OLTREKORINE

Vito M. Bonito, Jonny Costantino, Flavio de Marco



Dos (2015) di Jean Pierre Ruel

SAVAGE INNOCENTS

Cine-azzardi da Nicholas Ray a Harmony Korine

Jonny Costantino

In virtù di quale concetto di altezza chiamiamo bassi certi istinti e certi bisogni?

Un uomo non è anche, insieme ai suoi nobili pensieri, il nutrimento che ingurgita ed espelle e con esso gli organi e i succhi coinvolti nel processo?

Come conciliare il sublime con l’abiezione del corpo abitudinario (se lo chiede, mentre la Storia s’inabissa nell’Olocausto, sbranato da un cancro anale, Antonin Artaud) o – per dirla con l’ultimo Baudelaire (il quale rilevò che è con gli organi escrementizi che si fa l’amore, che da questi nasce ogni spirito, ogni sapere) – come condurre la lotta tra il sublime e il detestabile io?

Quale rapporto lega la ricerca dell’assoluto di Honoré de Balzac – il Napoleone della scrittura, capace di scrivere quattro romanzi e amare quattro donne al tempo stesso – e la rapidità della sua decomposizione: il volto si consumò così in fretta che il naso, quando spirò, era già tutto disciolto nel letto di morte (secondo il resoconto del suo tanatografo Octave Mirbeau)?

Perché Philiph Roth considera la vera eredità paterna, il suo patrimonio, le feci che l’organismo morente del genitore ha sparso nel suo bagno di figlio, quel poco di merda che sarebbe per sempre rimasto tra le assi di legno del pavimento, quello scarto corporeo impossibile da ripulire, che serba però tantissima vita da accogliere in sé?

Mister Lonely (2007) di Harmony Korine

FRAGMENTA HK

(su Harmony Korine e Herzog Korine)

Vito M. Bonito

Chi slitta e vola. E cade. Chi non vede eppure crede. Chi crede e vola eppure cade.

Herzog esplode in Korine. Korine punta alla frattura di Herzog. Reinventando un ritmo, spaziando in distorsione una catastrofe.

Un cinema dalle mani pure, quello di Herzog e Korine. Come di chi non ha mani.

Una teatralizzazione dei corpi che non racconta più se non attraverso i nodi di uno “spettacolo” dei corpi, una messa in cerimonia del loro stare “tra”, del loro essere metaxý di una verità svelata attraverso le potenze del falso; di una «verità estatica» (Herzog), di una verità fuori da sé, fuori di sé.

Un ritornello si fa strada, un dondolamento, un va-e-vieni di richiami, di figure e sequenze che attraversano le tessiture dei due registi.

La concatenazione dei corpi e del corpo della parola rivelano congiungimenti, risonanze. Il volo, il volto e la cecità si annodano in Herzog e Korine come rintocchi dal profondo, per riprendere un titolo del regista tedesco. Un ritornello lega i due acrobati dell’estasi.

Fata Morgana (1971) di Werner Herzog

Gummo (1997) di Harmony Korine

BUNNY BOY

Flavio de Marco

Sono io Bunny Boy, soltanto io.

Io sono il tornado, perché mi guida il vento.

Io sono l’umido del bosco in cui riposa lo smarrimento.

Io sono il gladiatore dallo scudo giallo a rotelle e l’armatura di nuda pelle.

Io sono l’immortale, perché recito la vita nelle discariche.

Io sono il corpo che riposa in una bara di pneumatici.

Io sono il fuoco delle armi sulla terra, la terra da cui non vi ascolto.

Io sono la stella tatuata sul mio indice come la notte nel giorno.

Corps 1 (2015) di Jean Pierre Ruel

Questi tre estratti provengono da OLTREKORINE, la plaquette d’artista in uscita a maggio nella collana Cineprints in concomitanza con la rivista "Rifrazioni 15 digital". Le immagini della plaquette sono di Jean Pierre Ruel e la tiratura di 150 esemplari numerati. Info su abbonamenti e altro: www.rifrazioni.net, info@rifrazioni.net.








pubblicato da j.costantino nella rubrica libri il 21 aprile 2015