Ruggine e ossa

Sergio Nelli



La raccolta di racconti di Craig Davidson, Ruggine e ossa (Einaudi, 2008), l’ho letta in ritardo e l’ho tanto apprezzata che mi è venuto voglia di segnalarla tra le cose migliori di questi ultimi anni. Sono arrivato al libro dopo aver visto (un paio d’anni dopo l’uscita) il film che nel 2012 Jacques Audiard ne ha tratto molto liberamente e mischiando nella sceneggiatura più racconti. Il titolo italiano del film è Un sapore di ruggine e ossa. Ho subito cercato altro di questo trentanovenne scrittore canadese che dà poche notizie di sé, e ho trovato una specie di noir pastoso pubblicato anche nei Gialli Mondadori dal titolo Fighter, un libro con il quale Davidson è addirittura passato da Umbria Libri nel 2007 in un’anteprima che accoppiava nella presentazione Fighter a La criptonite nella borsa di Ivan Controneo. Andando sul suo sito internet, ho visto che è stato ripubblicato con il suo nome un libro horror, Sarah court, originariamente uscito con uno pseudonimo, mentre il 2013 ha partorito un nuovo romanzo: Cataract City. Spero che Einaudi o qualche altro editore e la traduttrice Paola Brusasco ce lo facciano leggere in italiano. Credo sia difficile che non meriti una traduzione.

Per quanto riguarda i racconti di Ruggine e ossa seguo Audiard e metto in testa il pugilistico “Ruggine e ossa” e “Rocket Ride”, con protagonista maschile (a differenza che nel film in cui il mutilato è Marion Cotillard) a cui un’orca circense divora una gamba. Entrambe le storie presentano sviluppi incredibili e di grande felicità narrativa. Aggiungo a questi, lo stupefacente racconto su una sessuo-dipendenza con tanto di set porno e di gruppo di mutuo aiuto che si intitola “Attrito”.

Sembra un soggetto perfetto per un film (americano); lo si può vedere addirittura già fatto scena dopo scena. Ma questo potrebbe essere un approccio sminuente che il racconto non merita. Perché la trama della scrittura è decisiva e la sentiamo quasi espandersi e contrarsi, aderire al soggetto tanto che alla fine, nella coda della coda, sembra produca, come un organismo, perfino una fragilissima ma numinosa gemmazione.

In queste storie di Craig Davidson ci sento l’ombra lunga di David Foster Wallace, almeno nella focalizzazione di un disagio così vasto, traumatico e profondo da non trovare medicina. D’altronde mi paiono parole centrate quelle di Chuck Palahniuk per la quarta di copertina: “Davidson balla sulla linea di demarcazione tra commedia e orrore, crudeltà e misericordia”. Sì la misericordia, la pietà. Dunque un’ombra ancora più lunga di cui non si vede la figura.








pubblicato da s.nelli nella rubrica libri il 6 marzo 2015