Diritti e rovesci

Giovanni Giovannetti



Sei precario? Allora mettiti l’animo in pace, perché rimarrai senza pensione. I contributi che stai inutilmente versando? Servono a pagare la pensione a chi ce l’ha garantita. La fonte è nientemeno che il presidente dell’Inps Antonio Mastropasqua, in risposta al lavoratore parasubordinato (così vengono chiamati gli "imprenditori di loro stessi" iscritti alla gestione separata Inps) che lamentava la difficoltà di simulare online la propria futura pensione. Sconcertanti le parole di Mastropasqua: «Se dovessimo dare la simulazione della pensione ai parasubordinati rischieremmo un sommovimento sociale». Insomma, stanno nascondendo a questi lavoratori che resteranno a bocca asciutta «sperando – commenta il portale Intrage – che se ne accorgano il più tardi possibile e che facciano meno casino possibile».
Sei un lavoratore dipendente? Allora in tema di diritti sei messo male, e se lavori alla Fiat sei messo anche peggio, perché nessuno a parte la Fiom alza davvero la voce in tua difesa e in difesa di alcuni tuoi diritti fondamentali come, ad esempio, il sacrosanto diritto ad eleggere i tuoi rappresentanti sindacali.
Lo hanno chiamato "modello Marchionne" ovvero il contratto aziendale in luogo del contratto collettivo nazionale e integrativo: un vero e proprio colpo di mano su tempi di lavoro, paghe, indennità di malattia – ovvero alcuni diritti civili dei lavoratori – quando il problema non sembra il prodotto che esce da Pomigliano o Mirafiori o Cassino o Melfi e nemmeno la produttività delle maestranze (altro che assenteisti: gli operai Fiat sono in cassa integrazione, non in cassa malattia).
Se le vendite calano è per la bassa produttività di Marchionne che, pur guadagnando quasi 40 milioni l’anno (1.037 volte più di un operaio), ha inanellato impressionanti "buche" commerciali (a novembre, le vendite Fiat in Europa sono calate del 23 per cento, in un mercato, quello dell’auto, che registra un calo del "solo" 6,7 per cento) e speculari successi finanziari: nel 2010 il titolo Fiat ha guadagnato il 50 per cento; percentuale che sale all’80 se il calcolo tiene conto degli ultimi sei mesi; tutto questo nonostante un arretramento dell’indice di borsa superiore al 13 per cento). Insomma, mentre Marchionne si regala 4 milioni di stock grant (le azioni gratuite che spettano al capo). Renault, Wolkswagen, Citröen e Bmw non solo mantengono le rispettive quote, ma in Italia occupano anche il 70 per cento del mercato.
Cosa è dunque strategico per il marchio torinese, l’auto (con le macchine agricole e i camion e le ruspe del movimento terra) oppure la Borsa? Risanatore Marchionne? Oppure l’erede di Valletta e dell’"avvocato" è un manolesta della finanza, come testimonia la recente separazione del segmento auto dai veicoli pesanti? Di certo questo «borghese buono» (Bertinotti nel 2006) è uomo che, secondo convenienza, un giorno dipinge il mondo a bolle blu (2008: «l’efficienza non può essere l’unico elemento che regola la vita») e il giorno dopo si fa largo menando sberle da ottocentesco padrone del vapore (alla Fiom: «faremo a meno di voi»): per andare dove?
Cosa contiene davvero il tanto sbandierato piano di investimenti?
Che la minaccia di sciopero venga da lui letta come atto di "sabotaggio" appare ovvio (lo si è visto in estate a Melfi, dopo quella breve astensione spontanea dei tre operai – due erano delegati Fiom – non ancora reintegrati nonostante l’ordine del giudice). Meno ovvio il corale appoggio al manager Fiat da parte del Partito democratico, ormai apertamente schierato in sostegno di quell’asse politico-finanziario che, a propria tutela, riscrive i contratti, emargina chi dissente e mescola il capitale con il lavoro, rispolverando il modello delle corporazioni fasciste, provando così ad inibire il conflitto sociale. Nel ventennio il partito di Mussolini sembrava agire quantomeno nell’interesse dello Stato; oggi più semplicemente la politica cede il passo alle pulsioni antidemocratiche del nuovo asse, che vuole soffocare ogni forma di dissenso e sostituire la democrazia con una democrazia apparente. La conseguente radicalizzazione del conflitto sociale richiederà misure degne di uno Stato autoritario.
Davvero si poteva pretendere dal Partito democratico la difesa di alcuni diritti di questi lavoratori, spingendola fino ad avversare l’accordo? A quale "mondo del lavoro" guarda questo neo partito interclassista ecumenico di massa? Davvero il Partito democratico può dirsi di sinistra o quantomeno di centrosinistra? Un partito che ormai abiura il conflitto sociale – il sale della democrazia – negando la portata politica e ideologica del conflitto tra capitale e lavoro (leggete l’intervento di Pietro Ichino su "la Repubblica" del 5 gennaio) proprio ora che la conflittualità – nelle forme e nei modi atomizzati di questi tempi grami – ricompare con prepotenza e dilaga nel sociale. Conflitto che, nelle relazioni industriali, si vorrebbe allineato a superati modelli antidemocratici. Con la differenza che la politica e il Governo si ritrovano a far da servi sciocchi, il tappetino su cui pisciano i Marchionne e le società multinazionali.
Il 23 febbraio 1972 all’Accademia militare di Modena, l’allora presidente di Montedison Eugenio Cefis tenne una conferenza dal titolo "La mia Patria si chiama Multinazionale". Un discorso dalle venature golpiste, inquietante e lucido, il disegno di uno Stato autoritario in cui la politica retrocede a un ruolo marginale, in cui gli Stati nazionali si eclissano, in cui l’esercito viene chiamato a combattere una guerra permanente dentro la società.
Cefis fu tra i veri fautori della P2. Quarant’anni dopo direi che ci siamo quasi. E il Pd si mette da parte, come a dire a questi nuovi fascisti: «prego, accomodatevi».








pubblicato da g.giovannetti nella rubrica democrazia il 3 gennaio 2011