VULVAVISIONE

Jonny Costantino



Furya (2014) di Nicola Samorì

V come vulvavisione.

Avrei potuto dire vi come vagina. Ma dico vu come vulva.

Dico vulva per attrazione della donna ed elezione dell’area genitale esposta alla visione. La vulva comprende le grandi labbra e le piccole labbra (dette anche ninfe), il clitoride e il vestibolo vulvare (l’anticamera fiammante tra le ninfe e l’imbocco del canale vaginale). Vestibolo, nella Divina Commedia, è l’altro nome dell’Antinferno.

Ebbene sì, mi avvito sulla cervice e mi volgo verso l’ostio: scelgo il visibile, perché se il visibile non lo esploriamo a fondo, è inutile avventurarsi nell’invisibile.

La V è già l’ideogramma della vulva: se dal vertice di questo triangolo senza base tiri una linea interna equidistante dai lati, hai la fenditura, la fessura, lo spacco della vulva.

Dico vulva per l’allitterazione in V che le sguiscia dentro, per lo sventolio di vu e va sul cardine di una snella tagliente elle. Vu di vulva vuoto vulcano. Va di vagina variazione vampa. Elle di lotta e legame, lama e lacerazione.

Nota bene: la vulva è l’esterno della vagina ma la vagina non è solo il sesso femminile, è anche la guaina di cuoio della spada o del pugnale. È la vita la spada svaginata per trafiggerci.

Continuo così perché nomina sunt consequentia rerum, come decretò Giustiniano e citò Dante nella Vita Nuova. È vero come lo è il contrario: capita che le cose siano conseguenze dei nomi.

La V è l’unica lettera dell’alfabeto italiano con la doppia pronuncia e io pronuncio vu invece di vi per amore di suono e per sintonia con i Romani che in un unico segno, la V di vanitas vanitatum, fusero la penultima consonante e l’ultima vocale, la u di uno uovo uomo.

Dico V come vulva e aggiungo – con allitterazione variata – V come valva. Le valve sono i battenti di una porta, i riquadri di un dittico, le metà guscio di un’ostrica, di certi frutti, di certi fiori. Valve incernierate l’una nell’altra sono il vizio e la virtù. Un libro, per leggerlo, devi squadernarlo in due valve, talvolta sciupandone il dorso.

Anche le palpebre sono valve. Le valve della visione. Lì dove si calcifica la perla della visione. Il loro apri e chiudi cigliato è replicato dal sipario teatrale. I sipari con l’apertura al centro mi fanno pensare a grandi labbra. Sul palcoscenico si compie un rito che al cinema ha un equivalente immaginario: le valve di un sipario mentale si slargano o si sollevano nel buio che il fascio filmico sta per forare ed ecco che lo schermo ci risucchia nella voragine della visione come la pornoattrice che – pizzicando in primo piano le piccole labbra – esibisce il nero della cavità bordata dal rosso delle sue carni.

Le valve della vulva sono le palpebre della carne.

Disegno della serie Miroir de la tauromachie (1938) di André Masson e frame di L'impero dei sensi (1976) di Nagisa Oshima

La vulva è un vomitorio.
Nei teatri e negli anfiteatri romani i vomitoria erano le porte di entrata e uscita che davano sulla cavea.

La vulva è il vomitorio della visione carnale, abissale.
La vulva è il teatro della visione affacciata sull’abisso della carne.
La vulva è il teatro della visione e dell’invisione: è dove la visione s’inabissa. La visione deve inabissarsi nella vulva affinché affiori la vulvavisione.
La vulvavisione è una perla nera.

Ma non banalizziamo: la vulvavisione non è la vulva della visione né la visione della vulva. Troppo poco, non varrebbe la pena accanirsi.

La vulvavisione è il chiasma tra la vulva e la visione:
un chiasma fusionale che aspira irradia rifrange
ciò che entra nelle orbite della vulva e della visione.

Il chiasma è la figura dalla forma incrociata che ha il suo modello segnico nella X (ix), lettera corrispondente alla X (chi) greca, da cui viene la parola chiasma. Nell’alfabeto internazionale tra la V e la X c’è solo la W (doppia vu). Se tagliamo la W in due parti uguali (la V di vulva e la V di visione) e capovolgiamo la V di visione per collocarla sotto la V di vulva (in modo che i rispettivi vertici si tocchino), avremo la X. In matematica, la X indica l’incognita o la variabile, oltre al segno della moltiplicazione, mentre la V indica il valore vero. Verità incognito variazione: elementi che si moltiplicano all’ennesima potenza nel chiasma della vulvavisione. Il risultato è imprevedibile.

Ce ne sono di chiasmi: il chiasma cromosomico e il chiasma ottico, il chiasma retorico e il chiasma scultoreo. I chiasmi sono incroci delicati quanto pericolosi. Bisogna fare attenzione. Nella scultura classica, l’alterazione del chiasma codificato da Policleto causa lo squilibrio della figura e l’incrinarsi del ritmo compositivo. In anatomia, una lesione del chiasma ottico può provocare la cecità di uno o di ambedue gli occhi. Nella vulvavisione, se recidiamo il contatto chiastico tra il vertice della vulva e il vertice della visione perdiamo il centro di gravità, la nostra vita si svena e si ottenebra, si affloscia.

Il chiasma tra la vulva e la visione è poliedrico, polimorfo. Ha conformazioni cangianti, segue direzioni molteplici, pulsa su traiettorie devianti. Ora è retinico ora pelvico, ora centripeto ora centrifugo, ora convergente ora divergente. La divergenza è una caratteristica ereditata da Venere, la dea dell’amore, della bellezza, della fertilità: la Grande Vulva della mitologia greca. Venere aveva un segno particolare che divenne il suo emblema: un leggero strabismo divergente, lo strabismo di Venere. Un occhio guarda te, l’altro cerca altrove. Un occhio fissa il sole, l’altro intercetta la tempesta. Un occhio schizza fuori, l’altro si ribalta dentro. La divergenza della vulvavisione genera visioni difformi, anomale: visionarietà.

Etant donnés 1. la chute d'eau et 2. le gaz d'éclairage (test, (1948-1949) di Marcel Duchamp

Se facciamo un salto nel Ramàyana, il grande poema epico indiano, c’imbatteremo in Indra che, prima di essere il dio dei mille occhi, è stato il dio delle mille vulve. Indra era ossessionato dalle donne e – per via della sua incontinenza sessuale – ricevette dalle alte sfere una pena più unica che rara: mille vulve sbocciarono su tutta la superficie del suo corpo quale marchio d’infamia. In seguito, su intercessione di Brahma, le mille vulve si tramutarono in mille occhi. Da allora, ogni battito di palpebra ricordò all’occhio la contrazione della vagina che fu. La carne ha memoria.

Né si può, in questa sede, trascurare la portata di una recente scoperta di un’equipe di scienziati dell’Università astronomica di Santo Cinto, nello stato di Nyjon. La scoperta riguarda la genitalità sul pianeta Venere. Qui le vulve sono veri e propri siti oculari: ospitano un terzo occhio. L’acuità dell’occhio vulvare non smette di accrescersi dalla nascita fino all’adolescenza, quando la femmina lo espelle col primo flusso mestruale. Allora la vulva si riconforma: da molle orbita disocchiata diviene una bocca avida degli spermatozoi del maschio. Gli spermatozoi venusiani somigliano a quelli terrestri ma, a differenza di questi, sono occhiati: la testa fecondativa è un bulbo oculare mentre lo scodinzolante flagello è un nervo ottico. È dibattuto se la genitalità su Venere, il gemello caldo della Terra, rappresenti uno stadio evolutivo anteriore o successivo rispetto a quello rappresentato dalla genitalità umana.

La vulvavisione è il boudoir dove la vulva e la visione fanno l’amore e reciprocamente s’inseminano.

Quello della vulva è il richiamo dell’origine.
Un richiamo dal profondo: è da lì che sbocchiamo, vomitati in vita.
Un richiamo impossibile: per quanto possiamo anelarvi, non torneremo nel ventre materno.

La vulva è l’origine della vita e del mondo.
L’origine dipinta da Courbet e incisa da Fontana,
filosofata da Bataille e narrata da Henry Miller,
filmata da Oshima e fotografata da Araki.
Giusto per comporre tre dittici con sei artisti della vulvavisione.

La vulvavisione è all’origine dell’arte.
L’arte del dentro e dell’oltre.
L’arte che va così dentro da condurci oltre.

L’arte vomitoria, ovvero: l’arte che funziona da emetico, se necessario, l’emetico dello schifo glassato smaltato corretto che c’ingolfa la visione.

L’arte svergognata: oltre la vergogna.
L’arte che provoca le ire e non teme le condanne dei paladini della volgarità perbenista. Non si sono estinti coloro che chiamano vergogne i genitali e come vergogne li trattano. La scarnificazione virtuale del pianeta ha reso i repressori più aggressivi che mai. L’origine del mondo, il capolavoro courbetiano del 1866, ha subito nel 2011 la censura di Facebook.

La vulvavisione è la vena dell’arte vampira e trasfusionale.
Lunga vita agli assetati di sangue, agli assatanati.
La sorgiva dell’arte che ci penetra con l’ardore della prima volta.
L’arte che ci stupra per fecondarci la visione.
L’arte che vivifica lo sguardo mentre rinnova la cosa guardata.

Erotos (1940) di Nobuyoshi Araki

Talvolta basta una semplice variazione di prospettiva per ottenere spiazzanti effetti di visione. Prendiamo una vulva, meglio se di pelo nero e corto, e guardiamola come non l’abbiamo mai guardata: invece del vello pubico vedremo il dorso di uno scarabeo stercorario, vedremo le grandi labbra tramutarsi in dure elitre e, al posto delle ninfe, faranno capolino gli orli delle esili ali del coleottero.

Nella Teologia degli insetti – trattato edito in Germania nel 1740 e tradotto da un editore veneziano nel 1751 – il teologo e storico luterano Friedrich Christian Lesser parla di vagina delle ali dello scarabeo.

Presso gli Egizi lo scarabeo coprofago è un animale sacro impersonato dal dio Khepri. Khepri è una divinità solare col corpo antropomorfo e uno scarabeo al posto della testa. Ogni giorno Khepri spinge il sole del mattino fuori dall’oltretomba. Khepri fa il suo dovere alla maniera dello scarabeo che fa rotolare la sua palla di sterco. La sua preziosa palla di sterco: è il nutrimento degli adulti e l’incubatrice delle larve. Preziosa come un piccolo sole.

Concetto spaziale. Natura (1959-60) di Lucio Fontana

Presso gli Aztechi è Ixcuina, la dea dello sterco,
la copro-divinità, la mangiatrice di escrementi,
colei che presiede ai piaceri della sesso e dell’amore.

Mai sottovalutare la vicinanza tra vulva e l’ano.
Il foro della nascita e il foro della deiezione.
In mezzo solo la terra di nessuno del perineo.
Una vicinanza che sacralizza persino l’osso in prossimità.

Nel Tantra di tradizione visnuista la vulva è sacra e ritualmente adorata.
Presso gli Antichi Egizi e gli Attuali Mortificatori è maledetta e infibulata.

La vulva: pertugio del Benigno e trappola del Maligno, attrattiva e repulsiva, veneranda e condannata, acquasantiera e fogna, totem e tabù, forno e pagnotta, spiraglio e patibolo, gatta e topa: tana di tutti gli ossimori.

Il salto della morte (1902) di Alfred Kubin

Scrive Pasolini della vulva scegliendo, al posto della V, la F di fede farfalla fiore, la F di fica:

rosellina di mezzogiorno e pozzo di mediocrità,
carnina innocente e cloaca di rassegnazione,
occhi di carne che non vede e bocca di sangue nero che non parla,
minimo comune denominatore di tutti e piccola come la Terra Santa.

Lo scrive Pasolini con ambiguità – l’ambiguità di chi è rimasto sull’orlo per precipitare in altri burroni del desiderio – lo ha scritto Pasolini in F. dopo aver premesso: dentro di Te non sono uomo.

Scrive Bataille in W. C. sgranando gli occhi sulla vulva che, nella sua cosmologia, è la cruna del divino, la fessura dell’assoluto, il cratere entro cui gorgoglia l’estrema verità della vita:

I peli del suo sesso erano apparsi a C. come una visione sfolgorante a cui non poteva non pensare nemmeno quando, solo nella sua stanza, rivolgeva l’anima a Dio. W. era forse Dio???...

E affonda in Madame Edwarda:

“Ti faccio vedere le mie labbra?”, chiedeva. Con le mani aggrappate al tavolo mi girai verso di lei. Seduta teneva in alto una gamba divaricata: per aprire meglio la fessura, ne tirava la pelle con le due mani. Cosi le “labbra” di Edwarda mi guardavano, pelose, rosee, piene di vita come una piovra ripugnante. Balbettai dolcemente: “Perché fai questo?”. “Vedi, disse, io sono DIO”. “Mi sembra d’impazzire”. Devi guardare: guarda”.

Lo scrive Bataille con devozione – la devozione riservata a W. e a Edwarda, le quali più che mesdames sono vulve al quadrato, a partire dalla W nei loro nomi, e radici quadre della donna; la devozione rivolta a ognuna delle sue eroine oscenamente, se non atrocemente, divaricate; la devozione di colui per il quale la donna desiderata è il sole che dissipa la nebbia estesa dell’infelicità; la devozione di chi ha fatto sua, al di là del bene e del male, la premessa di Nietzsche: posto che la verità è donna; la devozione blasfema per LEI quale unico DIO – lo ha scritto Bataille con un sottinteso: solo dentro di Te sono uomo.

Sacertà e abominio della vita attraverso lo spalancarsi abbagliante di una vulva.

Ragazza vista in sogno (1911) di Egon Schiele

Il silenzio di Dio rimbomba nel soccombere della parola dentro la gola umorosa del femminino. Il giudizio di Dio si screpola nel sacrario della donna, tabernacolo di inferni emersi e paradisi spiroidali, strappo al baricentro di una vita che di norma è limbo o purgatorio. Il bruciore di Dio si placa al cospetto della piaga viva, lo stigma labbriforme che parla la lingua della nostra lacerazione e c’inghiotte nel senza fondo.

L’erotismo arriva dove il misticismo non può:
alla festa disperata della carne.

Il pensiero denuda la vita solo se, come una vulva, si slabbra sul nero e sul cavo.
Il pensiero sfida la morte solo taglieggiando le categorie di scuola.
Solo se, come un bisturi, apre l’intimo agli eccessi del radicale.
Solo se, intriso di vulva, diventa visione: vulvavisione.

La verità della vita e della morte si divina nella vulvavisione.
Rovescia pure la verità come un guanto: sarà fuggita altrove.
Guarda a fondo: scoprirai la notte del corpo e nella notte una scintilla.

La vulvavisione è la presa di corpo dell’abisso.
È l’abisso che calamita la nostra ferita nel suo farsi visione.

La vulvavisione è un viaggio voluttuoso al termine della passione.
La voluttà appartiene al tragitto, non alla destinazione.
Voluttuoso è sia il valico che l’indugio sul crepaccio.
Voluttà è violenza che agisce a fior di pelle e sconvolge, assieme ai sensi, il senso.
Quale voluttà nella visione che non teme la violenza per coltivare la delicatezza!

Feather Stola (2000) di Marlene Dumas

V come violenza e come vita virulenta valicata violata,
come solo una vulva può esserlo, virulenta valicata violata,
la vita che viene alla luce da una vulva, urlante smarrita insanguinata, e V come Vivaldi che della vita è inno gioioso.

V come il vestito che dobbiamo sfilarci per restare nudi come vermi, per stringerci inermi, per superare insieme il tremore e il delirio.

V come vulva ma anche come verga.
V come varco contro varco: vie di reciproca fuoriuscita: oblio.
V come voto: siamo votati a sanguinare come bestie sacrificali.

V come verginità: variamo il vascello della carne.
Non ci si svergina una volta e basta, non ci togliamo il pensiero come si sfila una mutanda sporca.

V come voglia.
Vuoi? Voglio… Voltati… Vengo? Vieni… Vado.

V come Venere, monte di Venere, vello e vertice.
In cima al vertice, la vertigine.
Oltre la vertigine, la voragine.
Giù per la voragine, il vortice.
Vortice di conoscenza abissale, abbandono, estasi.

V come Via Lattea, la galassia alla quale appartiene il Sistema Solare, la galassia per antonomasia che del creato e dell’increato è la vulva universale. Prendi una foto a buona risoluzione, contemplala: vedrai una vulva smisurata, suppurante di sperma siderale, umori interplanetari, bave del caos.

frame di Il firmamento (2012) di Fabio Badolato e Jonny Costantino

V come velluto: tessuto tra i più erotici, non meno del pizzo né del nylon; tessuto al tatto tra i più simili alla vulva, alla vulva e ai cuscinetti sotto le zampe delle gatte, quei morbidi e resistenti pouf di carne che, quando non sono stati sciupati dall’asfalto, ricordano ai polpastrelli il contatto con una vulva appena rasata – sarà per questo che i Francesi chiamano il sesso femminile la chatte, la micia. Blue Velvet: l’erotismo è nel contrasto tra il bianco della pelle e il rosso delle labbra carnose di Isabella Rossellini. Velvet Underground: l’erotismo è nella voce di Lou Reed, una voce inconfondibilmente sensuale, invecchiata come il buon vino.

V come vulva e come vino: entrambi danno l’ebbrezza.
Nello yoni-puja, rito tantrico di adorazione vulvica,
il vino scorre a iosa e accompagna il piacere.

V come Vino degli amanti, la poesia che Baudelaire, il poeta che vede il rintocco dell’eternità negli occhi della “Felina”, con la sua voce abissale ispirata dalla vulva e dal vino, chiude con questa visione:

Cullati così mollemente
sull’ala di un turbine intelligente
in un delirio parallelo,

nuotando affiancati, sorella mia,
fuggiremo senza bisogno di riposo
verso il paradiso dei miei sogni!

Paesaggio antropomorfo (1955) di André Masson

Jean Genet intuì la verità della vita davanti al vuoto moncherino di un soldatino rotto.

La vulvavisione è la visione viscerale della verità come vuoto.
La vulvasione è la vescica bucata di un vuoto da invadere.
La vulvavisone è il vuoto riempito da un’illusione forte come la morte.

La vulva incarna la volontà di vita, la vita vorace veloce vasta,
la vita che ha nella vulva ha un propulsore e un magnete.

La visione sublima la volontà di vuoto,
il vuoto in acquatto oltre il velo della conoscenza e dell’illusione,
il Vuoto detto anche Nulla o Nonsenso o Dio.

L’albero della conoscenza non è quello della vita,
il Manfred di Byron ha ragione, eppure…
Eppure il solco, il seme, la radice sono gli stessi.

La vulvavisione è una sfida esistenziale: creativa, amorosa.
La sfida essenziale del desiderio attizzato dalla lucidità.
La vulvavisione è la prova del fuoco.
Il fuoco dove la vita e la conoscenza bruciano insieme.

Cosa accade se la vulva si schiude come una visione e la visione freme come una vulva?
Cosa se la vita s’inebria del Vuoto e nel Vuoto s’invola senza paracadute?
Se l’evidenza del Nulla e del Nonsenso rivela la possibilità che qualcos’altro abbia senso, qualcosa magari di minuscolo, altro dal resto di tutti, senso anche soltanto per te o per me?

Cosa accade quando Dio è Lei, se il mio dio diventi tu, e viceversa?
Cosa se ci consacriamo al disastro e alla febbre del desiderio, scatenati nella nudità primaria e temeraria delle nostre ferite palpitanti, amanti avviluppati nelle correnti, amici senza scialuppe di salvataggio, abbandonati al nostro fluire, in un oceano di vino rosso come il sangue?
Cosa accade, sorella mia, fratello mio?

Accade la vulvavisione.

La vulvavisione è la ferita del mistero all’origine della vita e dell’arte.
La vulvavisione è la feritoia della vita e dell’arte sull’abisso della carne.

La vulvavisione è l’arte che contempla e ferisce la morte.
La vulvavisione è la vitarte.

Rose ouverte la nuit (1946) di Hans Bellmer

Qualche settimana fa Francesco “Franz” Selvi mi ha proposto di partecipare al progetto Alfabetiere: ventuno autori per le ventuno lettere dell’alfabeto italiano, ognuno col compito di individuare una parola che iniziasse con la lettera assegnata da Franz e realizzare un mp3 di cinque minuti in stile libero. A me è toccata la V. Da questo impulso è nato Vulvavisione. Un distillato del presente testo – letto col contrappunto di quella che per me rappresenta la Voce del Vulva, Billie Holiday – apparirà in Alfabetiere, attualmente in progress. Oltre che regista, Franz è il curatore del programma radiofonico Forfora di stelle (http://www.radiogarbino.it/i-progra...).








pubblicato da j.costantino nella rubrica arte il 7 aprile 2015