Il volto del dissesto

Marco Candida



“Tu sai! Tu sai! Tu credi! Eh! Mia madre lavorava al Teatro, conosceva la planimetria del Teatro! Tu lo sai cos’è una planimetria?”, poi gli ha detto:
“Sciacquati le palle con la saliva!”, siamo poi usciti, Marzia ha avuto il suo Bailey’s in un altro bar in Piazza Garibaldi, li ho accompagnati a casa, sono tornato a casa, facevo tanto spesso il tratto di strada da Tortona ad Alessandria che cominciavo persino ad accorgermi del paesaggio attorno a me, mi ci è voluto un po’ di tempo perché vedevo ancora campi e cielo del Minnesota, avanti e indietro, venti, venticinque chilometri, superando troppi paesi dai nomi in -ano e -azzo, cosa che mi portava a chiedermi se questa assonanza tra desinenze e sfinteri fosse solo un equivoco, e un abbondare di desinenze in -etto e in -ino, e un abbondare di diminutivi, costeggiavo il ciglio dello stradone davanti all’Esselunga, la parallela a Corso Cento Cannoni, Corso Borsalino, per me andare alla biblioteca comunale di Alessandria, vedermi con Nora, Giusy, vedermi col tronco della compagnia radical-chic, o quella metallara, quella più bohemien e quella ricca e basta o fare serate come quelle appena raccontate, con Leo e Marzia, era tempo che ammazzavo ora che di tempo potevo anche ammazzarmi, pensavo agli States, prima o poi questa faccenda sarebbe finita, mia madre morta, io distrutto, sarei tornato da Jennifer, l’idea di avere una via di fuga mi faceva sentire libero nella prigionia in cui ero costretto, sì, o almeno così pensavo prima della notizia di Nora e del bambino, andavo avanti e indietro da Tortona ad Alessandria, bruciando gasolio, ascoltavo Elvis Presley, come devo aver annotato Elvis era in macchina quando sono arrivato dagli States, mio padre lo ascoltava, forse mia madre lo ascoltava perché lo ascoltava mio padre o forse mio fratello prima di trasferirsi a Roma, non lo avevo ancora ascoltato, anche se sono stato a Graceland a Memphis nel Tennessee, e poi a Las Vegas, ho anche una foto pubblicata su Facebook con un elvis-impersonator, siamo io e l’elvis-impersonator davanti al Flamingo Hotel di Las Vegas e l’impersonator ha la mise bianca dell’ultimo Elvis e gli occhialoni da sole e il ciuffo a banana impomatato e le dita piene di anelli e li punta verso l’obiettivo della macchina fotografica formando quelle specie di corna e simboli tipici dei rocker, ho cominciato ad ascoltarlo e ascoltandolo in una stessa canzone, come, per esempio, I want you, I need you, I love you mi sembrava di riconoscere cinque o sei cantanti italiani, un po’ di Celentano quando Elvis sporca la voce, un po’ di Sergio Caputo quando diventa stridulo, ironico, Bobbi Solo quando si abbassa, Little Toni quando si normalizza, e in una sola canzone, I want you I need you I love you, quattro cantanti in uno, dopo un poco ascoltavo Elvis anche perché mi ero convinto avesse qualità magiche, ascoltavo sei o sette brani, nei circa venti chilometri tra Tortona e Alessandria, I want you, I need you, I love you o Don’t be cruel o Wound Dog o Don’t you think it’s time e poi in giornata mi succedeva di fare sesso, sembrava aumentare, Elvis, il mio fascino con le donne, se non altro evitavo di pronunciare le frasi che offendono le donne come Ho sentito di una nuova dieta che fa perdere 20 kg in poco tempo, la vuoi? o Ma sei dimagrita? Stai meglio o Però, nonostante tutto, sei agile o Ho visto un negozio che ha delle taglie perfette per te o Che audacia indossare una maglietta così aderente... però ti sta bene, Sai la ciclette in casa pare faccia miracoli, quando sei sola la sera davanti alla tv… Che bel colore hanno i tuoi capelli... sembra naturale, Le sopracciglia folte sono belle... quando sono curate e per finire con Il colore quest’anno è assolutamente out, all’amica vestita magari di fucsia, il fascino su Nora, a parte Elvis, era per il fatto di aver lavorato in quel di Milano come copywriter, essere un creativo, mi frequentava per quello, ma credo di averlo scritto e adesso mi sono perso, il fatto è che mi piace annotare quello che mi è successo, conficcato per anni in qualche altrove ora mi sembra esotico, mi piace annotarlo, mi sembra funzioni, non so cosa penserà il lettore, ma a me sembra funzioni, sì, in fondo se sto scrivendo queste parole, è per mettere ordine all’ultimo anno della mia vita, quello che è successo a mia madre, il ritorno dagli States, più o meno forzato, e accorgersi di avere ancora gli Stati Uniti impiastricciati addosso, un ricordo pronto a farmi male, farmi provare nostalgia ogni volta che, come ho raccontato, urtavo con lo sguardo qualche oggetto, il concorso letterario è un pretesto, e forse ai giurati del concorso nemmeno piaceranno queste righe, ma per scrivere ho bisogno di una ragione, e il concorso, venticinquemila euro, un paio di persone nella giuria, mi sembrano un pretesto per chinare il capo su un foglio, forse non è astuto da parte mia partecipare a un concorso letterario dove è necessario rimanere anonimi accludendo dati e generalità in una busta diversa da quella del manoscritto, dicevo, non è astuto partecipare scrivendo una storia autobiografica con i dati che dovrebbero stare solo nella busta sparpagliati nella narrazione, ma questo voglio fare, scrivere un’anti-reclame, chiusa parentesi, all’Operetta Filippo e io siamo stati a vedere per la seconda volta, almeno per me, non so per lui, un gruppo tributo a Django Reinhardt, sono andato sa maison, a Valmadonna, mi ha offerto muffin con uno strato molto burroso di glassa, panna, e zucchero colorato, me li ha offerti per ricordarmi gli Stati Uniti, nel corso della conversazione mi ha anche chiesto “Allora quando riparti per gli States?”, ho risposto “Questa è una parentesi”, gustando i muffin mi sono proustianamente ricordato di un compleanno passato a Fargo, chez Ricky, giornata trascorsa assieme, siamo stati in un bowling dall’aspetto abbastanza squallido, ho giocato a videogiochi Anni ’80, Pac-Man e uno con le navicelle, ci spostavamo in macchina, Ricky e i suoi amici cantavano le canzoni alla radio, sotto il cielo limpido con sbaffi di nuvole candide, ridevano, facevano chiasso, erano bellissimi, Ricky era alto uno e novanta, i capelli biondi, gli occhi celesti, magro, le sue amiche avevano seni rotondi, ventisettenni, ventottenni, la pelle lattea, bianca, capelli biondi o neri, occhi verdi o azzurri, non sembravano vere in quell’auto, cieli di un azzurro sfolgorante le incorniciavano, siamo finiti a casa di Ricky e lì coi suoi e altri parenti, in soggiorno, seduti su sedie di paglia, di vimini, canapè bianchi, i piedi posati su una coque marrone chiaro molto antiestetica, molto effetto Fargo, ed era cozy, abbiamo mangiato i muffin, erano quelli di Hugo’s o Target, nei supermercati, non ricordo di averli visti da Starbuck, da McDonald’s o nei Cafè, qui in Italia invece questi muffin sono una ricetta della Cameo, abbiamo bevuto birra, Filippo e io, ho mangiato un paio di muffin, gustandoli, poi ci siamo fatti due rummini al miele e da Valmadonna via a Casale, all’Operetta, un locale con le mura color vino, si mangia all’americana, anche il pollo fritto, per dire, o un Club Sandwich o hamburger annegati in un fiume di patate fritte, insomma all’americana, si mangia all’americana, ho ordinato un Club Sandwich, sette euro e cinquanta, nemmeno molto buono, il formaggio non era fuso, le fette di pane non erano untuose a sufficienza, troppo secche, e poi dentro il panino non c’era pancetta abbrustolita, non c’era niente e anche il pollo fritto di Filippo non era buono, sto rendendo noto cosa ho mangiato perché forse potrebbe essere per i muffin della Cameo – li hanno preparati amici di Filippo – oppure il rum o la birra mentre versavo l’ultimo sorso della bottiglia, Filippo mi aveva ricordato di non versare il fondo, agro, limaccioso, non va bene, ma ho risposto “Che diavolo” e l’ho versato uguale, anzi, ho risposto in modo meno hemingwayano, ho risposto “E vabbè” e ho versato, in ogni caso, forse per questo oppure perché ero pieno di sonno, avevo passato il sabato all’Isola con Manila, e siamo tornati alle nove del mattino prima all’Isola fino alle quattro e mezza, poi alla Gasthaus (gli alessandrini preferiscono chiamarlo Tedesca; è un pub, con tanti specchi alle pareti, i tavoli rotondi, di legno chiaro, ben strofinato, senza incisioni o dall’aspetto vecchio, tavoli che mi hanno subito rammentato il locale dove sono stato la prima volta in America atterrando a Chicago ordinando un heart-attack sandwich con dentro fette di prosciutto e quattro uova fritte over-easy che si spappolavano e liquefacevano mentre addentavo il panino mezzo slogandomi la mascella, il panino grondava uova fritte spappolate), siamo stati, dicevo, alla Gasthaus fino alle cinque e mezza, senza dimenticare di passare al Tip-tap (un locale in Via Parma simile alla Tedesca, ma con i tavolini non chiari e strofinati, ma marrone scuro, tarlati e incisi e con l’inquietante insegna fuori dal locale “Tip-Tap gastropub”), poi ci siamo ficcati al Bar Tiziana, un paio di focaccine col salame, un cappuccino, e una fetta di torta di mele, poi a parlare e parlare, con Manila, mi faceva mistero sul cognome, dice di avere il padre miliardario, e questo tra sabato e domenica, e poi mi sono anche preso un raffreddore con linee di febbre, almeno fino a mercoledì, e giovedì vado all’Operetta con Filippo e insomma, per questo o per quello, nel corso della serata, intorno alle undici e mezza, mentre chiacchieriamo con gli amici di Filippo al tavolo c’erano due Debora senza h, una delle due mi ha spiegato che Debora è un nome ebraico, come Sarah, Elisabetta o Seth, ecco perché ha l’h, e comunque nessuna delle due Debora aveva l’h, una era architetto, fidanzata col titolare di un negozio di ferramenta, l’altra professoressa di educazione fisica alle medie, di Trino, quarantasette anni, poi ci hanno raggiunto altri amici, la compagnia era gradevole, persino deliziosa, Debora di quarantasette anni si è mostrata entusiasta di sapermi copywriter, avevo pubblicato qualche saggio, questa compagnia era tranquilla su questo, e il titolare del negozio di ferramenta (che non era ancora fallito; però aveva accanto un ex-fioraio con le serrande abbassate e un telone rossiccio arricciato e sporco di calcinacci e polvere) lo conoscevo, me lo aveva presentato Zack al Di Noi 3 ad Alessandria, abbiamo parlato di Zack, nessuno al tavolo sapeva che Zack aveva avuto un incidente stradale, gli avessero ritirato la patente, e così ho potuto sciogliere il ghiaccio e entrare in sintonia con gli altri e poi sono arrivate le domande sul lavoro, di cosa mi occupavo e poi la curiosità e l’emozione quando ho detto di essere copywriter (sia pure a spasso) – ho detto, un po’ mentendo un po’ fornendo dati reali: ”Ho lavorato come impiegato Qualità Sicurezza Ambiente in una ditta che produce conglomerato bituminoso fino a quando nel 2007 ho cominciato col mestiere di copywriter, e poi negli Stati Uniti ho collaborato con un’università”, così ho detto e mi ha dato subito credibilità come copywriter –, e, accidenti, stavo bene con questa compagnia, escluderei quindi si sia trattato di loro, preferisco pensare ai Muffin della Cameo e al sonno accumulato con Manila, quando, proprio mentre parlavo a Debora l’architetto, mi si sono chiusi gli occhi, mentre parlavo, e la testa mi è crollata, il mento si è incollato al petto, mi è preso un colpo di sonno e non ce l’ho più fatta a scrollarmelo di dosso, il sonno mi si è appiccicato alla base del collo e sulla nuca, sembrava succhiarmi le energie, anche quando sono stato in bagno e mi sono risciacquato la faccia, niente, il sonno era ancora con me, mi riempiva gli occhi, appesantendoli, e al tavolo ho dovuto girare la sedia e mettermi a dormire, ignorando questo e quello, la Debora quarantasettenne mi è sembrata piuttosto contrariata o forse no, poi in macchina ho seguitato a dormire, Filippo a sua volta ha avuto paura di un colpo di sonno, cercava di tenermi sveglio, poi di ritorno a Valmadonna dove ho lasciato la macchina, Filippo mi ha ospitato a casa sua, quella sarà stata la terza o quarta volta, mi ha evitato un incidente stradale sicuro, e non sarebbe stata l’unica volta che avrei avuto attacchi di sonno in queste serate, credo sia per i bioritmi sballati, non riuscivo a recuperare le ore di sonno, uscivo troppo, però ho elaborato anche un’altra teoria a proposito delle mezzorette se non delle orette di sonno durante una serata tra amici in questo o quel locale e cioè che essendo il sonno assieme al sesso e al cibo uno dei pochi piaceri della vita allora poiché mi addormentavo nelle serate tra amici il sonno stava a indicare un picco massimo di godimento e non di noia o di stanchezza come poteva sembrare, sonno come orgasmo del divertimento, ecco, questa è la mia teoria che propalavo a mo’ di scusa a questo e quell’amico, ad ogni modo prima di restarci secco dal sonno all’Operetta ho parlato con Debora per un po’, mi diceva che, non fosse stato per l’invito di Filippo, lei non avrebbe messo piede all’Operetta, non le piacciono i cibi americani, troppi acidi monocarbossilici alifatici, Debora ha fatto l’Isef, ha tenuto anche corsi di educazione alimentare, ha un fisico asciutto, la pelle sugli zigomi è tesa, se si mette di profilo la curva della guancia non è morbida, ripiena, ma dura, seghettata, la schiena è dritta, le spalle ben fatte, prende una Cesar Salad, e mentre mangiamo mi descrive come viene preparato il pollo fritto o le patatine che contornano – o meglio sommergono – il mio Club Sandwich, le immergono in una pirofila colma d’olio e poi accendono la fiamma del gas e, mentre parla, penso di non aver più voglia di far lavorare al mio fegato quei piccoli parallelepipedi giallastri ma penso anche di avere ancora voglia e penso sia a causa dei discorsi di Debora se mi sono messo a pensare all’olio delle patatine nel mio fegato e pensando questo penso a Debora, forse dovrebbe piantarla, Debora, l’Operetta, il locale nel quale ci troviamo, sta a poche centinaia di metri dalla fabbrica di amianto Eternit e questo fa di Debora una salutista di Casale Monferrato. Invece lei parla e va avanti, parla dell’esercizio quotidiano in palestra, Debora fa persino jogging, corre tra gli alberi di Casale, le colline di Casale, sotto il cielo di Casale, le nuvole, la nebbia, respirando il vento, poi va a casa, sale sulla bilancia, si pesa soddisfatta, mangia sano a Casale, vive sano a Casale, Debora mi ha anche raccontato di conoscere da qualche mese sulle chat Viktor Koravoboloskj e Viktor Koravoboloskj è un salutista, e abita in Ucraina, a pochi chilometri da una località piuttosto famosa negli Anni ’80, e Debora e Viktor Koravoboloskj parlano di metodi di respirazione, parlano di iscriversi a maratone, e di proteine e vitamine, lei da Casale, lui dai pressi di Chernobyl, e vogliono anche incontrarsi una volta e prima che cadessi stecchito Debora mi ha detto che avremmo potuto andare assieme in bicicletta, quelle proposte un po’ così, bicicletta da Trino a Casale, ci siamo scambiati i nominativi su Facebook.








pubblicato da a.moresco nella rubrica racconti il 24 marzo 2015