Se l’italiano diventa un dialetto, #1

Roberto Gerace



Dove sta andando la lingua italiana? Di quale potere parliamo quando parliamo? Una letteratura nazionale è ancora possibile? Un libro appena uscito e una polemica millenaria. Il nostro congenito gregarismo intellettuale. I torti e le ragioni di Pier Paolo Pasolini.

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Il poeta Dante Alighieri, padre della lingua italiana. In basso a destra è visibile uno strumento di diffusione della lingua tipico del suo tempo.

Nelle ultime settimane in Italia si è tornato a parlare ancora una volta di questione della lingua. È un motivo ricorrente nella storia unitaria del nostro Paese; e anche e forse soprattutto nella sua accidentata preistoria. Per Dante Alighieri e Pietro Bembo, Gian Giorgio Trissino e Niccolò Machiavelli, infatti, porsi il problema di una lingua unitaria per la penisola equivaleva innanzitutto a postulare la plausibilità stessa di un’identità italiana: cosa fino a un secolo e mezzo fa, e per molti versi ancor oggi, nient’affatto scontata. Scommettere sull’italiano comportava allora indovinare che dal marmo informe dei volgari regionali, a forza di graduali raschiamenti e politure, si potesse scavare a poco a poco il sobrio busto di una lingua istituzionale per uno Stato di là da venire. Parafrasando il vecchio adagio di D’Azeglio si potrebbe dire che nei secoli passati i nostri intellettuali sapevano bene che, per poter fare l’Italia, bisognerebbe almeno fare l’italiano. E oggi?

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Il cantautore Dente, uno dei figli. In basso a destra è visibile uno strumento di diffusione della lingua tipico del suo tempo.

Oggi per la prima volta la lingua italiana sembrerebbe finalmente pronta: una lingua media e non più letteraria come un tempo, si dice, che permetterebbe al proverbiale operaio di Termini Imerese di stenografare, se solo volesse, una lezione di Massimo Cacciari sul pensiero del secondo Heidegger (al netto dei paroloni in tedesco, su cui pare nutrano qualche perplessità persino alla Opel di Bochum). Oggi non ci sarebbe più motivo per preoccuparsi delle sorti dell’idioma nazionale: il fatto che nella memoria letteraria dei nostri giovani colti le rime di Dante siano spesso scalzate da quelle di Dente, suo musicante erede, se inquieterà il critico letterario e il sociologo della cultura, rincuorerà il linguista. Che cosa testimonia della salute di una lingua, se non appunto la sua capacità di rinnovarsi, sia pure imbruttendosi?

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Un noto esemplare di anglismo.

Senonché, a una diagnosi più accurata, la lingua del sì qualche acciacco ce l’ha eccome. All’inefficienza dell’insegnamento della grammatica a scuola, periodicamente denunciata dall’OCSE e oggetto di dispute giornalistiche a ogni volger di stagione, e alla piaga dell’analfabetismo di ritorno, di cui si parla invece ancora troppo poco, si aggiunge ora il cruccio per il crescente dilagare degli anglismi, cioè dei prestiti e dei calchi dall’inglese, all’interno del discorso pubblico quando non della conversazione quotidiana di milioni di italiani. A seminare la polemica stavolta non è uno scrittore, come fu nel 1964 per le Nuove questioni linguistiche di Pasolini [1], ma la pubblicitaria Annamaria Testa, che ha promosso con successo una petizione dal titolo #dilloinitaliano, con tanto di hashtag (o cancelletto?), che ha riscosso addirittura l’appoggio dell’Accademia della Crusca. Su questo stesso blog ne ha già parlato Tiziano Scarpa, qui e qui, promuovendo con giustificato entusiasmo l’iniziativa. E tuttavia che il dibattito sbocci da una sia pure nobilissima mozione popolare invece che da una riflessione critica approfondita (come furono quelle di Pasolini ieri e di Gramsci l’altro ieri) non è un dettaglio irrilevante.

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Va bene, la copertina non è un granché.

A supplire almeno in parte alla lacuna, e con tempismo ammirevole, è un libriccino piuttosto agile uscito il 12 marzo per i tipi del Mulino. Si intitola Lingua madre. Italiano e inglese nel mondo globale ed è opera di Gian Luigi Beccaria, accademico della Crusca e linceo, e dello storico Andrea Graziosi. Il volume, corredato di un ampio apparato di note e rimandi, è diviso in due parti. Nella prima, un po’ più estesa, Graziosi percorre cursoriamente la storia della questione della lingua in Italia, sottolineando opportunamente le implicazioni politiche sottese alle scelte grammaticali dei nostri letterati. Di particolare interesse è il paragrafo che evidenzia il carattere intimamente «reazionario» della soluzione proposta dalle Prose della volgar lingua di Pietro Bembo:

Nelle parole di Migliorini questo carattere – che ha influenzato per secoli in senso quasi naturalmente conservatore e antipopolare il sentire di quasi tutti gli intellettuali italiani – fu determinato da una codificazione avvenuta «per via retorica e arcaicizzante, così che gli scambi con la lingua parlata sono scarsi, e l’uso della lingua letteraria è esteso sì a tutta l’Italia, ma resta limitato alle classi colte». Per Bembo queste ultime erano infatti le uniche capaci di coltivare una lingua grammaticalizzata e artistica, al contrario di una plebe facilmente corrompibile, anche linguisticamente. [2]

Cosicché, come non manca di notare l’autore, mentre in altre parti d’Europa Lutero metteva la Bibbia in mano ai contadini, in Italia si canonizzava una lingua artificiale (una Kunstsprache, come si diceva una volta) adoperata da scrittori e poeti morti da quasi due secoli, che forse nessuno aveva mai davvero parlato in quella esatta forma in nessun luogo e in nessun tempo della storia italiana [3].

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Due esemplari di reazionario.

Non saremmo troppo lontani dal vero, perciò, se dicessimo che la relativa salute di cui gode l’italiano è in realtà la salute del risorto o, se preferiamo, di chi è uscito da poco tempo da un lungo periodo di coma vegetativo: se è vero che nel tessuto sociale della penisola poche o pochissime sono state, prima del Risorgimento, e tuttavia tenacissime, le cellule che hanno tenuto viva la fiamma di questo sogno, diciamolo pure, vagamente necrofilo. Che poi una lingua in coma vegetativo abbia potuto produrre monumenti come la Gerusalemme liberata è un altro discorso, così come non meraviglia poi troppo che nell’Italia ormai unita dell’Ottocento la storia letteraria della lingua latina abbia trovato in Pascoli un suo ultimo sottilissimo interprete. Se anzi si dà retta a Graziosi, il legame che si istituisce normalmente fra cultura e lingua nazionale avrebbe un che d’illusorio: come si spiegherebbe altrimenti che uno dei più ampi fenomeni di contagio culturale e artistico che la storia umana conosca e che tutto il mondo ci invidia, ossia l’Umanesimo di Poliziano, Pico della Mirandola e Lorenzo il Magnifico, sia stato un fatto sostanzialmente latino?

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Un fatto sostanzialmente latino: il sistema copernicano.

E latina è stata, prima di divenire francese con l’Illuminismo, tutta la storia del pensiero scientifico dal Medioevo almeno fino a Copernico. Per cui, conclude Graziosi alla fine della sua breve disamina storica, non c’è in fondo da stracciarsi le vesti se il Politecnico di Milano, provocando lo scandalo e una vertenza giudiziaria, decide di tenere tutti i suoi corsi specialistici e dottorali integralmente in inglese, visto e considerato che è ormai l’inglese, in quanto "lingua veicolare plurifunzionale", il passaporto necessario per dialogare con la comunità accademica di tutto il mondo.

Ma quali sono i rischi? Su almeno due punti entrambi gli autori concordano: che non possiamo permetterci di fare a meno della lingua di Shakespeare e Defoe, di Keats e Dickens, anche perché il multilinguismo è una ricchezza; e che tuttavia l’anglicizzazione dell’italiano minaccia di dar vita a un nuovo proletariato linguistico, cioè culturale, cioè politico, ossia la folta schiera di coloro che l’inglese non lo padroneggiano. Come si può non essere d’accordo con Annamaria Testa quando sostiene che non c’è alcun motivo degno di nota per chiamare un modulo form, jobs act la legge sul lavoro, una quota di mercato market share? Questo "itanglese" pubblicitario e aziendalistico, che è parlato ormai da una discreta fetta della classe dirigente italiana, non è che l’ultimo degli innumerevoli, sghangherati e involontariamente comici latinorum che hanno attraversato la storia della nostra cultura. Il modo di parlare di certi esponenti di spicco della politica italiana, che lo usano per dare un tono autorevole e rassicurante alle loro fumisterie, ricorda fin troppo da vicino quel Livio Sgarbi reso celebre da una vecchia trasmissione dei canali di Berlusconi:

E Gian Luigi Beccaria, l’illustre linguista autore della seconda parte del libro, dissentendo da Graziosi rincara la dose: abbandonare all’inglese l’insegnamento delle materie universitarie più specialistiche, come vorrebbe fare il Politecnico, è una strategia destinata a rivelarsi miope sul lungo termine; tanto più che nelle nostre scuole è già l’insegnamento dell’italiano a creare non poche difficoltà ai nostri studenti, che su una banale comprensione del testo sono fra i meno competenti d’Europa. Non è forse un altro compito internazionale, del resto, quello di tenere in vita la lingua più bella del mondo, quella in cui hanno scritto Dante Alighieri e Giacomo Leopardi, arricchendola il più possibile anziché immiserirla? Può davvero l’Europa "crogiolo di civiltà" fare a meno dell’italiano? Ma soprattutto:

Se puntiamo su una lingua diversa dalla materna come lingua delle tecnoscienze, assisteremo a un nostro rapido declino come società colta. L’italiano, decapitato di una sua grossa parte, decadrà sempre più a lingua familiare, affettiva, dialettale, straordinariamente adatta magari per scrivere poesia ma incapace di parlare ai non specialisti di economia o di architettura o di medicina. [4]

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Dante ascolta attentamente i tecnicismi di Beatrice.

Ora, ammesso e non concesso che la poesia possa fare a meno dei tecnicismi (ma eserciti di poeti piccoli e sommi hanno già dimostrato abbondantemente il contrario), è qui che si toccano i termini più drammatici della questione: l’italiano rischia di diventare, e in parte sta già diventando, una lingua non solo della minoranza, ma della minorità intellettuale e politica – qualcosa, cioè, di molto simile a un dialetto. Qual è stato il ruolo socioculturale del dialetto, se non appunto quello di "lingua familiare, affettiva, [...] adatta magari per scrivere poesia ma incapace di parlare ai non specialisti di economia o di architettura o di medicina"?
Nell’antichità qualcosa di simile sarebbe potuto accadere, sotto la spinta disgregante dell’imperialismo romano, al greco di Platone e Demostene: non fosse stato per il prestigio impareggiabile che si era guadagnato fra i latini, da un lato; e dall’altro per l’intrinseca fierezza di un popolo che chiamava oi bàrbaroi tutti coloro che, per non essere nati in terra ellenica, pareva balbettassero invece che parlare. Così, nei secoli di Roma, una parte della cultura del mondo classico fu ancora greca: non ci furono più né Omero né Sofocle, certo; ma videro la luce il Nuovo Testamento, almeno, Plotino e Luciano. Non solo: secondo una consolidata tradizione storiografica, la longevità dell’impero fondato dai quiriti si dovette in ragione non piccola alla sua capacità di assorbire le culture dei popoli che andava via via inglobando, di acclimatarle e valorizzarle – e quello dei greci fu certo l’esempio più coraggioso e gravido di effetti di lunga durata.

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Secondo l’ICE, il romanzo italiano più venduto in America nel 2014: 653 copie.

Come mai all’italiano succede il contrario? La devozione che una parte degli americani tributa all’Italia, infatti, è coniugata per intero al passato o, tutt’al più, a un’idealizzazione godereccia del nostro presente. È lampante il caso recente del premio Oscar a Sorrentino, che dell’italianità più spendibile e kitsch fa una patinata, furbissima rivisitazione: quale rete televisiva in chiaro si sarebbe sognata di darlo in prima serata, come ha fatto Canale 5, se il film non avesse vinto il premio cinematografico più ambito al mondo? Quanti di noi lo avrebbero comprato in dvd e in blu-ray? Sebbene possa sembrare paradossale, e paradosso doppio è che ormai non lo sembri più, a quanto pare il grosso degli italiani si accorge dei propri artisti soltanto se è l’America a farglieli notare.
D’altro canto nel nostro Paese nascono specifiche case editrici che fondano il loro successo sulla pubblicazione degli autori americani grandi, piccoli e piccolissimi, persino negli ultimi anni in cui la letteratura d’oltreoceano pare incapace di proporre vere novità [5]. Sono gli anni in cui un narratore italiano sia pure piuttosto pregevole come Paolo Cognetti, deciso a scrivere l’ennesimo libro-supposta sull’arte di scrivere racconti, mentre è intento a dirci candidamente la sua sui soliti Hemingway, Carver, O’Connor, Munro, pare non essersi accorto dell’esistenza di Tozzi e Bilenchi, Svevo e Levi, Brancati e D’Arzo, Gadda e Savinio, Moravia e Tondelli, Moresco e Mozzi, per tacere senz’altro di Cechov, Maupassant o Gogol [6].

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Un prototipo di gregarismo intellettuale.

La prostituzione della nostra lingua all’imperatore di turno è, insomma, soltanto un sintomo superficiale della ben più radicata abitudine al gregarismo intellettuale e politico della classe dirigente della penisola. Spiace dover registrare, a questo proposito, che il libro di Beccaria e Graziosi tralascia di citare l’ultimo episodio, che è anche il più urgente, però, da riesumare, della storia del dibattito sulla lingua in Italia: che è appunto quello innescato dalle Nuove questioni linguistiche pasoliniane. In quelle pagine, che sono una specie di abiura in minore, antipasto e prefigurazione insieme della ben più celebre Abiura della Trilogia della vita, il poeta di Casarsa tentava allora di prendere le misure all’incipiente rivoluzione che, nel campo della lingua, annunciava in qualche modo quella "mutazione antropologica" di cui avrebbe parlato negli anni a venire e di cui oggi tanto acriticamente ci si compiace di chiacchierare nei salotti buoni del nostro Paese.

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Pasolini colto in un momento di sconforto per la sua santinizzazione.

Entrambe le abiure nascono dalla presa di coscienza di una ricchezza irrimediabilmente perduta: la spontanea vitalità erotica di un sottoproletariato al tempo stesso antropologicamente determinato e metafisico, in un caso; nell’altro le infinite stratificazioni linguistiche che l’italiano letterario aveva accumulato nei secoli, dalle quali un autore come Carlo Emilio Gadda, con le sue acrobatiche escursioni dal popolare e dialettale al filosofico e squisitissimo, era riuscito a trarre una sintesi mirabile e multiforme. Dopo il boom economico, sostenne Pasolini nel ’64, scrivere come Gadda non è più possibile. Opere come Ragazzi di vita e Una vita violenta, che intarsiavano preziosamente italiano e dialetto, sono ormai superate dai fatti, ed è dunque necessario volgere lo sguardo e la penna altrove. Sotto la spinta egemonica del nuovo potere borghese e "tecnocratico" del triangolo industriale, infatti, e con l’aiuto della televisione che era la sua più congeniale espressione, in quegli anni l’italiano si inventava in fretta e furia lingua media, standardizzata, con lo stesso impeto di palingenesi sommaria con cui l’Italia uscita dalla guerra si apparecchiava una modernità da parvenus, con le toppe in bella mostra. È l’avvento delle parole nuove della tecnologia e dei suoi prodotti di largo consumo a consentire quel che non era riuscito al fascismo, e cioè fare in modo che gli abitanti dello stivale parlassero tutti la stessa lingua: da Trapani a Trento, da Monopoli a Courmayeur, un frigorifero è un frigorifero e un carburatore è un carburatore. Non sono dunque più, come un tempo, gli scrittori, ammonisce Pasolini, a decidere delle sorti della nostra lingua, ma gli scienziati e gli imprenditori [7]. Alla letteratura non resta che impadronirsi di quel linguaggio che è ormai forgiato altrove e stravolgerlo dall’interno, sprogrammarlo, demistificarlo: chi resta ancorato alla vecchia idea si autoespelle dalla Storia, com’è avvenuto infatti puntualmente una decina d’anni dopo al pure straordinario Stefano D’Arrigo.

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Un eroe dell’unità linguistica italiana.

Nei Quaderni dal carcere Gramsci scrisse con acume ammirevole che "ogni volta che affiora, in un modo o nell’altro, la quistione della lingua, significa che si sta imponendo una serie di altri problemi: la formazione e l’allargamento della classe dirigente, la necessità di stabilire rapporti più intimi e sicuri tra i gruppi dirigenti e la massa popolare-nazionale, cioè di riorganizzare l’egemonia culturale" [8]. Prima di dibattere sull’opportunità o meno di tenere corsi universitari integralmente in inglese o di rafforzare e perfezionare l’insegnamento delle lingue nelle scuole, la domanda da porsi è dunque questa: quale riorganizzazione dell’egemonia culturale suggerisce, nel 2015, la pervasiva anglicizzazione dell’italiano? Ossia: di quale nuova egemonia politica si fa espressione? Una volta che la domanda è posta correttamente, rispondere non è difficile: di quella guadagnata dai nuovi vertici finanziari europei e internazionali. Se poi si considera che l’inglese è anche il linguaggio dell’informatica e di internet, ossia il mezzo che sta scalzando la televisione dal ruolo di principale medium di massa, il quadro si fa ancora più chiaro: mentre la lingua italiana degli anni Sessanta nasceva con Carosello, oggi i più colti fra noi si informano sul sito del Financial Times (dato che è, come non a caso si dice, "a portata di click") e nel tempo libero guardano Breaking Bad, The Wire o The Big Bang Theory in streaming direttamente in inglese o al massimo coi sottotitoli. Perciò, se Pasolini aveva ragione, lo scrittore che non voglia scoprirsi esiliato dal gran vento della Storia deve cominciare a fare i conti con l’Oxford English Dictionary: anzi, proseguendo su questa falsariga si potrebbe dire che la stessa letteratura italiana del futuro, magari quella dell’epoca in cui la cosiddetta "generazione Erasmus" sarà alla disperata ricerca di pensione o magari fra cent’anni, se vorrà essere davvero "del futuro" dovrà essere inglese.

Ma siamo sicuri che Pasolini avesse ragione?
Proverò a rispondere nei prossimi giorni con un altro articolo, in cui parlerò fra l’altro di alcuni danni che ha fatto Italo Calvino, di un malinteso di Vincenzo Consolo, di una traduzione tedesca di Horcynus Orca, di un vecchio libro di Gilles Deleuze, del ruolo dei dialetti nella società italiana e del perché una cultura sta bene se stanno bene i suoi traduttori.




[1] P. P. Pasolini, Nuove questioni linguistiche, originariamente pubblicato su "Rinascita" del 26 dicembre di quell’anno. Ora l’articolo è leggibile in Id., Empirismo eretico, Milano, Garzanti, 1972, pp. 5-24. Un’ampia raccolta dei più significativi interventi coevi sulla questione si trova in La nuova questione della lingua, saggi raccolti da O. Parlangeli, Paideia Editrice, Brescia, 1971.

[2] G. L. Beccaria, A. Graziosi, Lingua madre. Italiano e inglese nel mondo globale, Bologna, Il Mulino, 2015, p. 28.

[3] Non possiamo sapere, perché ci mancano le fonti orali, con quanta precisione la lingua di Petrarca e Boccaccio potesse coincidere col fiorentino parlato del Trecento. Certo non sarebbe strano immaginare che questo fosse almeno parzialmente diverso dalle due grandi codificazioni letterarie coeve: se i versi di Petrarca, infatti, selezionano all’interno della lingua comune solo ciò che può concorrere a un dettato aulico, è noto in che misura la prosa boccacciana risenta della morfosintassi e del lessico del latino classico. In generale possiamo dire che difficilmente i letterati medievali "parlavano come mangiavano" (con la probabile eccezione dei poeti comici come Cecco Angiolieri e Rustico Filippi), dato che il volgare letterario, nato in concorrenza col latino, pareva tenuto a imitarne certe caratteristiche di eleganza e regolarità grammaticale: com’è noto, è il problema messo a fuoco da Dante nel De vulgari eloquentia.

[4] G. L. Beccaria, A. Graziosi, op. cit., p. 116.

[5] Da questo punto di vista noi italiani siamo messi meglio: tutto si potrà dire, tranne che autori sperimentali come Antonio Moresco e Walter Siti, nel bene e nel male, non rappresentino una sostanziale novità rispetto al panorama letterario non soltanto italiano, ma europeo e internazionale (fossero nati a Palo Alto, li vedremmo incoronati dell’aureola del "genio" sulle riviste di mezzo mondo); laddove negli Stati Uniti solo con molta buona volontà, all’avvicinarsi del ventennale di Infinite Jest, si può gioire di un Pulitzer a Donna Tartt.

[6] P. Cognetti, A pesca nelle pozze più profonde. Meditazioni sull’arte di scrivere racconti, Roma, Minimum Fax, 2014.

[7] Non a caso proprio in questi giorni la scrittrice Simonetta Tassinari nota correttamente su Illibraio.it, in un articolo intitolato "Siamo degni della nostra lingua?", che l’economia e la biologia sono ormai da tempo "fervide ispiratrici" delle nostre metafore: il processo pronosticato da Pasolini è definitivamente compiuto.

[8] Quaderno 29, § 3.





pubblicato da r.gerace nella rubrica in teoria il 23 marzo 2015