Dylan Skyline

Teo Lorini



Ce l’ha fatta di nuovo.
Appena si è sparsa la voce che il 73enne Bob Dylan avrebbe pubblicato un disco di standards legati al repertorio di Frank Sinatra (di cui ricorre quest’anno il centenario), sono stati molti i Soloni che hanno manifestato scetticismo per l’ennesima scelta imprevedibile dell’autore di Like a Rolling Stone. Eppure, ai primi di febbraio tutti quanti, a cominciare dai critici, siamo corsi ancora una volta ad acquistare questo Shadows in the Night, il nuovo album di Dylan, dalla copertina deliziosamente retrò e dal suono sorprendentemente dolce.
Dylan e Sinatra: certo non è la prima volta che questi due mondi si sfiorano (se non la conoscete, cercate subito la meravigliosa esecuzione di Restless Farewell che Dylan eseguì al concerto per gli 80 anni di The Voice), ma questo disco apre nuovi territori all’esplorazione del Grande Canzoniere Americano che Dylan sta conducendo da oltre mezzo secolo. Ogni volta spiazzando le aspettative, ogni volta facendo piazza pulita del passato per imboccare qualche strada inconsueta o dimenticata, ogni volta deludendo qualche ammiratore e conquistandone di nuovi. Nella sua lunga carriera, infatti, Dylan ha attraversato così tanti ruoli e definizioni che, per tentare di raccontarlo in un biopic (I’m not There, 2007), Todd Haynes è ricorso a sei attori diversi. E, d’altronde, avete mai visto due dylaniani che discutono? Possono litigare per una nota, per un’esecuzione, per un pezzo lasciato fuori da un concerto o da un disco, possono dichiararlo esausto, fallito, privo di idee, defunto. E poi precipitarsi a comperare il nuovo cd o il biglietto del prossimo concerto.

Insomma: ciascuno ha il suo Bob Dylan. Anche gli scrittori, naturalmente. L’autore delle Variazioni Reinach, Filippo Tuena, ne ha appena raccolti 12 per assemblare un’antologia di racconti intitolata Dylan Skyline e divisa in due metà, come i lati di un LP. Il primo (ma non il maggiore) motivo di interesse di questo volume è dunque vedere come ciascun membro di questa dozzina, ha affrontato il Mito. C’è chi racconta la propria infanzia a partire da un concerto mancato (il racconto tenero ed evocativo con cui Janis Joyce apre il libro) e chi, come Helena Janeczek, al suo primo concerto di Bob (e che concerto: addirittura Norimberga ’78) è arrivata al braccio del proprio padre. C’è chi si concentra su una canzone (e curiosamente, su oltre 500 composizioni dylaniane, ben due autori hanno scelto Girl from the North Country). Altri scelgono la vena cronachistica, come Tiziana Lo Porto che racconta il famoso concerto del Madison Square Garden per Rubin “Hurricane” Carter (fra l’altro, l’unico incontro pubblico di Dylan e Muhammad Alì).
La nostra preferenza va a chi ha scelto l’approccio romanzesco. È il caso del notevole racconto in cui Andrea Tarabbia immagina una delle pagine più misteriose della controversissima mitologia dylaniana: l’incidente di motocicletta a cui si fa risalire il suo ritiro dalle scene del 1966. Tarabbia, in altre parole, il suo Dylan non lo racconta: lo inventa. Ed è forse per questo che il suo racconto colpisce così. Idem per il racconto di Marco Rossari. Cornice di fiction, anche in questo caso, al servizio però non di un’immagine poetica, ma di un’idea titanica: provare a spiegare le ragioni dell’amore per il cantautore di Duluth. Rossari, che oltre ad essere scrittore è un sublime traduttore e con il canzoniere di Dylan si cimenta volentieri, condensa in poche pagine una riflessione vastissima e una passione che sarà bello sentir raccontare nelle presentazioni di questo Dylan Skyline.
In attesa di ascoltarlo dal vivo, però, possiamo sentirlo parlare di Bob e di questo libro in una bella intervista, raccolta per la Radio Svizzera da Cristian Bubola.








pubblicato da t.lorini nella rubrica libri il 21 aprile 2015