Un modo diverso di guardare Israele

Giovanna Rosadini



Ancora una volta, con i recenti attentati terroristici di Parigi e Copenhagen, gli ebrei sono stati fatti bersaglio. A Parigi, lo scorso gennaio, poco dopo l’orribile blitz assassino dei fratelli Kouachi nella redazione di Charlie Hebdo, un terzo terrorista si è asserragliato in un supermercato di alimentari kosher, ripiegando sull’iniziale proposito di assaltare l’asilo ebraico per “vendicare le vittime di Gaza”. Sappiamo com’è finita, con quattro morti fra i clienti che stavano acquistando prodotti alimentari per l’imminente Shabbat. In Danimarca, poco tempo dopo, è stato ucciso il giovane addetto alla sicurezza della sinagoga di Copenaghen, dopo l’assalto a un convegno sulla libertà di espressione in un locale della capitale danese.

Sappiamo anche (o dovremmo, noi persone mediamente informate, sapere) che l’attacco al negozio kosher è solo l’ultimo episodio, in ordine di tempo, di una lunga scia di sangue e intimidazioni a danno della un tempo numerosa comunità ebraica francese – e ora, per motivi come questo, sempre meno numerosa, considerati coloro che, per le intimidazioni di cui sono fatti oggetto, hanno scelto di emigrare in Israele – ricordo qui solo l’episodio dell’attacco alla scuola ebraica di Tolosa, in cui morirono anche tre bambini e un giovane insegnante, nel 2012, sempre ad opera di un fanatico islamista. Non può passare sotto silenzio la correlazione fra la massiccia immigrazione e presenza arabo-islamica in Francia e l’aggravarsi e intensificarsi, grossomodo da un decennio a questa parte, degli attacchi antisemiti (sinagoghe bruciate, aggressioni verbali e insulti via social network, l’efferato sequestro, tortura e uccisione del giovane Ilan Halimi).

Così come non si può tacere che esista, oggi, un antisemitismo di una qualità molto diversa da quello, di matrice religiosa, storicamente presente in Europa, culminato nello sterminio di sei milioni di ebrei (dunque, di fatto, delle comunità storiche d’Europa) per mano di nazisti e fascisti durante la Seconda guerra mondiale. A questo antisemitismo “ontologico” (le cui cause tralascio qui di elencare, finirei fuori tema rispetto agli obiettivi di questo articolo), sul quale peraltro esiste una ricchissima bibliografia, che nega legittimità agli ebrei in quanto tali e chiamerò per brevità “antisemitismo di destra”, se ne è aggiunto, dalla nascita dello Stato di Israele, uno non più indirizzato all’ebreo come individuo, ma all’entità statuale, cioè Israele, degli ebrei: l’antisionismo. Schematico e armato di slogan come “gli ebrei hanno rubato la terra ai palestinesi”, “i palestinesi sono il nuovo Davide e gli ebrei il nuovo Golia”, o equiparazioni ancora più odiose ed insultanti che mi ripugna riportare, questa nuova forma di antisemitismo spesso si è espressa per voce di esponenti della sinistra intellettuale, per esempio l’illustre critico letterario cui si deve la citazione su Davide e Golia sopra riportata. In generale però sembra esserci un partito preso anti israeliano di larga parte di quei movimenti e quelle forze progressiste e di sinistra che sembrano ostaggio di slogan e semplificazioni e, nutrendosi di pregiudizio e approssimazione, fanno tutt’uno con la vulgata della “causa palestinese”, servendosi di un doppio standard valutativo per ogni questione che riguardi Israele. Cito a questo proposito il caso della guerra di Gaza della scorsa estate: poco importa che Israele sia stato costretto a rispondere a un’aggressione che teneva sotto scacco la popolazione civile e i punti nevralgici della vita del paese, dal reattore nucleare all’aeroporto, difendendosi con attacchi mirati sulle postazioni di fuoco avversarie; poco importa che le vittime civili siano da addebitare alla pratica criminale degli scudi umani attuata da Hamas… Il mondo ha considerato solo le vittime del conflitto israelo-palestinese, mentre, in quello stesso periodo, il numero di vittime civili in Siria – sempre palestinesi – era di entità di gran lunga superiore per gli effetti della guerra civile… Ricordo un flash-mob organizzato in centro a Milano dai giovani della comunità ebraica a sostegno del diritto di Israele a difendersi dall’attacco missilistico. Fra i cartelli che esponevano, alcuni esortavano i palestinesi a liberarsi dalla dittatura di Hamas: dopo poco tempo sono accorsi a fronteggiarlo un gruppo di giovani dei centri sociali con alcuni ragazzi arabi, che, reggendo bandiere palestinesi, hanno cominciato a scandire: “Palestina libera”…

La questione, poi, è di stringente attualità in vista delle cerimonie previste per commemorare la Liberazione. Le comunità ebraiche italiane, anche a seguito dei disordini degli anni scorsi, probabilmente non parteciperanno (come di consueto sotto le bandiere della Brigata ebraica, che contribuì alla liberazione dell’Italia), per lo meno a Roma, a seguito delle minacce ricevute dalle associazioni filo palestinesi (quando, com’è noto, i palestinesi dell’epoca si schierarono con i nazisti, e non avrebbero dunque teoricamente voce in capitolo).

La realtà dei fatti, a un esame più approfondito, appare dunque più complessa. Tenterò qui di abbozzare qualche considerazione, sulla base di letture e documentazioni fatte nel tempo.

La questione israelo-palestinese

In un recente discorso tenuto all’Onu in occasione della “Giornata di solidarietà internazionale per il popolo palestinese”, l’ambasciatore israeliano Ron Prosor ha detto: “Il nostro conflitto non è mai stato sulla creazione di uno Stato palestinese. È sempre stato sull’esistenza dello Stato ebraico”.

Questo è il cuore del problema: la garanzia per la sopravvivenza di quello Stato nato, come gran parte degli Stati moderni (Italia compresa), da un processo storico, che nel suo caso risale alla notte dei tempi, ovvero all’antico Regno di Israele, ma che ha avuto un impulso decisivo (nel quadro della dissoluzione, fra diciannovesimo e ventesimo secolo, degli imperi coloniali), negli anni precedenti e a seguito di quell’evento epocale che è stato la Shoah. Divenuto Israele l’unica casa possibile dopo lo sterminio degli ebrei d’Europa, il suo popolo si è dovuto cimentare, nel corso della sua breve esistenza, con le guerre che ne hanno ripetutamente messa a repentaglio la sopravvivenza.

Chi si attiene agli slogan semplificatori secondo cui gli ebrei hanno “rubato” la terra a chi la abitava, non conosce la storia, o la nega, come la dirigenza palestinese, che insegna alla propria gente che non è mai esistito nessun regno ebraico nella terra che loro chiamano Palestina, e rimuove lo storico legame fra questa terra e il popolo ebraico, facendo in tal modo leva sul senso dell’onore e del riscatto del proprio popolo che si sente in tal modo invaso, esautorato e legittimato nel proprio revanscismo terroristico.

Il fatto che le autorità palestinesi siano pronte a passar per ignoranti pur di negare dati storici noti a tutto il resto del mondo, compresi elementi fondamentali della storia cristiana, dimostra quanto sia importante per costoro negare alla loro stessa gente le basi morali e psicologiche per una pace onorevole.

La presenza ebraica in Palestina (in ragione della quale i primi “palestinesi” sono quelle popolazioni ebraiche da sempre presenti su quell’area geografica) è al contrario un dato storico, confermato dalle ricerche archeologiche e da una documentata continuità di presenza sul territorio. Ricordo che il termine “Palestina” deriva da una delle popolazioni che hanno abitato quell’area geografica, i filistei, ed è in uso a seguito della caduta del Regno di Giuda (occupato a fasi alterne dai romani per circa un centinaio di anni) dopo l’ultima rivolta di Bar Kochba (135 d. C.). La capitale della Giudea, Gerusalemme, viene allora interdetta agli ebrei, fino a quel momento strenui difensori della propria indipendenza, dall’imperatore Adriano, e la regione diventa Aelia capitolina, “colonia romana”, col nome, appunto, di Palestina, nel tentativo di cancellare ogni memoria del popolo che l’aveva abitata.

Se dunque la diaspora ebraica data a partire dal 70 dopo Cristo, anno della distruzione del secondo Tempio, e la denominazione della Giudea venne poi cambiata dai romani in Palestina perché non rimanesse traccia nemmeno della toponomastica ebraica, è anche vero che gli ebrei continuarono ad abitare quelle terre, sotto le successive dominazioni bizantina (dopo la divisione dell’Impero romano e fino al 637), arabo-islamica (dal 637) e ottomana (dal 1517 fino agli inizi del Novecento).

Il sionismo è un movimento di emancipazione nazionale

Pertanto, nell’epoca in cui cominciano ad arrivare in Palestina le prime ondate migratorie promosse dal movimento sionista, una comunità ebraica già vi esisteva, da sempre: gli ebrei che vivevano nelle quattro “città sante”, Gerusalemme, Tiberiade, Safed e Hebron.

Sionismo: parola brandita come una clava dai detrattori di Israele e della sua realtà storica, spesso usata dalla propaganda in senso dispregiativo, mentre merita invece grande rispetto per il retroterra da cui nasce. Da un punto di vista storico, il sionismo si potrebbe definire come il Risorgimento ebraico, e non per nulla si richiamava ai movimenti risorgimentali e indipendentisti europei che lo avevano preceduto di qualche decennio, dando un volto nuovo al vecchio continente (Moses Hess intitolò Roma e Gerusalemme il suo libro del 1862, e Theodor Herzl, l’intellettuale austriaco-ungherese fondatore del sionismo moderno, si ispirò all’insegnamento di Mazzini). Nell’Europa della seconda metà dell’Ottocento, massima aspirazione per molti degli ebrei occidentali, dopo l’emancipazione seguita a Illuminismo e Rivoluzione francese, era l’assimilazione, prospettiva infrantasi però con la constatazione di un perdurante antisemitismo, culminato in Francia con l’affare Dreyfus, di cui lo stesso Herzl fu testimone e cronista. Il movimento (che deve il suo nome al Monte Sion, un’altura nei pressi di Gerusalemme e sinonimo della Città Santa) prese piede soprattutto nella Russia europea, rivendicando l’autodeterminazione del popolo ebraico e il suo ritorno alla terra d’origine dalla quale era stato scacciato secoli addietro: esigenza motivata dai ripetuti rigurgiti antisemiti che continuavano a verificarsi nell’Europa orientale, e relativi pogrom (i tristemente famosi linciaggi di massa di cui gli ebrei erano oggetto nella Russia zarista). Lev Pinsker, medico di Odessa, ne fu il precursore, dando alle stampe nel 1882 Autoemancipazione, in cui metteva a fuoco l’impossibilità per gli ebrei di una piena assimilazione, dovuta alla condizione “anormale” del popolo ebraico, “nazione fantasma”, dovunque minoritaria e in nessun luogo a casa propria: “L’Ebreo è considerato dai vivi come un morto, dagli autoctoni come uno straniero, dagli indigeni sedentari come un vagabondo, dalla gente benestante come un mendicante, dalla povera gente come uno sfruttatore milionario, dai patrioti come un senza patria, e da tutte le classi come un detestabile concorrente… Questo antagonismo è una legge naturale”.

Genesi dello Stato di Israele

Fu proprio il già citato Theodor Herzl a dare un impulso decisivo al movimento, pubblicando nel 1896 Lo Stato degli ebrei e convocando l’anno dopo il primo congresso sionista a Basilea, dove vennero definiti gli obiettivi da raggiungere (l’emigrazione in Palestina, le sue modalità e la costruzione delle infrastrutture embrionali del futuro Stato) e approntati gli strumenti per poterlo fare. La Palestina a quel tempo era una remota, inospitale (vasti erano i terreni incolti, aridi o paludosi) e sottopopolata regione periferica dell’impero ottomano, tollerante peraltro nei confronti delle minoranze ebraiche, cui garantiva una certa autonomia e libertà di culto. A Gerusalemme, a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, diverse fonti testimoniano che la popolazione ebraica costituiva più della metà dei residenti. L’immigrazione ebraica comincia a partire dal 1882 (anno della prima aliyà, “salita”, immigrazione), ad opera di un‘organizzazione fondata da Pinsker. I primi insediamenti (Rishon LeZion, Rosh Pinna, Petah Tikva, Gedera) sono dell’ultimo ventennio dell’Ottocento. Nel 1901 nasce il Fondo Nazionale Ebraico (KKL), allo scopo di acquistare lotti di terreno per assegnarli ai nuovi arrivati perché avessero di che vivere e lavorare. Molti di loro si raggrupparono in comunità dove si condividevano il lavoro e la vita quotidiana, rinunciando all’esercizio della proprietà privata. Nacquero così i primi kibbutz, villaggi collettivistici di stampo socialista che costituiranno per molti decenni l’ossatura portante della società e dell’economia israeliane. Il sionismo nasce come movimento laico, per il quale la religione consisteva in un insieme di simboli culturali, una raccolta di gesta nazionali. Pensato da intellettuali che in realtà erano assimilati, si modella sull’ebraismo occidentale, ma saranno poi le masse ebraiche ghettizzate dei proletari russo-polacchi, poco integrati nella vita civile, a impossessarsene. Un popolo cui non era mai stato permesso di possedere e coltivare la terra iniziò a “normalizzarsi” attraverso il lavoro agricolo. Fra il 1901 e il 1930, il solo Fondo Nazionale Ebraico acquistò 27.000 ettari di terra, dei quali il 90% costituito da latifondi, mentre fra il 1930 e il 1947 si arrivò all’acquisto di 56.600 ettari (50% latifondi). Con lo sviluppo economico della Terra di Israele (il nome Palestina fu introdotto nuovamente soltanto dai britannici con il Mandato, a partire dal 1920), anche la popolazione araba andò aumentando, richiamando immigrati dalle regioni vicine: Egitto, Siria, Arabia Saudita ecc., tutti attratti dalle nuove possibilità di lavoro incrementate dalla crescente presenza ebraica.

La sconfitta ottomana nella Prima guerra mondiale creò un vuoto di potere nel Medio Oriente e tra le popolazioni arabe fino ad allora soggette a Istanbul, con la conseguente necessità di una ridefinizione di quell’area geopolitica tanto importante. Le Potenze europee, prime di tutte Gran Bretagna e Francia, non si lasciarono sfuggire l’occasione. Al fine di risolvere tale questione la neonata Società delle Nazioni, prodotto tipicamente occidentale, creò la formula dei Mandati (protettorati con lo scopo teorico di portare all’indipendenza le regioni governate): nel 1920 affidò dunque a Francia e Gran Bretagna la gestione del Medio Oriente. Quest’ultima ebbe pertanto un Mandato che Londra battezzò Palestina, intesa come il territorio compreso fra il mare Mediterraneo e il deserto arabico. In un primo momento anche il Golan fece parte della regione governata da Londra: e cioè grossomodo l’odierna Israele (compresi i Territori palestinesi) e la Giordania. Alla Francia fu attribuito il Mandato sulla Siria (dal quale fu scorporato il Libano a maggioranza cristiana) che poi inglobò, con un accordo tra Londra e Parigi, anche le Alture del Golan. Nei contraddittori disegni britannici, la Palestina doveva essere la terra dove far nascere un “focolare nazionale ebraico”, così come sancì solennemente la Dichiarazione Balfour del 1917. E il Mandato aveva questo scopo, sancito a norma del diritto internazionale dalla Conferenza di Sanremo (1920). Allo stesso tempo, però, la diplomazia britannica aveva alimentato le speranze arabe, promettendo all’emiro Feisal la creazione di un’entità autonoma nella grande Siria (attuali Siria e Libano, e, per Damasco, anche la Palestina, considerata “Siria meridionale”), su cui convogliare le istanze nazionaliste arabe. Il progetto s’infranse però sul rifiuto della Francia, potenza mandataria di quella regione. Ciò costrinse le rivendicazioni del nazionalismo arabo a concentrarsi sulla stessa Palestina. Gli eventi storici “aiutarono” le scelte di Londra. Nel 1922, il governo decise di dividere in due il Mandato. Il territorio a est del Giordano fu “regalato”, come Regno di Transgiordania, allo Sceriffo della Mecca, e cioè re Abdullah della famiglia degli Hascemiti, scacciato dalla rivolta dei Saud (spalleggiati dagli americani: iniziò allora la “strana alleanza” di Washington con Riad). La prima grande occasione di stabilizzare il Medio Oriente era perduta, e il risentimento arabo verso l’insediamento ebraico iniziò a farsi intenso. Pensare che, nel 1919, l’emiro Feisal (che gli inglesi insediarono sullo sfortunato trono di Baghdad) così scriveva: “Gli arabi, specie i più colti, vedono con profonda simpatia il movimento sionista. Stiamo operando insieme per un Medio Oriente riformato e rinnovato. I nostri due movimenti si completano a vicenda. Quello ebraico è un movimento nazionale e non imperialista. Il nostro è un movimento nazionale e non imperialista. C’è posto per entrambi, e anzi penso che nessuno dei due possa aver successo senza l’altro”.

Nonostante la crescente conflittualità arabo-ebraica e le ambiguità dell’amministrazione britannica, che arrivò a ostacolarla, l’immigrazione ebraica continuò, spinta dal crescente antisemitismo che andava diffondendosi in Europa: vennero fondati enti culturali (università, teatri, musei, l’orchestra filarmonica israeliana – di cui Toscanini diresse nel 1936 il primo concerto), istituita una forza di difesa clandestina (Haganà) e fondato lo storico sindacato Histadrut. L’ebraico, riportato all’uso quotidiano sulla base di quello biblico e liturgico, venne adottato dall’intera comunità ebraica di Palestina. Negli anni Trenta vi arrivarono, provenienti dall’Europa centrale, circa 250.000 ebrei.

Nel 1936 il Gran muftì di Gerusalemme, già alleato della Germania nazista, scatenò una rivolta araba antiebraica e antibritannica, che fece numerose vittime. Ne seguì la Commissione d’inchiesta inglese Peel (1937), che, suggerendo ulteriori limitazioni all’immigrazione ebraica (oltre a quelle già predisposte dalla ondivaga amministrazione inglese dopo le sommosse arabe del 1921), propose per la prima volta la divisione della Palestina mandataria in tre parti: uno stato ebraico, uno arabo e Gerusalemme sotto controllo britannico. La proposta cadde nel vuoto a causa del rifiuto dei nazionalisti arabi (per i quali la Palestina era parte integrante e inscindibile della grande nazione araba). Agli inglesi non restò che assecondarli, nel tentativo di sottrarli all’influenza di Hitler e della Germania nazista. Una parte della popolazione araba, infatti, aveva accolto promesse e lusinghe tedesche arrivando ad arruolarsi nelle fila dell’esercito tedesco, addirittura in reparti delle SS. Per gli ebrei la scelta non poteva che essere opposta: per quanto delusi dalla Gran Bretagna, per loro il nemico era l’entità che, in Europa, perseguiva il loro annientamento attraverso le politiche di persecuzione razziale e ghettizzazione e, dal 1941, con l’avvio dell’Olocausto nei campi di sterminio. Pertanto, nel 1944 fu creata la Brigata Ebraica come unità indipendente dell’esercito britannico, formata da ebrei di Palestina. Operò in Egitto, in Europa occidentale e nella campagna per la liberazione dell’Italia.

Questo non impedì, alla fine della guerra nel 1945, una crescente ostilità delle organizzazioni ebraiche in Palestina contro le autorità mandatarie inglesi, ostili all’immigrazione dei sopravvissuti alla Shoah, l’Olocausto, ormai sostenuta senza indugio in patria e all’estero, venuta alla luce la tragica realtà delle persecuzioni subite: la realizzazione di uno Stato indipendente e sovrano appariva a tutti come l’unica soluzione agli storici problemi del popolo ebraico. La campagna anti-britannica fu molto dura e conobbe numerosi episodi di terrorismo: degli arabi contro gli ebrei; degli ebrei contro gli arabi; di ebrei e arabi contro gli inglesi.

Così, il governo laburista inglese fu indotto, nel febbraio del 1947, ormai incapace di mantenere l’ordine, a sottoporre il problema all’Onu, che nominò una Commissione d’inchiesta le cui conclusioni, al termine dei lavori, si concretizzarono nella proposta di una fine del Mandato britannico (con relativo ritiro delle truppe inglesi) e di una divisione della Palestina in due Stati: uno arabo e uno ebraico, con Gerusalemme sotto controllo internazionale. Gli ebrei accettarono il piano, gli arabi lo rifiutarono.

Il 29 novembre 1947, infine, l’Assemblea delle Nazioni Unite approvò la risoluzione 181, conosciuta come “piano di partizione della Palestina”.

Nascita di Israele e rifiuto arabo: le radici di un annoso conflitto

Mentre i rappresentanti dei movimenti ebraici accettarono subito la risoluzione (per quanto ricordassero le promesse inglesi di un territorio che andasse dal Giordano al mare), il mondo arabo, incapace di accettare un’entità autonoma ebraica svincolata dal proprio dominio, rifiutò per l’ennesima volta di riconoscerla, e il giorno successivo diede inizio alla guerra civile, attaccando i quartieri ebraici nelle principali città.

Il 14 maggio 1948, in una fase drammatica degli scontri, David Ben Gurion dichiarò, mentre l’ultimo soldato inglese lasciava il Paese, l’indipendenza dello Stato d’Israele (con un appello, contenuto nella Dichiarazione, ai cittadini arabi per contribuire alla sua costruzione), subito riconosciuto dalle principali nazioni di tutto il mondo, Italia inclusa. Ciò trasformò lo scontro in una guerra fra Stati: lo stesso giorno gli eserciti regolari di Siria, Libano, Giordania, Iraq, Egitto e Arabia Saudita invasero Israele da tre fronti. Circa 30.000 israeliani, muniti solo di armamenti leggeri, affrontarono un numero superiore di soldati arabi dotati di armamenti pesanti, e ingaggiando combattimenti durissimi, al prezzo di gravi perdite, riuscirono gradualmente a prevalere. Nel 1949 furono firmati a Rodi armistizi separati, che posero fine al primo tentativo arabo di distruggere Israele ma non all’ostilità araba, che rifiutò di trasformare gli armistizi in trattati di pace ripromettendosi esplicitamente di spazzar via Israele quanto prima (atteggiamento che perdura altrettanto esplicitamente oggi, basta leggere lo statuto di Hamas o guardare le cartine geografiche del Medio Oriente dell’Autorità palestinese, quelle affisse per esempio nelle scuole Onu, che non contemplano Israele). Questa condizione di “non pace” lasciò senza soluzione il problema dei profughi della prima guerra arabo-israeliana: circa 800.000 ebrei scacciati dai Paesi arabi (che furono peraltro assorbiti in Israele, pur non avendo mai ricevuto compensazioni per i beni perduti) e circa 700.000 palestinesi provenienti da quelle aree di Palestina divenute territorio israeliano.

La questione dei profughi

Il tema dei profughi è una delle questioni chiave per capire il conflitto arabo-israeliano, all’origine del “gran rifiuto” di Arafat relativo al compimento degli accordi di Oslo del 1993.

Chi sono i profughi? Perché, a più di sessant’anni dalla Guerra d’indipendenza, la questione è ancora aperta? Mentre è da rilevare che, in quegli stessi anni, nel resto del mondo milioni di profughi venivano assorbiti nelle società d’accoglienza (i tedeschi orientali in Germania occidentale, musulmani e indù in India e Pakistan, gli italiani d’Istria e Dalmazia in Italia).

Come abbiamo visto, la sconfitta araba nel ’48 portò alla fuga circa 700.000 arabo-palestinesi nei territori arabi circostanti: di questi profughi, mai assorbiti dai “Paesi fratelli” in più di mezzo secolo ma di fatto discriminati, e del “diritto al ritorno” di cui con i loro discendenti si sentono depositari (per un ammontare, oggi, di circa – secondo le loro stime – cinque milioni di persone), si sa tutto. Ovvero che esiste un’apposita agenzia dell’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati (UNHCR) che li assiste, vale a dire l’UNRWA, la quale, contrariamente a quanto avviene per le altre categorie di profughi, non ha lavorato per un loro reinserimento, ma ne ha perpetuato lo status gestendo campi profughi grandi come città nei Paesi arabi limitrofi a Israele, i quali, invece di assorbirli, hanno attuato una serie di leggi discriminatorie, come il divieto di ottenere la cittadinanza (Giordania a parte), e l’impossibilità di accedere a molte professioni, oltre a limitazioni di movimento e di proprietà e diniego di istruzione e assistenza sanitaria. In una parola: apartheid…

Sir Alexander Galloway, ex direttore per l’agenzia Onu per i profughi in Giordania, così ne spiegò la ragione: “Le nazioni arabe non vogliono risolvere il problema dei profughi arabi, vogliono tenerlo come una ferita aperta, come un’arma contro Israele”. Invece, i 160.000 arabo-palestinesi che accettarono di restare nel neonato stato di Israele sono oggi cittadini a pieno titolo e, come abbiamo visto nelle elezioni appena svoltesi, sono diventati con i loro discendenti il terzo soggetto politico del paese (l’unico del Medio Oriente, peraltro, dove abbiano libertà di voto). A suo tempo, il presidente egiziano Gamal Abdel Nasser auspicò: “Se i rifugiati torneranno in Israele, Israele cesserà di esistere”.

Nessuno invece ricorda più i profughi ebrei che, in eguale se non maggior numero, furono cacciati da quei Paesi arabi dove risiedevano da prima della conquista islamica… Per i quali non vi sono stati campi profughi, in ragione del pronto reinserimento sociale attuato da Israele.

Israele e gli altri giovani Stati del XX secolo

Nel 1949, l’11 maggio, Israele fu ammesso come 59° membro delle Nazioni Unite. Uno Stato giovane, dunque, ma non meno legittimato nella sua genesi di tanti altri: si pensi solo al fatto che nel 1939, se si escludono i secolari Stati-nazione europei, nel mondo erano meno di 30 gli Stati che godevano della piena indipendenza. Molti degli Stati moderni nascono intorno alla metà del secolo scorso, fra questi l’Iraq, che ottenne l’indipendenza nel 1932; nel 1941/43 fu la volta del Libano, nel 1946 la Giordania, la Siria, la Mongolia e le Filippine. Il 1947 è l’anno di fondazione di India e Pakistan (Paesi nati dopo un sanguinoso conflitto e uno scambio di popolazioni); nel 1948, come Israele, diventano indipendenti Birmania e Sri Lanka, mentre nel 1956 fu la volta di Tunisia e Marocco. Solo del 1962, infine, è l’indipendenza dell’Algeria dalla Francia. Nessuno si sognerebbe di mettere in dubbio la legittimità di questi Stati, neppure oggi, mentre sono in atto sanguinosi sconvolgimenti politico-geografici in Medio Oriente per mano del sedicente Califfato, o Stato islamico (definito dal premio Nobel V. J. Naipaul “il nuovo Quarto Reich”), la cui irruzione nell’area sta portando al dissolvimento dei vecchi confini (tracciati dalle Potenze europee e vidimati dall’accordo segreto Sykes-Picot del 1916) e a una nuova, pericolosa instabilità, in cui comincia a intravedersi, peraltro, una nuova entità statuale curda, in opposizione a quest’ultimo.

Uno Stato palestinese?

Abbiamo visto come, nel caso della proposta della commissione Peel nel 1937 e della risoluzione 181 dell’Onu per la divisione della Palestina nel 1947, il rifiuto arabo abbia fatto sfumare la possibilità di un’entità statuale palestinese. Purtroppo la propensione della dirigenza araba ad inseguire la via del totale rifiuto dello Stato di Israele, cioè di un’impossibile dominio esclusivo sulla Palestina, ha fatto naufragare tutte le occasioni che storicamente si sono poi presentate (dai “tre no” di Arafat a Khartoum, dopo la guerra del 1967, quando Israele offrì il ritiro dai territori occupati in cambio della pace, agli accordi di Oslo del 1993). In ogni caso, dal 1948 al 1967, quando Gaza e Cisgiordania erano controllate da Stati arabi (Egitto e Giordania) non fu mai sollevato il problema di un’indipendenza delle due regioni. Né fu mai rivendicata dai palestinesi. La situazione attuale è il frutto di decenni di storia complessa e di un atteggiamento generale di contrapposizione solo in parte mitigato dai trattati di pace siglati da Egitto (1979) e Giordania (1994) con Israele. Ma la “normalizzazione” dei rapporti non è mai seguita: di fatto, non esistono scambi culturali o economici tra le popolazioni; e la propaganda, in Egitto e Giordania, non è meno virulenta (contro gli ebrei), degli altri Paesi dell’area, per quanto, al momento, il fallimento delle primavere e le guerre civili che dilaniano molti Paesi abbiano messo in secondo piano la questione israelo-palestinese.

Oggi il Medio Oriente è percorso da tensioni molto più grandi. E le alleanze sono mutevoli e imprevedibili. Di fatto, con la crescente influenza dell’Iran in Siria, Iraq e Yemen, con un programma nucleare degli ayatollah che spaventa prima di tutti l’Arabia Saudita e gli altri Paesi del Golfo Persico, Israele è visto in alcune di queste capitali più come la soluzione che come il problema. Per contro, il colpo di Stato che ha annullato la vittoria post-rivoluzione dei Fratelli musulmani al Cairo, ha messo Hamas in una scomoda posizione, con l’Egitto molto più duro nella chiusura della Striscia rispetto a un Israele attento a non interrompere il flusso degli aiuti umanitari (il blocco navale è solo contro il contrabbando di armamenti; dai punti di passaggio terrestri passano ogni giorno decine e decine di camion pieni di generi di prima necessità, mentre i contadini di Gaza possono nuovamente esportare i loro prodotti agricoli in Israele).

Trattative (fallimentari) e Territori occupati/contesi

Abbiamo dunque osservato lo svolgersi degli avvenimenti di un secolo (più o meno) con la necessaria brevità richiesta a un articolo e non a un libro di Storia. Per tornare alle questioni di attualità, è giusto a questo punto considerare che, a partire dagli accordi di Oslo (1993) a oggi la questione israelo-palestinese si sarebbe potuta chiudere in più momenti. È bene chiarire che nelle intenzioni di Rabin e Peres, gli artefici (con Arafat) dell’intesa storica siglata sul prato della Casa Bianca, non c’era alle viste uno Stato palestinese pienamente indipendente. Piuttosto, al termine di un lungo periodo di “tranquillità” un’entità semi statuale la cui autonomia sarebbe stata piena nei settori civili (commercio, educazione, pianificazione del territorio) ma non in quelli più “delicati” della politica estera e della difesa. Ovviamente, Israele non avrebbe mai potuto permettere (i motivi appaiono evidenti) accordi o alleanze tra la Palestina e Stati nemici di Gerusalemme, come allora (e ancora oggi) sono, per esempio, Siria, Iraq, Iran e via discorrendo. E naturalmente, anche la costituzione di un vero e proprio esercito (con armamenti pesanti acquistati all’estero), sarebbe stata inaccettabile per lo Stato ebraico: quanto accaduto a Gaza dopo il disimpegno unilaterale può ben far capire quali timori albergassero nei dirigenti israeliani.

Tuttavia, in questi anni, e dopo due sanguinose Intifada, dopo innumerevoli attentati, minacce, discussioni, e (inutili) trattative la percezione internazionale è ormai scivolata verso l’idea che la Palestina debba diventare pienamente indipendente, e che i suoi confini debbano essere quelli della linea verde, ovvero la linea del cessate il fuoco (mai riconosciuta né considerata confine internazionale) tra il 1949 e il 1967. Quali sono gli ostacoli a una simile storica soluzione? Della questione politica estera e di difesa dello Stato nascituro abbiamo detto: gli israeliani continuano a chiedere garanzie di sicurezza (come il permanere delle loro truppe nella Valle del Giordano, la smilitarizzazione della Palestina ecc.) che i dirigenti dell’Anp rifiutano categoricamente di accettare: “Non un solo soldato e non un solo colono dovranno rimanere in Palestina il giorno in cui sarà dichiarata l’indipendenza formale”, ha più volte ribadito il presidente (mai rieletto) Abu Mazen. Inoltre i palestinesi chiedono il ritorno di tutti i profughi (del 1948 e del 1967) non nel costituendo Stato palestinese bensì “nelle loro città e villaggi originari”. Vale a dire in Israele. Considerando i profughi e (soprattutto) i loro discendenti, significherebbe un flusso di cinque milioni di persone che altererebbero la natura del minuscolo Stato ebraico al punto da mettere fine alla sua esistenza. Un suicidio che nessun israeliano è pronto a firmare. Altra questione, certamente più spinosa, riguarda invece gli insediamenti (o colonie), e cioè i villaggi e le città israeliane nate in Cisgiordania dai primi anni Settanta a oggi.

La controversia sui Territori occupati/contesi

Ogni volta che il governo israeliano annuncia la costruzione di nuove abitazioni il mondo insorge: “Che follia, un ennesimo passo contro la pace!”. Pochi si peritano di andare a vedere dove le case sarebbero costruite e cosa dicono gli accordi tra Israele e i palestinesi. Lo diciamo qui: le nuove case servono a gestire la crescita naturale di insediamenti che, in qualunque trattato di pace, rimarrebbero in territorio israeliano (sono in discussione da sempre scambi territoriali) e che, inoltre, gli stessi accordi di Oslo prevedono e autorizzano. Quanto agli insediamenti nelle zone “calde”, beh, la soluzione potrebbe essere trovata, con buona pace di chi rema contro (da entrambe le parti), prevedendo un indennizzo per chi fosse costretto a lasciare le proprie case o, anche, la possibilità, agli israeliani che lo preferissero, di acquisire la nuova nazionalità palestinese rimanendo nei propri villaggi. In Israele vivono un milione e seicento mila arabi-israeliani che si considerano a tutti gli effetti “palestinesi”: perché non potrebbe esserci posto per qualche migliaio di israeliani nel nuovo Stato arabo-palestinese?

La verità, per chi vuole trovarla, non è poi così nascosta. La questione è semplice e complicata allo stesso tempo. Semplice perché le soluzioni pratiche esistono. Complicata perché chi potrebbe tendere la mano per avvicinarsi a una definitiva sistemazione del conflitto arabo-israeliano fa di tutto per evitarlo. Ecco dunque la campagna di delegittimazione di Israele nel mondo, gli attacchi di Hamas che provocano lutti indicibili prima di tutto verso gli stessi palestinesi, le televisioni e i giornali dell’Autorità nazionale palestinese che educano i propri giovani e meno giovani a odiare i vicini israeliani, spingendoli ad azioni violente (individuali o collettive) che non mancano ovviamente di generare una risposta, le sovvenzioni di quest’ultima alle famiglie dei terroristi. Sarà per sempre così? Certo se in Occidente la propaganda anti israeliana continuerà ad attecchire tanto facilmente, non è questo il momento per essere ottimisti. E a una realistica prudenza sono improntate le dichiarazioni dell’appena rieletto Benjamin Netanyahu, peraltro travisate dalla stampa americana, il quale ha affermato di non vedere, oggi (e non mai come attribuitogli, dunque non smentendo le sue precedenti posizioni, espresse nel 2009 alla Bar-Ilan University, in cui aveva promesso un sostegno a uno stato palestinese vincolato all’accettazione da parte palestinese di uno stato ebraico), le condizioni per uno stato palestinese.

Occorre a questo proposito considerare che: il Sinai, restituito da Israele all’Egitto nel 1982, è usato oggi come “base d’attacco” da Ansar al-Beit Maqdis, gruppo jihadista che ha giurato fedeltà allo Stato islamico-ISIS (combattuto da Egitto e Israele); il Libano meridionale, da cui Israele si è ritirato quindici anni fa, è controllato da Hezbollah, propaggine terrorista dell’Iran, che vi ha illecitamente schierato decine di migliaia di razzi tutti puntati su Israele; la striscia di Gaza, da cui Israele si è ritirato dieci anni fa, è controllata da Hamas, gruppo islamista apertamente votato all’eliminazione di Israele e degli ebrei dal Medio Oriente; e, per quanto riguarda la Cisgiordania, se gli israeliani dovessero, oggi, ritirarsi, con tutta probabilità, per non dire certezza, il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen) potrebbe essere rovesciato da Hamas, dall’ISIS o da quelle milizie sostenute dall’Iran che ormai stazionano da tempo nella regione. Seppure un simile quadro non possa non indurre alla cautela, ci sono in questi giorni commentatori che scrivono, a proposito del processo di pace e di uno stato palestinese, “Ora o mai più, il momento di osare”, e proprio in uno degli organi di informazione ebraici italiani, Mosaico. Sarebbe bello leggere analoghi propositi negli organi di informazione arabo-palestinesi.

Considerazioni finali

Quello fra speranza (e fiducia in una risoluzione concordata del conflitto) ed esigenze di sopravvivenza pare destinato ad essere un dibattito aperto ancora a lungo, nella società israeliana e nel mondo ebraico che ne segue e condivide le sorti… E d’altra parte, come larga parte del mondo ebraico sostiene e anche da quest’articolo è emerso, “Per fare la pace bisogna essere e volerlo in due”.

Impresa titanica, finché Israele non sarà riconosciuto come interlocutore legittimo e, come abbiamo visto, non verranno meno le pretese a un dominio esclusivo arabo nella regione… Fino a quando le giovani generazioni arabe e palestinesi (ma anche l’Occidente non è esente dalle colpe della propaganda, cfr. a questo proposito il blog di Paolo Salom su Mosaico) saranno educate all’odio per gli ebrei e Israele (chiunque può verificarlo consultando i siti MEMRI o PMW, in ebraico, inglese e altre lingue), quel minuscolo pezzetto di terra, grande come una singola regione italiana, che con la sua democrazia rappresenta uno scandalo e un pericoloso precedente in quella fascia geografica, unico fra i paesi dell’area dove i cittadini hanno, indipendentemente da genere, provenienza etnica o appartenenza religiosa, uguali diritti, dove le donne sono pienamente libere di autodeterminarsi e i cittadini palestinesi, meno di mezzo punto percentuale dei 300 milioni di arabi nel Medio Oriente e nel nord Africa, sono davvero liberi, hanno garantito il diritto all’istruzione e sono fra i più preparati del mondo (valenti medici e chirurghi, eletti in Parlamento, giudici nella Corte suprema israeliana ecc). I terroristi palestinesi autori dei più efferati crimini contro l’inerme popolazione civile vengono curati negli ospedali israeliani. Il conflitto è, sempre più chiaramente, fra chi santifica la vita e chi celebra la morte. Dopo il feroce attacco alla sinagoga di Gerusalemme del 18 novembre 2014, sono esplosi i festeggiamenti nelle cittadine palestinesi. La gente ballava per strada e offriva caramelle. I ragazzi si facevano fotografare per strada con le asce, i megafoni delle moschee urlavano congratulazioni, i terroristi erano celebrati come ‘martiri ed eroi’.

L’ossessiva attenzione del mondo sul conflitto israelo-palestinese è uno sproposito e un’ingiustizia nei confronti delle decine di milioni di vittime della tirannia e del terrorismo in Medio Oriente. Mentre scriviamo, gli yazidi, i bahai, i curdi e i cristiani, come ha appena ricordato Papa Francesco, ma anche gli stessi musulmani vengono uccisi e costretti alla fuga al ritmo di migliaia di persone al mese. Ma su questo, la scorsa estate, c’è stato in Occidente un assordante silenzio stampa. Il mondo aveva occhi soltanto per la guerra di Gaza, ma non per i palestinesi del campo di Yarmuk tornato in questi giorni tristemente d’attualità per le atrocità perpetratevi dall’ISIS, all’epoca cinto d’assedio e dove le vittime civili si moltiplicavano, soprattutto fra i bambini. Ma l’Onu non ha varato nessuna risoluzione per i palestinesi dei campi profughi in Siria e Libano… Oggi vediamo la stessa situazione in Yemen, dove una coalizione di stati arabi guidata dall’Arabia Saudita ha sferrato un attacco contro i ribelli sciiti spalleggiati dall’Iran. A fronte di 80 bambini uccisi, 550 vittime civili, 1700 feriti e 100.000 profughi, zero risoluzioni del Consiglio Onu per i diritti umani, zero inchieste o sessioni urgenti Onu… (così come, a suo tempo, per le guerre ‘giuste’ della Nato in Kosovo o in Afghanistan…). Il mondo è intento a festeggiare l’accordo sul nucleare con l’Iran, “L’Iran khomeinista degli ayatollah e dei mullah al potere che vuole l’arma finale per annientare Israele e cacciare gli ebrei che sporcano e deturpano la terra santa dell’Islam –, osserva in un recente editoriale sul Corriere della Sera Pierluigi Battista, – non è un progetto nascosto, non è il frutto della paranoia israeliana, dei guerrafondai che si inventano nemici immaginari per perseguire i loro loschi interessi: è un programma aperto, esibito, reiterato, argomentato, supportato da una lettura fondamentalista dei testi sacri. L’antiebraismo è un tratto costitutivo dell’integralismo che ha preso il potere a Teheran, non una superfetazione propagandistica, una fanfaronata da bulli. Quel microscopico lembo di terreno che si chiama Stato di Israele è l’ossessione di Stati giganteschi che lo circondano con un mare di ostilità (…), e la questione palestinese non c’entra niente. (…) La pretesa iraniana della bomba atomica fa tutt’uno col progetto di annientare Israele. È colpa di Netanyahu se in Israele hanno paura? Il governo israeliano doveva partecipare a negoziati con uno Stato che non ha nessuna intenzione di riconoscere Israele? Sono tutti oltranzisti a Gerusalemme? Pretendono addirittura che venga loro riconosciuto il diritto di esistere, questi estremisti”.


Bibiliografia essenziale e link utili

Karen Armstrong, Gerusalemme. Storia di una città tra ebraismo, cristianesimo e Islam, Mondadori, 1996.

Eli Barnavi, Storia d’Israele – Dalla nascita dello stato all’assassinio di Rabin, 1996/2014 Bompiani.

Manfred Gerstenfeld, Il nuovo futuro di Israele, Anabasi 1994.

Paul Johnson, Storia degli ebrei, Longanesi 1991.

David Meghnagi, Le sfide di Israele, Marsilio 2010.

Benny Morris, Due popoli una terra, Rizzoli 2008.

Benny Morris, Esilio. Israele e l’esodo palestinese, Rizzoli 2005.

Benny Morris, La prima guerra di Israele. Dalla fondazione al conflitto con gli stati arabi 1947-1949, Rizzoli 2008.

Benny Morris, 1948: Israele e Palestina tra guerra e pace, Rizzoli 2004.

Fiamma Nirenstein, Israele. Una pace in guerra, Il Mulino 1996.

Luca Puleo, Israele-Palestina: album visivo del conflitto arabo-israeliano, Proedi 2003.

Ari Shavit, La mia terra promessa. Israele: la storia e le contraddizioni di un paese in guerra per la sopravvivenza, Sperling & Kupfer, 2013.

Siti che informano su Israele e cultura ebraica

Ambasciata di Israele a Roma

Antisemitism.org.il

Arabi liberali

Arabs for Israel

carlopanella.it

CDEC

Daniel Pipes in italiano

deborahfait.ilcannocchiale.it

fiammanirenstein.com

Figli della Shoah

Il blog di Danielle Guez

Il sito dei Volontari per Israele

Informazionecorretta

Israele.net

Jewish Heritage-AEPJ

kibbutz association

Knesset

La Giuntina

Moked

MEMRI – The Middle East Research Institute

Mosaico. Sito ufficiale della Comunità ebraica di Milano, con gli annessi blog di giornalisti e personalità della cultura che informano su Israele, ad esempio la rubrica Voci dal lontano Occidente di Paolo Salom.

l’Unione informa

Osservatorio antisemitismo

PMW Palestinian Media Watch

Shalom.it

The Gatestone Institute

The Jerusalem Post

The Times of Israel

Ynet

UGEI

Progetto Dreyfus, "Ebraismo e Israele da una nuova prospettiva"


Giovanna Rosadini
Nata a Genova nel 1963, si è laureata in Lingue e Letterature Orientali all’Università di Ca’ Foscari, a Venezia. Ha lavorato per la casa editrice Einaudi, come redattrice ed editor di poesia, fino al 2004, anno in cui è uscito, per lo stesso editore, Clinica dell’abbandono di Alda Merini, da lei curato. Ha pubblicato la raccolta Il sistema limbico per le Edizioni di Atelier nel 2008, e altri testi poetici in riviste e antologie collettive. Nel 2010 è uscito Unità di risveglio, per la Collezione di Poesia Einaudi. Per lo stesso editore ha curato Nuovi poeti italiani 6, antologia di voci poetiche femminili che ha suscitato un vivace dibattito e una larga eco, uscita nel 2012. La sua ultima raccolta poetica, Il numero completo dei giorni, è stata pubblicata da Nino Aragno editore nel 2014. Vive e lavora a Milano.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica democrazia il 22 aprile 2015