Un brindisi per Robbe-Grillet

Roberto Ferrucci



Aereo, scale mobili e tapis roulant, métro, altre scale non – ahimè – mobili, treno e quando le porte della stazione di Saint-Nazaire si spalancano davanti a me e al mio bagaglio di una trentina di chili, lo riconosco subito, isolato lì, nella luce che riverbera chiara dall’interno e sullo sfondo giallo di una parete posticcia da lavori in corso. Ci metto un istante a ricalibrare i lineamenti più marcati, i capelli bianchi di oggi con l’espressione e il ciuffo scuro delle foto viste vent’anni fa. La mano con cui tiene la sigaretta si alza a mezz’aria, poco sotto il suo mento, a indicarmi e la sua voce dice il mio nome alla francese mentre io, all’italiana, pronuncio Patrick Deville, il direttore letterario della fondazione che mi ha invitato qui.

Ci diciamo qualcosa, ringraziamenti, benvenuto, com’è andato il viaggio – e io, benissimo, grazie, mentre mi trascino dietro i trenta chili di bagaglio. Sono imbarazzato, non era lui che mi aspettavo alla stazione, così, pur di non tacere, gli dico la cosa più scema, che ho letto i suoi romanzi, snocciolo titoli, Il cannocchiale, vent’anni fa, vari altri e Pura vida, l’anno scorso. Ah oui, replica come si deve in questi casi lui. Passiamo davanti a una brasserie, io vado dritto, col rimbombo del mio bagaglio alle spalle mentre lui invece devia di qualche passo verso l’entrata, andiamo a prendere un verre, dice lui. Avec plaisir, replico deviando a mia volta il passo all’interno e incastrandomi, ma solo per un attimo, con la trolley fra le porte che lui mi tiene aperte. Ci sediamo. Una signora dai capelli grigi, di una tonalità diversa però da quelli di Deville, chiede cosa vogliamo. Lui ordina un sauvignon col nome di un luogo che non riesco a tenere in mente, ne discute un po’ con la signora, come sempre deve fare uno che di vini se ne intende e mi chiede se mi va bene e a me andrebbe meglio un rosso, ma mi sento in colpa per le sciocchezze che ho detto e mi adeguo, avec plaisir. Poi mi dice che deve assentarsi una ventina di secondi (mi dice proprio così, devo m’absenter venti secondi), lascia gli occhiali (il modello esatto che mi viene in mente quando sento la parola lunettes, montatura sottile, lenti tonde), li lascia sul tavolino, laddove la signora dai capelli grigi, due centimetri più in là, appoggerà uno dei due calici di Sauvignon del chissà dove. Il suo, decido. Mi guardo intorno, con quel senso di spaesamento naturale, credo, in questi casi. Faccio un’inutile foto alla parete, una meno inutile ai suoi occhiali e al calice di Sauvignon che brillerà quasi verdino, trafitto dalla luce, nella foto e Patrick Deville ritorna che i secondi saranno una settantina, a voler essere precisi, si siede, afferra il calice, lo alza. Bene, dice, brindiamo al tuo arrivo (possiamo darci del tu, no, aveva detto appena entrati nel locale) e anche in onore di Alain Robbe-Grillet che oggi ci ha lasciato.

Resto lì, il calice a mezza altezza, meno verdino, qui, non coincidente alla luce, e un po’ dondolante, dentro, dopo il suono – dlinn – che fa il vetro quando batte sul vetro, scoccato più o meno quando ha detto à ton arrive. Sul ton, di preciso, credo. La sorpresa va oltre alla morte di Alain Robbe-Grillet, che aveva ottantacinque anni, e anche al fatto che sia morto il giorno in cui io, per la prima volta, vengo in Francia non come turista, ma per un lungo soggiorno di lavoro. No. La sorpresa, sta nel fatto che avevo vent’anni, volevo fare lo scrittore, e leggevo. Leggevo di tutto. E la ricordo bene l’epoca del Nouveau Roman, lo sforzo, in quel periodo, di affrontare i romanzi di Robbe-Grillet, di Claude Simon, di Robert Pinget, di Michel Butor, che furono esperienza e soddisfazione. E una lezione, anche. Le penso tenendo il calice a mezz’aria, che è roba di secondi, e mica ce l’ho, il tempo, per dirle anche a Patrick Deville, queste cose, perché accade tutto in un tempo fratto, istantaneo e nemmeno posso aggiungere il seguito delle immagini che si accavallano, perché lo sbalordimento è consequenziale e inevitabile. Ché dopo i nouveau romancier, toccò la lettura dei nouveau nouveau romancier. La fatica, nel procurarmi i romanzi di Jean-Philippe Toussaint, di Patrick Deville, di Jean Echenoz, mica c’era Amazon, a metà anni ottanta. Non ho il tempo, in questo frattempo fulmineo, di dirgli che c’erano solo due persone al mondo che nel darmi questa notizia avrebbero portato con sé un sottotesto enorme, che voleva dire letteratura, romanzo, scrittura nel senso più puro e profondo del termine. Solo loro, Jean-Philippe Toussaint e Patrick Deville, i due nouveau nouveau romancier, autori di Les Editions de Minuit che, in qualche modo, significa autori Robbe-Grillet, il padre del Nouveau Roman. Col calice un po’ meno a mezz’aria, nell’istante, rivedo allora me stesso che traduco un articolo di Robbe-Grillet dove parla, appunto, del nouveau nouveau roman e lo porto all’università. Vedo me che scrivo a Patrick Deville dopo aver letto Longue vue. Me che giro per Venezia con Jean-Philippe Toussaint che mi racconta di quando Robbe-Grillet ha letto il manoscritto di La stanza da bagno. Vedo me che, timido, intervisto Robbe-Grillet, pochi mesi dopo, più di venti anni fa, alla Mostra del Cinema di Venezia e gli chiedo di Deville e Toussaint e la cassetta con la sua voce devo averla ancora da qualche parte, a casa. Poi il calice ritorna a terra, finalmente, sulla tavola, e dico non so bene cosa, ancora stupefatto da quella notizia e dal modo e da chi me l’ha data. Il giorno dopo, i quotidiani francesi avrebbero dedicato le prime pagine alla notizia. Libération con una sua foto in bianco e nero, a tutta pagina, in prima, un ritratto di tre quarti, lui in camicia e non con il suo abituale dolcevita color panna con cui l’ho sempre visto, o forse sempre immaginato, non so. Sotto la foto, anzi sopra, in basso a sinistra, c’è scritto Gommé, riferimento al suo romanzo d’esordio, Les Gommes. Un altro giornale pubblica il manoscritto di un testo che scrisse per il primo anniversario della morte di Roland Barthes, J’aime, je n’aime pas. La scrittura piccola ma chiara, angolata, le s finali che scivolano in basso, come se i plurali aumentassero il peso della parola, e la tirasse giù, con la delicatezza perversa di alcuni suoi romanzi. Un’autobiografia in poche righe, scritte con una bic blu, a occhio. Alcune, le ricopio sul taccuino, con una penna perpetua dalla punta di alluminio, che scrive ovunque e non finisce mai. Je n’aime pas le téléphone. Je n’aime pas la voiture. J’aime le long voyages en chemin de fer: Paris-Bucarest, New York-Los Angeles... J’aime aussi marcher, dans les rues ou à travers la campagne. Je n’aime pas le bruit. J’aime les belles voix. J’aime la voix de Roland Barthes. J’aime les petits filles, surtout si elles sont jolies, je n’aime pas trop les petits garçon. J’aime bien agacer les gens. Mais j’aime pas qu’on m’emmerde. Cin-cin, dlinn, a Robbe-Grillet.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica a voce il 13 marzo 2008