La Pece – E torneremo a dibattere, a tempo debito, di Eutanasia

Tobia Iacconi



La Pece è un romanzo. Iniziato nel 2009, terminato nel 2011, dimenticato fino al 2015. Adesso è pubblicato a episodi su Il primo amore, con prevedibile irregolarità.
Le puntate pubblicate finora:


La Pece – parte prima
La Pece – parte seconda
La Pece – parte terza
La Pece – parte quarta
La Pece – A.R.S.P.O.E.T.I.C.A.

Le illustrazioni sono di Matteo Berton, troppo bravo per aver bisogno di presentazioni.


La Pece – E torneremo a dibattere, a tempo debito, di Eutanasia Eutanasia_2

Il Lunedì Io decise di privarci del Sesto Senso, ardimentosa virtù degli scaltri, e niente parve cambiare. In fondo solo in pochi credevano di averlo e, dunque, in pochi si lamentarono di averlo perso. I più credettero in un tremendo colpo di sfortuna, una giornata storta, una luna di traverso. D’altro canto non è così inusuale che gli scommettitori perdano alcune scommesse, che i rigoristi sbaglino qualche rigore, che gli investigatori pedinino dei sospetti innocenti.

Il Martedì Si adoperò per toglierci l’Olfatto e, tutto sommato, parve un compromesso accettabile: d’accordo, avremmo dovuto rinunciare alle note fruttate dei borgogna invecchiati, ma ci saremmo anche liberati per sempre del tanfo delle feci, di certi acidi umori ascellari, d’ogni lezzo e fetore e miasma fuggito da un tombino, un immondezzaio, un maleducato avverso all’igiene.

Il Mercoledì fummo privati del Gusto e la cosa, specie per via dei caffè insipidi di prima mattina, ci innervosì non poco; ma poi realizzammo che la vita sarebbe stata, sotto alcuni aspetti, più comoda ed economica: poiché ogni cibo avrebbe avuto il sapore del polistirolo tutti quei soldi che un tempo avremmo sperperato ben volentieri in brasati al barolo e gamberoni lardellati da allora in avanti – a beneficio dell’annuale prova costume – sarebbero finiti dritti nel salvadanaio: incantevoli lune di miele ai Caraibi, lunghi e affidabili macchinoni tedeschi, abiti sartoriali italiani. E così sia.

Il Giovedì fu la volta dell’Udito e a questo, dovemmo ammettere, non eravamo preparati: il mondo tacque d’improvviso, divenne bolla vuota e terrificante. Ci vedevamo gridare invano il nostro dolore l’uno all’altro, i volti deformati in spasmi inesplosi, ovatta incolore e spumosa riempiva l’aria. L’equilibrio se ne andò e non avemmo più sue notizie: nessuno riuscì mai più a reggersi in piedi; nessuno riuscì più a guidare gli affidabili macchinoni tedeschi; nessun aereo volò più verso i Caraibi per le nostre incantevoli lune di miele. I sordi di nascita, grazie alla straordinaria dimestichezza con quello che improvvisamente era divenuto il linguaggio universale, ebbero il loro momento di gloria: per quasi ventiquattr’ore il mondo appartenne a loro. Ma non poteva durare. Io non ha mai sopportato la concorrenza.

Il Venerdì rovesciò vasche di pece sulla terra: ci tolse la Vista e iniziammo a vivere nell’oscurità. Rotolando e contraendoci come viscidi lombrichi cercavamo a tentoni i nostri simili: se ne trovavamo uno lo abbracciavamo e ci avvinghiavamo a lui, inglobandolo nel gruppo, inghiottendolo nel centro del branco come una bestia-famiglia affamata. Una carezza, in quel Venerdì di carne e merda, valse come il più grasso dei diamanti. Rotolavamo in gruppi sul dorso ruvido del mondo in cerca di cibo e plastica da ardere.

Il Sabato toccò al Tatto e la nostra pelle divenne freddo vetro insensato. Ci ritrovammo soli con i demoni della mente. Sciogliemmo le famiglie-branco perché non avevamo più nessun modo per sentire, avvertire e giovarci della presenza dei nostri simili. O forse no, forse non siamo mai riusciti a staccarci gli uni dagli altri: d’altro canto, come avremmo potuto esserne certi? Forse, forse siamo rimasti a contatto per sempre, vicini eppure lontanissimi; magra e scarna e inutile consolazione. Furono solo dolore e paura e voglia di morire. Ci saremmo uccisi all’istante se solo avessimo saputo come fare. Cercavamo di rotolare in cerca di uno spigolo, una lama affilata, un fuoco ardente, un precipizio. Senza essere sicuri che stessimo riuscendo a rotolare, senza avere prove del fatto che ci stessimo effettivamente muovendo, anche solo di poco, impercettibilmente, di pochi significanti millimetri, senza modo di sapere se stessimo ancora toccando il suolo, o cadendo da un dirupo, o annegando in mare. Senza essere sicuri che, una volta trovata la maniera di morire, ci saremmo accorti della differenza.

La Domenica Io scese sulla terra e trovò che l’umanità era divenuta ciò che aveva sempre desiderato, un groviglio informe di carne arteriosa e nervi, sussulti elettrici e rigurgiti intestinali, una polpa bollente viva eppure morta, incesto di vermi, massa larvale ammassata e urlante, sacchetti di pelle contenenti materia viva, un tempo viva, ancora viva, forse, forse ancora viva. Morta ma funzionante: viva. Ogni qualvolta un uomo riusciva inconsapevolmente a giungere in prossimità di uno spigolo, una lama affilata, un fuoco ardente, un precipizio, qualunque cosa lo avrebbe aiutato a porre fine a quella squallida condizione di non-vita, Egli lo traeva in salvo e, affidandolo alle Sue amene correnti d’aria, faceva sì che venisse depositato nei luoghi più sicuri e ospitali e fertili della terra, laddove sarebbe vissuto più a lungo, laddove avrebbe sofferto più a lungo. Con un articolato e meraviglioso sistema idraulico di tubature trasparenti incastonate nel cielo badava bene che ognuno di noi ricevesse aria e nutrimento a sufficienza: grande fu, ed è, e sempre sarà, la Sua Misericordia. La Domenica scese sulla terra e depose il Suo trono sulle schiene degli uomini larva; su di esso, finalmente, Si riposò.

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pubblicato da t.iacconi nella rubrica racconti il 15 aprile 2015