Ero un ritratto di Francis Bacon

Marina Mander



La mia libreria ha il brutto vizio di inghiottire i libri. Soprattutto quelli a cui tengo di più. Spariscono, non si sa dove, e sono costretta a ricomprarli, una, due, anche tre volte. Non molto tempo fa, a mezzanotte circa, mi sono messa a cercare, del tutto invano, il volume con le interviste di David Sylvester a Francis Bacon. Volevo verificare una citazione che uso spesso e che riflette la mia visione e, ahimè, anche la mia gestione assai poco apollinea, della vita:
Di simmetria si muore.
La mattina dopo mi alzo, vado in bagno e vedo la mia faccia riflessa, trasfigurata in un ritratto di Francis Bacon: la parte destra del viso dislocata a caso, la bocca storta, una narice deformata ma immobile e un occhio che non si chiude più: uno spavento da morire.
“Che scherzo è questo, Francis?”
La mia espressione, in preda a una folle anamorfosi, mi rimanda un sorriso orribilmente sinistro. Sotto la pelle sento pennellate di materia nervosa che deformano i miei lineamenti, fasci di muscoli contratti da uno spasmo sofferente, migrazioni di carne pastosa verso nord-nord-est.

“Come si sente?” mi chiede il dottore al pronto soccorso.
“Come se avessi ingollato un quadro di Francis Bacon.”
Il medico mi guarda senza batter ciglio, questa vicenda, dopotutto, è antecedente alla vendita all’asta del trittico di Lucian Freud dipinto da Bacon: 142.4 milioni di dollari.
“Non si preoccupi, è solo una paralisi di Bell, un’infiammazione del settimo cranico, passa.”
Vorrei annuire gentilmente, quasi per scusarmi di avere un nervo settimo cranico così malconcio, ma la mia mimica facciale produce un altro ghigno mostruoso.
L’arte è un accidente, mi sussurra Francis da chissà dove.
Infatti. La bocca, la carne, la macelleria del viso che pare squartato dall’interno, le tue ossessioni, Francis, da quando hai visto quel maledetto manuale di anatomia. Dicevi che ti sarebbe piaciuto dipingere una bocca come Monet dipingeva i tramonti ma di non esserne stato mai capace. Lo vedo bene, ora. La mia bocca pare quella di Henrietta Moraes e l’occhio quello di Michel Leiris. Erano i tuoi più cari amici eppure nemmeno loro si sentivano tanto gratificati dai tuoi ritratti. Ma io, io cosa c’entro, perché hai deciso di colonizzare la mia faccia? Da quando in qua ti dedichi alla body-art?

Io ho sempre ammirato il tuo lavoro, quello sguardo straliciato che indaga al di là delle apparenze, la tua volontà di cogliere il diamante nascosto nel profondo, per dirla con le parole di un altro genio, Milan Kundera.
You kill the thing you love, e mi citi di rimando Oscar Wilde.
Nel mio piccolo lavoro di scribacchina, i miei intenti non sono diversi dai tuoi, scusa, mi permetto il paragone con umile deferenza. Scrivo per smascherare i miei personaggi, non mi piace nemmeno chiamarli personaggi, parola che deriva da persona, cioè maschera, preferisco l’inglese character che evoca qualcosa di più intimo.

Certo che anche tu hai un bel caratterino, tutto questo perché ho prestato per l’ennesima volta il tuo libro e non ricordo più a chi? Non ti sembra una vendetta esagerata? Lo sai benissimo che presto solo i libri che amo nel desiderio di condividere ciò che mi sta a cuore.
Non c’è nessuna ostilità contro i mei modelli.
Ah, no? E allora dimmelo tu cosa rappresento ora? Cos’è questa smorfia di disgusto? La mia essenza, il mio vero sé?
Non si può creare un’immagine senza che essa produca uno stato d’animo.
D’accordo, non hai mai voluto indulgere in facili psicologismi, tu preferisci la brutalità dei fatti, ma a cosa serve la brutalità dei fatti se non a porsi delle domande? Insisto: cos’è che mi disgusta e cosa mi spaventa, chi mi torce l’anima? Sono io? E’ il mondo?
L’arte ti riporta sempre alla vulnerabilità dell’esistenza umana.
E allora perchè gli estimatori da vernissage non mi ammirano in un trionfo di empatia? Io sono una tua creazione, benché minore: un’opera assurda, anonima e postuma. Quanti milioni di dollari valgo così deformata, con una faccia che non vale più una cicca, mi devo mettere all’asta?

Le persone con le loro maschere osservano la mia nuova maschera da tragedia greca e mi rendo conto di ispirare due sentimenti contrapposti in proporzioni altrettanto asimmetriche, ma non esistono parole italiane per esprimerli. Schadenfreude, una sorta di compiacimento per il male altrui oppure pietas, l’amore doveroso e rispettoso degli affetti di cui parlavano i latini.
Faccio impressione ma sono il tuo capolavoro. Almeno tu, mi vedi per davvero?
La gente tende a essere offesa dai fatti, che si potrebbero chiamare verità.”
Dopo due settimane il cortisone rende le mie guance gonfie e troppo paffute, “gote infantili” le chiamava mia nonna. Bene Francis, vedo che stai perfezionando la tua opera, sei contento “Faccia da budino”? Ti chiamavano così da piccolo, non è vero? E non mi dire che non ti dava fastidio. Adesso, non solo assomiglio a uno dei tuoi dipinti, ma anche al tuo auto-ritratto.
Quando dipingi qualcosa, non stai dipingendo solo il soggetto, ma qualcosa di te.
Okay, okay. Ma non potremmo, please, tornare a qualcosa di più papale-papale, rinascimentale? Cecilia Gallerani con il suo ermellino o anche Monna Lisa col quel sorrisetto mainstream, enigmatico sì, ma almeno abbastanza simmetrico.
Mi stai dicendo che non si può tornare al puro figurativismo. Che ci sono stati Caravaggio e Velázquez e poi Rembrandt e l’impressionismo e le avanguardie storiche e che nemmeno al realismo è più concesso di essere realista.

Senti, facciamo un patto. Io domani ricompro il libro con l’intervista di David Sylvester e tutto quanto, ma tu vai a installarti da qualche altra parte. Non voglio la tua arte addosso, voglio la mia vita di prima.
Di simmetria si muore.
L’hai detto tu? O l’ho detto io? (o qualcun altro ancora?) Devo ammettere che anche ritrovarsi un bel mattino con la faccia sbilenca non è un bel vivere. Quindi ti prego, lascia che la mia anima resti contorta, che le mie nevrosi mi attorciglino la notte in contorsionismi di lenzuola che solo il ron ron dei gatti sanno acquietare, lasciami essere la persona che sono, con la finzione della mia maschera, acconsenti al mio recitare nel teatrino diurno del sociale ancora per un po’.
Davanti allo specchio per la prima volta il mio occhio destro, paralizzato da un mese, mi strizza l’occhio, quasi impercettibilmente.
Ehi, vecchio genio-irlandese-disordinato-ubriacone e burlone, vuoi dire che ci siamo intesi?
Non so. Non so più se c’e da fidarsi di qualcuno, né dei grandi artisti, né degli amici, né di noi stessi. Non so nemmeno se la mia ammirazione per Francis Bacon sia solo una forma bieca di Schadenfreude, un voyerismo che aiuta a esorcizzare intime paure. Finchè non sei costretto a guardarle in faccia, letteralmente.
L’unica cosa che so fare è mettermi a cercare, a mezzanotte circa, un libro sull’opera di Botticelli. Quello con La nascita di Venere. Lo trovo subito. Nessuno me l’ha mai chiesto in prestito, perché la bellezza in Italia cade a pezzi, l’armonia è ormai trascurata, la grazia fuori moda.


Di Marina Mander è da poco uscito Il potere del miao. I gatti che mi hanno cambiato la vita, Mondadori, pp. 142, € 11,90.
Questo articolo è stato pubblicato in inglese sul
New York Times nel novembre 2013 e in italiano su Vanity Fair nel dicembre 2013.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica dal vivo il 10 aprile 2015