L’amicizia, lo spirito e la città

Serena Gaudino



Ho appena finito di leggere L’amica geniale di Elena Ferrante. Ho appena chiuso il primo libro della quadrilogia. Ho appena spento la luce. Sono le tre di notte. Volevo finirlo. Finirlo presto, stanotte, a tutti i costi.

Da domani devo cominciare a rileggere Il ciclo delle Fondazioni di Isaac Asimov. Lo so non c’entra niente, sono libri diversissimi, ma sono una lettrice onnivora, per niente selettiva che legge contemporaneamente un saggio del gruppo di ricerca Ippolita sulla democrazia in rete e il Saggio sulla lucidità di Josè Saramago. Faccio parte di quella piccola sacca di lettori “inafferrabili” che vanno dietro ai desideri, più che alle mode. Stavolta però ho fatto uno strappo alla regola e mi sono gettata nel mucchio dei lettori di Elena Ferrante. Finalmente posso partecipare anche io al dibattito che da mesi ruota attorno all’identità di Ferrante e ai suoi libri. Anche se dell’identità de questo scrittore/scrittrice mi importa poco. Apprezzo il fatto che sia un’identità indefinita, che riesca a tener scollata la sua faccia dalle sue creature. Ma poi mi chiedo: ma che razza di segreto mostruoso deve serbare questa persona? Di cosa ha paura? Cosa la sconvolge? Tanto da non desiderare di accompagnare le sue "gioie" in giro per il mondo? La invidio pure un po’ questa persona. Mi piacerebbe un sacco essere come lei: così distaccata, così perfetta. Magari poi scopriamo che i suoi libri sono il frutto di una sperimentazione letteraria di una macchina elettronica, magari un robot.

Comunque, finalmente, e con un bel po’ di anni di ritardo ho deciso di leggere il primo dei libri della quadrilogia. Per capire, e velocemente pure, quanto questa entità indefinita fosse così profondamente esperta del mondo femminile, della sua delicatezza e audacia. Avevo già letto, anni fa, L’amore molesto e I giorni dell’abbandono. Il secondo mi era piaciuto più del primo. Molto di più. Per il suo ritmo, per le modulazioni interne alla scrittura, per la storia che avevo trovato avvincente. Per quanto fosse capace di parlare alle donne con il loro linguaggio preciso, in grado di cogliere il dolore e la debolezza delle cose, di spogliare le azioni, i sentimenti, sezionandoli.

Ho comprato L’amica geniale insieme a Sottomissione di Michel Houellebecq.
In ordine. ho letto prima Sottomissione (ma di questo libro non parlerò qui in questo momento perché dopo la lettura mi sono venute in mente talmente tante cose che non posso liquidarlo in due o tre righe) e poi, L’amica geniale.

Finalmente, anche io, come il settanta per cento della popolazione femminile non solo italiana (il libro è anche piaciuto molto agli americani), avrei potuto dire “sì io l’ho letto!”.
Quindi ho cominciato.

L’amica geniale di Elena Ferrante mi ha immediatamente spinta, fin dalle prime pagine, in un splendido feuilleton: una specie di romanzo d’appendice con l’eroina incarnata da una ragazzina povera e cattiva che poi diventa giovinetta e alla fine, poco prima che si interrompa la prima parte, adulta.
Adulta quanto basta per sposarsi. E comparire alla fine della storia come una di quelle figurine degli anni Sessanta che compaiono belle sorridenti nelle vecchie pubblicità dei dentifrici, del dado star, o del sapone ava. Ma con un sorriso amaro. Lo stesso sorriso di chi sa che avrebbe potuto avere di più ma non ha osato. Non ha osato abbastanza.
Una grande storia di amicizia che narra il mondo: attraverso la vita di Lenù e Lila il quartiere in cui vivono si sdoppia. Diventa città e anticamera del futuro. Un futuro che si gioca sui banchi per la figlia dell’usciere e nel matrimonio per la figlia dello scarparo.
Il romanzo di una generazione.

La città che accoglie e respinge è Napoli. Una Napoli “smarginata”, la stessa parola che usa Lila per descrivere la sua visione senza contorni del mondo che vede e in cui vive, relegata a puro sfondo di una faccenda fondamentalmente sentimentale, fatta di persone e di dialoghi, di sogni intrecciati alla paura.
Alla paura di crescere, di saltare in un mondo che potrebbe pure cambiare: a cominciare dalle strade del quartiere, dalla scoperta della città e dalla gente che vive in centro. Gente inarrivabile, più avanti in tutto rispetto a chi vive nel quartiere isolato e nello stesso tempo ancorato alla propria miseria. Che parla per lo più in dialetto e che non sa esprimere i propri sentimenti e per questo picchia.

La scrittura è piana, senza sbalzi, come in fiume in piena che scorre furioso.
Ma che non esce dai margini, che va composta per la sua strada e intanto che passa travolge e spazza via il tempo che passa ostinato. Momento dopo momento in questo libro si parla di crescita, di cambiamento, di evoluzione.
Evoluzione vera? O solo illusoria? Cosa c’è in serbo per questi ragazzi degli anni Cinquanta? Cosa serba per loro il domani? Intanto c’è la miseria, la violenza in casa e fuori dalla casa, in famiglia e a scuola. E la povertà di orizzonte di conoscenza, metaforicamente rappresentata da un tunnel che collega il quartiere dove vivono i protagonisti e il resto del mondo, la città.

Lo spirito della gente che popola il romanzo è uno spirito statico. Sono pochi quelli che provano a volare. Per lo più le donne parlano di uomini e gli uomini non parlano. O se parlano danno ordini, sono comunisti o sono fascisti, sono ricchi o poveri ma per loro non c’è spazio per evolversi al di fuori dell’idea di arricchirsi o di partecipare a imprese malavitose. Sono pochi i personaggi credibili, le due ragazze, i genitori di entrambe, ma il resto è così sommariamente abbozzato da restituire sotto forma di scrittura una società deformata che contrappone il bello al brutto, il ricco al povero, i bei vestiti alle “pezze”, la cultura all’ignoranza.

L’amica geniale mi è piaciuto o no? Non lo so. L’ho letto, è vero, tutto d’un fiato ma dopo, non mi ha lasciato nulla. Non mi ha fatto pensare, riflettere. Non mi ha aiutata a capire e scoprire un’epoca. Anzi, in certi momenti ho letto una realtà un po’ polverosa, appartenuta a qualcuno che ormai da anni non vive più il quotidiano cittadino ma che ne ricorda l’eco, le sensazioni così come le ha vissute all’epoca. Senza averle metabolizzate e superate. Se nella letteratura di Annamaria Ortese, o di Luigi Compagnone, o di Fabrizia Ramondino, pur così diverse tra loro, esiste un sound imprescindibile, in quella di Ferrante s’ascolta solo la retorica di quel sound, l’eco lontano, anzi lontanissimo.
Però, una cosa m’ha lasciato questo libro: la voglia di continuare a leggere tutta la saga dell’amicizia. Per capire, ancora, fin dove arriverà, se continuerà a narrare solo di storie personali o sentimenti o riuscirà anche a rendere queste storie universali.








pubblicato da s.gaudino nella rubrica libri il 18 marzo 2015