittori dell’epoca finale, di questo momento della vita umana e del mondo, che

“se ne stanno là, addormentati e atterriti, con le loro manine che stringono anche nel sonno le loro piccole narrazioni dislocate dentro un tempo che non c’è più”.

Come si racconta questa esperienza?

ANTONIO MORESCO: Bisogna – io almeno ci sono riuscito solo così – sottoporre a un terremoto anche i nostri modi di raccontare, perché sta avvenendo una cosa strana, secondo me, in questi anni. Da una parte abbiamo coscienza del fatto che siamo a un passaggio di specie, che può essere una fine ma anche un inizio, nel senso che sappiamo che la nostra specie si trova di fronte a un passaggio, che il nostro rapporto con il pianeta si trova di fronte a un passaggio, eccetera; e per di più i fisici ci stanno dicendo tutta una serie di cose, sulla nostra vita, su com’è fatto il mondo, su cos’è il tempo, lo spazio, eccetera. Nello stesso tempo sembra che nel regno della letteratura tutto questo non ci sia, che la letteratura continui ad andare avanti così, come se noi non sapessimo quello che sappiamo, come se la letteratura fosse uno spazio residuale che ha lasciato il campo della narrazione della vita e del mondo ad altre forme di conoscenza e ad altri saperi, o che al massimo possa avere solo un ruolo ancillare rispetto ad esse. È come se secoli fa, dopo Copernico, gli scrittori avessero continuato a scrivere i loro libri presupponendo che il sole girasse intorno alla terra e non viceversa. Ecco, io in questo libro ho assunto tutta questa visione del mondo che ci viene anche dalle scienze, ma non solo, che è venuta anche, per altre e diverse vie, per svelamento, dall’interno dei due libri che l’hanno preceduto. Ho raccontato le cose così come mi sembra che siano. Poi magari a uno che legge superficialmente e parzialmente può sembrare che siano cose astruse, assurde, campate in aria. A me sembra invece, a torto o a ragione, che siano molto più vicine alla realtà che abbiamo sotto il naso, rispetto alle narrazioni a cui siamo abituati, e che magari pretendono di avere il monopolio della realtà mentre sono espressione di una piccolissima parte della cosiddetta realtà.

LOREDANA LIPPERINI: Ci sono molti incontri, soprattutto c’è il reincontro con la figura femminile, quella della Pesca, che appare in una villa, la villa di Ducale negli Esordi. È una figura che è destinata a essere sempre perduta e sempre inseguita; e ritrovarla è, comunque, in questo mondo (in questo doppio mondo, o triplo forse) che traballa, forse uno dei punti fermi possibile.

ANTONIO MORESCO: Sì, questa storia d’amore è il filo rosso che lega tutta quanta l’opera. La Pesca si incontra nella prima parte degli Esordi, e poi, attraverso diverse metamorfosi, attraversa tutta l’opera e si ripresenta e svela la sua natura finale in questo ultimo libro. Io sentivo molto l’esigenza, il bisogno di andare a fondo di questo strano e misterioso sentimento che abbiamo chiamato amore, che ho attraversato in molti libri, come in Fiaba d’amore e in altri, ho cercato di tirarne fuori la natura più profonda, che non è quella che magari appare all’inizio. La Pesca è il personaggio che attraversa e che dà luce a tutto il libro, dall’inizio alla fine, e a cui sono dedicate le ultime parole con cui si chiudono questi Increati.

LOREDANA LIPPERINI: Perché l’amore è l’altra possibilità, l’unica altra possibilità di esistenza, che lei racconta, e l’altra è la solitudine. Il suo personaggio, il suo io – lei, Antonio Moresco – dirà, a un certo punto del libro: “Sono solo anche dentro la morte”: e soltanto la Pesca, soltanto il poter attraversare la morte, il ritracimare dentro la vita insieme alla Pesca può costituire salvezza?

ANTONIO MORESCO: Diciamo che è così che mi è parso, scrivendo questo libro. C’è la solitudine, la percezione della solitudine profonda che noi abbiamo quando andiamo veramente molto vicino a noi stessi, da una parte; e poi, dall’altra, questa visione, questo sfondamento di spazio e di tempo, che può avvenire a volte attraverso il sentimento profondo dell’amore, che ci porta e ci conduce in una zona quasi di increazione del mondo e di noi stessi. Questo era il polo, era l’altro polo del mio libro, ma anche di alcuni dei miei altri libri che l’hanno preceduto, dove questo sentimento si prende tutto.

LOREDANA LIPPERINI: Si prende tutto perché l’altro sentimento possibile – quello che appartiene soprattutto ai vivi, devo dire – è la distruzione. Ci sono dei momenti bellissimi in questo romanzo; io cito solo l’incontro con l’esercito di persone silenziose che nel buio si rischiarano “al nero fuoco dei morti” e che diranno – possono dire, non è detto che lo dicano – potrebbero dire:

“Noi siamo quelli che hanno combattuto nel ghetto di Varsavia, combatteranno, che sono tracimati dentro la morte a Masada, ad Alesia, siamo gli assediati di Stalingrado, siamo i sepolti vivi delle grandi pianure asiatiche ai limiti dei deserti, le donne e gli uomini e i ragazzi e i bambini assassinati e gettati nelle fosse comuni sotto il filo dell’orizzonte dei vivi”.

I vivi uccidono, sono nati per questo.

ANTONIO MORESCO: È vero, in questo libro fa irruzione la Storia. Può fare irruzione la Storia, come non è mai successo negli altri miei libri, perché è tutto al cospetto dell’increato: e allora c’è la Storia e c’è anche molto della mia vita, dei miei sogni, delle mie illusioni, ci sono i rivoluzionari, ci sono gli insorti, ci sono personaggi storici come Che Guevara, come Lenin, come Mao Zedong, come Napoleone e tanti altri; fa irruzione tutta la Storia umana. Che viene vista in una forma diversa, perché se noi riduciamo all’osso tutto, e assumiamo come filo principale la vita, la morte, l’immortalità, la resurrezione, l’increazione – cioè questo filo che noi non siamo abituati a tenere in mano – tutto cambia di aspetto: non solo la Storia, ma anche l’economia, la politica, la pubblicità, ogni aspetto con il quale noi abbiamo a che fare tutti i giorni diventa una cosa completamente diversa, e io mi sono spinto a vedere tutti i nostri saperi in questo modo.

LOREDANA LIPPERINI: Ecco, ma questo flusso di saperi, di percezioni, di incontri… spesso di personaggi non dico minori per la Storia, però di personaggi che sono apparsi magari per un istante nella memoria di chi racconta – penso per esempio alla moglie dell’imperatore Moghul Shah Jahan, Arjuman Banu Begum, quella per cui venne costruito il Taj Mahal, che appare come un grande fiore d’oro sul pavimento mentre canta accompagnandosi con il sitar – ecco: che luce assumono queste figure nel concetto di increazione?

ANTONIO MORESCO: Sono dei bagliori che ci accompagnano nel cammino verso questa magnetizzazione di tutto nell’increazione, nella potenzialità staminale delle cose non ancora accadute e che non accadranno, e allora la moglie dell’imperatore Moghul ha questo senso: appare in un momento terribile dentro la mia casa, dove ritorno da vivo dopo la morte; da vivo ritorno nella mia casa, in una situazione terribile, e a un certo punto, al massimo della terribilità di queste pagine si sente il suo canto venire da una stanza lontana, lui va dove lei si trova e la vede seduta per terra nel suo sari dorato, e poi inizia la fuga con lei sulla motocicletta con il sidecar. Io ho messo vicino, secondo il mio sentimento, mentre scrivevo, delle figure che apparentemente non potevano stare vicine, cancellando questa prigione dello spazio e del tempo lineare che ci siamo inventati. E così c’è anche Jan Palach, e poi ci sono anche delle figure che noi abbiamo imparato a conoscere dai libri, come la Piccola Fiammiferaia, oppure Maria Callas che canta all’interno del libro, con la sua voce lacerante e spiegata, in mezzo all’orrore. E queste figure mi venivano fuori, mi apparivano così, condotte dal sentimento, mentre scrivevo il libro, in quel momento mi veniva in mente all’improvviso di introdurre quel personaggio. Non era una cosa decisa a tavolino, sono proprio figure emerse come per vita propria.

LOREDANA LIPPERINI: È vero che istintivamente, mentre si è immersi nel flusso della lettura, si può pensare a Dante, non solo perché è un cammino nel mondo dei morti, ma perché c’è una domanda che ricorre talmente spesso nel libro da far pensare che non possa essere casuale: “Non ti ricordi?, non mi riconosci?”, cioè personaggi – famosi o non famosi, che facciano parte della biografia effettiva di chi scrive oppure dell’esperienza, del ricordo, dovuto alla lettura dei giornali o, appunto, all’esperienza fatta – che chiedono di essere riconosciuti, e in questo senso sono presenze probabilmente dantesche.

ANTONIO MORESCO: Noi italiani, naturalmente, andiamo subito a pensare a quello, perché è la costola più formidabile non solo della nostra letteratura ma anche della nostra vita spirituale, e quando si va a toccare, a scardinare il limite tra la vita e la morte si pensa subito a Dante. Diciamo che io ho seguito un filo e un’idea che portava all’increazione e che va in una direzione molto diversa, però è evidente che Dante è uno dei miei amori, ma tutto Dante, non sono quello della Commedia, anche quello della Vita nuova, quello delle Rime, della Monarchia. Noi abbiamo ancora molto da imparare da Dante, che è ancora inattuale, come lo sono altri scrittori grandi, come Melville, come Dostoevskij: sono ancora inattuali, non sono ancora avvenuti, e quindi è per me un onore se qualcosa di mio può ricordare tangenzialmente Dante.

LOREDANA LIPPERINI: Senta, l’increazione consente una rivolta, perché lei ha citato Lenin poco fa: effettivamente una delle frasi che Lenin lascia sorridendo al protagonista, che gli chiede: “Perché le rivoluzioni falliscono sempre?”, è: “Quelle che falliscono sono le rivoluzioni dei vivi! […] Perché non ci sono ancora state.”

ANTONIO MORESCO: Capovolgendo il nostro schema di vita-morte, e provando a guardare, a leggere le cose in una prospettiva del tutto diversa, anche le rivoluzioni, che sono basate su un’idea lineare della Storia, e quindi del progresso, eccetera, subiscono un profondo terremoto. E quindi mi interrogavo -anche per essere stato un ragazzo che ha abbandonato il suo mondo per avere creduto in questo sogno del cambiamento della vita attraverso la sola ingegneria di tipo storico-sociale- anche su come mai le rivoluzioni, le grandi rivoluzioni nel Novecento, sono tutte fallite. La risposta che mi do è: perché si muovevano dentro lo stesso schema che pretendevano di distruggere e di scardinare. Nel libro parlo molto, e in vari punti, di questo; è difficile riassumere tutto questo in poche parole, però diciamo che forse vedendo la cosa... riducendo all’osso il discorso, come per l’economia, così anche per le rivoluzioni e per i miti del cambiamento storico-sociale, possono venire fuori delle cose del tutto inaspettate.

LOREDANA LIPPERINI: Chi legge Gli increati è portato a una serie di concetti nuovi: “tracimare”, per esempio – io vi ho accennato all’inizio di questa conversazione – è il verbo più usato, ma non casualmente. Tracimare è qualcosa di diverso dal risorgere, dal ritornare, dal passare da una dimensione all’altra e forse anche dal sognare.

ANTONIO MORESCO: Questa parola, che mi si è offerta mentre scrivevo il libro, in effetti vuole dire una cosa diversa. È come se ci fosse una bolla che si sta lacerando. A un certo punto il medico dei morti dice:

“Ormai, con lo sbalorditivo aumento demografico umano, con l’incontrollabile aumento della popolazione in atto nel grandi Paesi asiatici e in altre zone del mondo, questa specie non sta saturando solo il continente dei vivi ma sta cominciando a smottare telluricamente anche verso il continente dei morti. Per la prima volta ci troviamo di fronte alla possibilità che il numero dei vivi superi quello dei morti. Ancora per poco la massa oscura dei morti riuscirà a tenere sollevato dall’altra parte con il proprio peso il piatto della bilancia dei vivi, come è sempre successo finora. Si rende conto di cosa significa questa terribile cosa?”

E quindi questa bilancia, che in qualche modo teneva in piedi il rapporto tra la vita e la morte, rischia di essere sbilanciata e rovesciata, Per questo nel libro c’è questa tracimazione, dalla vita alla morte, dalla morte alla vita, e inizia anche una tracimazione attraverso i mezzi di comunicazione, attraverso Internet eccetera, i morti possono cominciare a mettersi in contatto con i vivi e viceversa. E avvengono anche delle storie d’amore estreme tra vivi e morti e tra morti e vivi. E poi ci sono i sogni umani, c’è la resurrezione, c’è il sogno dell’immortalità, che è il nuovo mito della tecnologia. Il nuovo mito dell’uomo è l’immortalità, e cioè la perpetuazione del cerchio di morte e vita e di vita e morte. Io vado da un’altra parte rispetto a questo cerchio chiuso.

LOREDANA LIPPERINI: È un’opera immensa, lei lo dice anche nel libro (a pagina 795):

“Perché questa opera che da più di trent’anni sto scrivendo o increando è tutta piena fin dell’inizio di anticipazioni, premonizioni, predestinazioni, prefigurazioni, visioni?”

È un’opera che attraversa, davvero tocca tutti i registri letterari, la fiaba, il poema – e il poema epico –, la lirica, ma senza soffermarsi su ciascuna di esse e includendole tutte.

ANTONIO MORESCO: Forse sì, forse è proprio così. Io quest’opera l’ho iniziata nell’84, e quindi sono più di trent’anni che ci lavoro. All’inizio non sapevo che avrebbe assunto una vastità simile. Probabilmente, se l’avessi saputo, ne sarei rimasto schiacciato, non sarei andato avanti perché non mi sembrava di avere le forze neanche per riuscire a finire Gli esordi, figurarsi per tutto il resto. Poi la cosa è dilagata attraverso continui sfondamenti del pavimento sul quale siamo appoggiati; e dopo c’è stato Canti del caos, con questo suo elemento fortemente lirico, di ventre lirico, i canti, eccetera. E poi c’è stato questo Gli increati, che in un certo senso è tutto come un unico canto dall’inizio alla fine. Io sono stato il primo a essere stupito da questa cosa, anche perché, rileggendo, a me sembra di essere, come persona, molto più stupido rispetto a quello che mi sembra di essere riuscito a dare in quel libro, tanto che spesso mi paragono a un asino che ha trascinato un carretto senza sapere cosa trasportava. Una volta gli antichi parlavano dell’ispirazione, attraverso la quale ritenevano possibile che un uomo potesse superare se stesso perché gli arrivava qualcosa che non era solo quello che lui conosceva e sapeva. Sarà forse un modo ingenuo, perché loro pensavano alla dea, alla Musa, a queste cose qui, però era un modo di riconoscere che a volte ci possono essere delle forze che ci oltrepassano, a cui noi possiamo abbandonarci e di cui possiamo essere un tramite. I moderni non ci credono più, dicono: “No, c’è solo l’ artigianato, la letteratura è una zona neutra, autoreferenziale, che non sconfina con nulla”.

LOREDANA LIPPERINI: Hanno le manine chiuse sulle loro narrazioni...

MORESCO: Ecco, sì, io la penso più come gli antichi che come i moderni.


Questa è la trascrizione -con alcuni ritocchi per una migliore comprensione alla lettura- dell’intervista di Loredana Lipperini a Antonio Moresco su Gli increati.
Fahrenheit, RadioTre Rai, 1 aprile 2015.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica a voce il 23 aprile 2015