Come sta la poesia? #2

Seconda parte: M-Z.




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Quest’anno il premio letterario Stephen Dedalus è dedicato alla poesia. La giuria voterà “una selezione di opere di poesia uscite tra il 1° giugno 2013 e il 28 febbraio 2015”.

Sono uno fra i (tantissimi) giurati, ma non ho letto tutti i libri della selezione: perciò ho provato a farmi un’idea delle loro opere cercando in rete.

Eccone una piccola scelta. Una poesia per ciascuno dei poeti selezionati dal premio Dedalus.

Se volete saperne di più, se il poeta vi interessa e desiderate leggere altre cose sue, cliccate sul titolo della raccolta: sarete rimandati alla pagina del sito, blog o documento in pdf da cui ho tratto i singoli testi: spesso ne troverete degli altri.

Potete commentare e, perché no, segnalare le poesie che preferite sulla pagina facebook del Primo amore.

Un’ultima cosa: la cornice fotografata qui sopra è un oggetto in legno del designer Diego Zanella: la serie si chiama Low Res Frame Reload. Mi piacerebbe leggere una poesia altrettanto geniale, e non è detto che in questa e nella precedente puntata non ce ne siano. [T. S.]


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Giorgio Manacorda, Viaggio al centro della terra, Elliott.



Il mistero della nascita

In quegli spazi angusti conservato
per secoli millenni o qualche giorno

si teneva aggrappato a quel cordone
per garantirsi un suo galleggiamento

come una navicella chiusa al vento
stava nel porto libero e contento

quando l’hanno strizzato tra due ferri
tirato fuori appeso per i piedi

e mentre l’aria gli strappava il cuore
ha sentito una voce, un rumore,

era una cosa nuova, era il dolore.



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Franca Mancinelli, Pasta madre, Aragno.



cucchiaio nel sonno, il corpo
raccoglie la notte. Si alzano sciami
sepolti nel petto, stendono
ali. Quanti animali migrano in noi
passandoci il cuore, sostando
nella piega dell’anca, tra i rami
delle costole, quanti
vorrebbero non essere noi,
non restare impigliati tra i nostri
contorni di umani.



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Giulio Marzaioli, Arco rovescio, Tielleci.

[Nota: in questo caso non ho ricopiato qui un testo singolo perché, se ho ben compreso il progetto del libro, il rapporto fra parole-immagini è inscindibile dalla progressione dei testi e dall’impaginazione: invito perciò a cliccare il link. T. S.]



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Francesca Matteoni, Acquabuia, Aragno.



I cuccioli non sono stelle
non capiscono quando tocca morire
tocca urtarsi, senza imparare.

Non si irradiano da alcun desiderio.
Vanno via, continuamente
contro le bestie, le piante appuntite

le fiocine, le melme strangolatrici.
Spargono plasma e polveri di fratelli
non fuoriusciti.

Hanno inutili occhi socchiusi,
ossa fredde, paccottiglia di madri
sul dorso.



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Guido Monti, Fa freddo nella storia, Stampa 2009.



DI ELDA

Questa è una figura che a molti forse sarà stato
possibile incontrare o comunque immaginare…
Lucio Piccolo, da L’esequie della luna e alcune prose inedite

La vecchia seduta è una graticola di rughe
capello cenerino, talco anni trenta
quasi a esumare un novecento iniziale

apre bocca, la pelle tira, le parole son storie
l’occhio riprende lo scatto del tempo, le dita
pennelli torsuti, segnano vie, castelli e nel giro
d’aria ecco il viandante, la sua traccia d’amor perduto

mi dice poi qualcosa di ultimo e per l’omino
di storia è notte più fonda, un perdersi di tutto
nel buio del possibile finale

e la bocca torna una morsa, le mani stecchite in croce

Elda quante lacrime hai dato alla vita, te ne andavi
sempre dietro il racconto col civettare tra i rami
Elda, mia Elda perduta, infiabata



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Renata Morresi, Bagnanti, Perrone.



è che a forza di pensare all’Italia
siamo diventati un po’ Italia anche noi
mugola da scorza vecchissima
mugola mucosa
ulcerata dalla plastica

c’hanno visti con le altre nelle vasche
a Linosa all’ospedale
cinquanta chili o dieci o due di carapace
(le bambine più bruciate) in cura dalle piaghe
prega per dio non dal mare



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Giulio Mozzi, Dall’archivio, Aragno.



allora disse che non era vero
niente
e si alzò dalla sedia, camminò in tondo
nella stanza, tornò seduta
e non disse più
niente: incrociò
le gambe e dondolò la ciabatta
sulla punta del piede destro,
dondolò la ciabatta, guardando
la punta del piede destro:
il mondo non
esisteva più
la ciabatta, la punta del piede,
la ciabatta la punta del piede esistevano



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Giovanni Nadiani, Il brusio delle cose. Sintagmi feriali in lingua bastarda, Mobydick



IMBACONT

… da quarant’en ormai e piô
dal volti incora a m dest
e’ cor ch’e’ bat a mel da un etr mond
la piova ch’la cor int e’ gargoz dal dozi d’rezna
si no la lona pina a ridm int la faza
int la mi testa l’è pracis:
la parabola ch’la n um ven
l’esam d’maturitè da der insen
un’etra volta cun la prof d’matematica
a fèm la gnegna a dem dla ligera ...
... forsi l’è stè propi par quest
ch’e’ mi stomach l’à arbutè e’ disten
u m à cundanè a vler ben
a quel ch’a fegh dè par dè
par truver l’equazion a la suluzion
d’no aven mai asé d’pruver
a incuntrer chi etr int l’imparer
e cun chi etr
(par me – vec – ormai un etr mond)
spartir tot i mument cal brisli d’bel
ch’al fa stcen insen ...


NONOSTANTE

... da quarant’anni e più ormai
a volte ancora mi sveglio
il cuore in subbuglio da un altro mondo
la pioggia gorgoglia nelle grondaie di ruggine
oppure la luna piena a riderni in faccia
per la mia mente è indifferente:
la parabola che non mi viene
l’esame di maturità da sostenere insieme
un’altra volta con la prof di matematica
a farmi un ghigno in faccia a darmi dello scansafatiche ...
... forse è stato proprio per questo
che il mio stomaco ha ribaldato il destino
mi ha condannato ad amare
ciò che faccio giorno per giorno
pee trovare l’equazione alla soluzione
di non essere mai sazi di provare
ad incontrare gli altri nell’imparare
e con gli altri
(per me – vecchio – ormai un altro mondo)
condividere in ogni istante quelle briciole di bello
che ci rendono uomini insieme ...




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Valerio Nardoni, Senso di facilità, Passigli.



VIA GRANDE

Friggi, radiolina,
ti dimeni in un’ortica
di cotone.

Il mare non si scandalizza e aspetta
che si chiudano, portino via
gli ombrelloni prima del solito.
L’orizzonte un momento brucia,
nel buio del temporale che monta
al largo.

Un porticato di carte a piccoli voli e sandali
che ammiccano di sciogliersi. Corri via.
Non servirebbe,
non sai se fare o no una doccia,
ma canticchieresti lo stesso,
anche di più, che oggi
nulla era diverso da quello che non c’è,
e che t’ha guardata.
Tutta.



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Alessandro Niero, Versioni di me medesimo, Transeuropa.



“Ricercala anche quando è persa: primo
precetto, primo spillo che infilza il sughero,
post-it primario da incollare sullo
scrittoio. È lei che è sottoterra, ripiegata
in un cantuccio di sedile, nelle crespe
di nicotina sul giubbotto, sotto
il polverio che una ricarica sfarina.
Lei, lei. C’è ancora, inabissata dentro
di sé, sgomenta forse della stessa
sua nudità disorpellata, quasi
senza Verbo. C’è, c’è. Con quanto le rimane
di epidermide, sottratta ai calcoli,
vicina a una progressione di lumaca,
se non alla vigilia di uno stop:
la fissità di stare hic et nunc.
Ed eccola: lei refrattaria a pulsazioni
e quasi neutra, tutta puro nucleo. Eccola:
come non mai descritta prima, seme
di crescita e potenza oppure mera
esposizione alle intemperie, ma
comunque necessaria sete e a te
perenne invito: lei, bisillabo
calpesto: vita. Vita”.



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Aldo Nove, Addio mio Novecento, Einaudi.



Abbiamo tutti un tremendo
bisogno di parlare ovvero scrivere
che non sappiamo più di cosa parlare
né di cosa scrivere ovunque
e senza sosta perché il silenzio
è lo spazio bianco in cui cade residuo
il senso in eccesso ma tanto,
ma troppo presente ed ovunque.

Quello che rimane del mondo
è prosa che brucia enunciando
la propria sintassi
soltanto o neanche.

È questo normale spavento.



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Vincenzo Ostuni, Faldone zero-trentanove, Aragno

[Nota: l’impaginazione di queste poesie non è riproducibile su schermo, perciò invito a leggerle cliccando il link. T. S.].



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Gilda Policastro, Non come vita, Aragno.



I cari altri

Gli altri sono:
mangiare il panino a morsi,
gridare al telefono e
sputare
............mentre lo fanno

I gesti che non durano,
la bambina dire ciao dalla porta,
e lui che ci hai dormito, una notte,
la mattina non ne sai il nome più
............- ma non è come pensi

Gli altri sono:
il ventre che spinge
sotto le calze, e sopra i seni
le mani,
ma pensare che non resiste,
e ochéi, ci sentiamo domani

Un’unica forma, o misura, ha il fare,
il resto è represso
dal vestito di madre,
dal divieto,
e più chiedono, gli altri, più ingombrano,
meno ci stai

con gli altri sono:
i figli, morire, tu-figlia-loro-morti,
e le coperte, e il velo
e i pigiami e le giacche,
gli altri le porteranno, li butteremo,
e quel giorno non verrai
nel sogno a rimproverare

non come vita, ma più di dormire o meno,
adesso non ricordare, non dire il nome, che non sai
degli altri, che a te chiedono, loro,
di non andartene

e che hanno paura,
non vanno a letto, non si sdraiano come d’amore,
eppure non passa, non va-e-non-viene, e sono a metà



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Fabio Pusterla, Argeman, Marcos y Marcos.



Rappresentazioni del signor nessuno

XVII

“qui assumiamo gente che sa l’inglese, anche se poi
il lavoro è un altro, ma l’inglese
serve per principio e lei ha detto che lo conosce
ma adesso io le ho fatto una domanda semplice semplice
e lei non sa rispondere magari non capisce
le ho chiesto come si chiama e lei sta zitto
e se non sa neanche dirmi chi è allora sta imbrogliando”



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Emilio Rentocchini, Stanze di confine, Edizioni Il Fiorino.



2

A gh’è del gran sgumèdi in gir per l’èra
mèsa sfaltèda e mèsa a prê, la lus
ch’la tàca a tavanèr tra tèra e gèra
la s’ingróggna ogni tant e la s’ardùs
davanti a n’èla scura ch’la la sèra
e a fa sintìr al cèr d’èsers intrùs
in óna guèra a ósta. N’èter dè,
straniér da l’univèrs, as dèsda acsè.

Ci sono delle gran sgommate in giro per l’aia
metà asfaltata e metà a prato, la luce
che inizia a vagolare tra terra e ghiaia
s’irrigidisce ogni tanto e si riduce
davanti a un’ala scura che la serra
e fa sentire al chiarore d’essersi intruso
in una guerra alla cieca. Un nuovo dì,
estraneo all’universo, sorge così.





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Salvatore Ritrovato, L’angolo ospitale, La vita felice.



Diciannovesima settimana

Mi piace dirti ciccia e birba
sopra la pancia che si muove
tra la mamma che nicchia
e le lenzuola a fiori.

Mi piace sfarinare un balbettio
appenderlo a una frangia del pigiama
ghiro nella placenta
che fruscia nelle orecchie
l’ombra buona delle sere d’inverno
che ci osserva alle finestre
toc toc batte alle porte
bacino schiocca forte.

Mi piace dirti ancora dormi
ascolta.



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Giovanna Rosadini, Il numero completo dei giorni, Aragno.



Nell’anno bisestile

La neve sgocciola giù dai tetti, cade
a piccoli tocchi dai rami, gli alberi
sgravati rialzano la testa, si rimettono
in piedi. Le strade ritrovano i colori
spenti dell’inverno, i rumori si allargano
di nuovo fra le case. Si scioglie l’assedio
del freddo, un’aria più tenue passa
sulla pelle, gonfia il torace. Poter dire
la luce del mezzogiorno, nordica e tersa
sopra la città riaperta al cielo, ovunque
nel palpito diffuso e senza ombre, senza
nubi. Potersi muovere sincroni a questo
disgelo, nei passi slacciati.
...................Potersi affidare.



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Paolo Ruffilli, Variazioni sul tema, Aragno.



(Quasi calvo,
un viso tondo
segnato da due baffi
folti e scuri.
Nella giacca
di fustagno,
con la striscia
di velluto nero
sul risvolto.
Il padre di mio padre.)

Quest’uomo che non ho
mai conosciuto
e dal quale dipende
la mia vita.
mancato a torto,
credevo, poco o molto
al nostro appuntamento.
Di lui sapevo a stento
che, restato vedovo,
si era risposato
a dispetto di suo figlio
e che, colpito da trombosi,
era rimasto a letto
anni e poi era morto.

Per me bambino
era diventato
per non so
quale effetto,
l’immagine concreta
di un pensiero, in fondo
neppure tanto strano:
la colpa dell’immenso
disordine del mondo.



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Giulia Rusconi, Suite per una notte, Lietocolle-Pordenonelegge



Mi aiuto con quello che ho
con quello che posso senza destare i sospetti
di una malattia: la melatonina
ma soprattutto il rhum – legale
e acquistabile senza ricetta. Anzi
il mio amico cameriere crede di essere gentile
mi serve dosi doppie.
Forse anche quando morirò, se morirò,
mi girerò nella tomba, non riuscirò a dormire.



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Mario Santagostini, Felicità senza soggetto, Mondadori.



Io, nel 1970. Premessa

Era il ’60, qualcuno
parlava di sterminate domeniche.
L’Olona non era stata
ricoperta. Si sentivano le radio
da argine a argine.
L’odore dell’acqua oleosa di benzina
arrivava fino ad uno, due isolati
più lontano. Anche allora, vapori d’agosto nei cortili.
Pensavo: non amo me stesso,
amo questi anni,
la loro felicità senza soggetto.



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Massimo Scrignoli, Regesto, Book.



Del silenzio

Da quando la neve entra nel sonno
qualcosa di me, cose non più mie
si allontanano dall’autunno.

La pace non è quando il silenzio
nevica gabbiani, pace
è quiete dimenticata nel nido dell’airone,
come leggera maestà dei violini
che toglie parte del finito all’infinito.

O forse è solo pallida memoria.
Un rumore elegante
sull’orizzonte della bellezza
dove lievemente si vive, si muore

così da poterci parlare
in nostra assenza.



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Marco Sonzogni, Tagli, La vita felice.



IN ILLO TEMPORE

Quella volta, in illo tempore, era una sera
d’estate, da poco tornato dai campi il Peppino,
la Primina lascia che guardi il suo trattore,
e mi sgrida appena allungo mani inesistenti
tra ingolfati ingranaggi. Avevo proprio bisogno
di unto e di sporco per riconoscermi di qua.



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Francesco Targhetta, Le cose sono due, Valigie rosse.



Vecchi con moldave

Negli inverni delle scritte fasciste 

sugli svincoli, sui rami, e sui muri,

vanno come divi i vecchi con moldave 

virando con vanto davanti ai tabacchi, 

agli occhi dei vuoti acconciatori 

maschili: spalline ottanta, capelli 

tinti, gli zigomi duri come i baristi, 

a bere caffè asciugando le bave


li regge con gelo la loro badante, 

e fuori, poi, i palazzi di muffa.

Tutti noi indietro nel tempo, solo loro


in sincrono eterno: vanno a vortice, 

su valzer, i vecchi con moldave, 

succhiando chi li guarda nella truffa.





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Italo Testa, I camminatori, Valigie rosse.



camminano
rasenti ai muri
sugli autobus
si siedono tra i primi
non parlano
tenendosi le mani
si voltano
di scatto a un tratto
ti guardano
gli occhi grigi
campeggiano
poi scartano di lato
si alzano
serrando i pugni
e scendono



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Francesco Maria Tipaldi, Traum, Lietocolle.



Angelus

Via dai culoni delle contadine
dove finisce l’orto.

La terra dà le grida del parto,
le carissime doglie, nasce la verzura.
-Sia lode alle molli latrine dei maiali-
la domenica non si lavora,
si posano le zappe e ci si veste per bene.
- Dio presenta al mondo le sue lattughe -
Ai petti tumefatti degli alberelli
una giostra di fieno, e l’anima uterina che bruca
di dita di pane a sazietà.



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Giovanni Turra, Con fatica dire fame, La vita felice.



QUATTRO A.M.

Càlati in un sasso, dormi.
Inòltrati in un sonno senza
sogni. Fresco dev’esserci
lì dentro, e una penombra
d’acquario. Sono le quattro,
dormi. Ti attraversano correnti
contrarie, fredde bolle
sgorgano. ‘Arco’ per ‘ocra’
hai compitato, ‘eruppe’
per ‘eppure’. Sono le sette,
dormi? Prima non c’eri,
e invece: eccoti qui.



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Paolo Valesio, La mezzanotte di Spoleto, Raffaelli.



Ecate

Ogni suo apparire mi stupisce.

L’hai veduta, in questi giorni, crescere
con un’ammirazione
che preparava l’amore
ma che era nutrita di timore.
Ogni sera lasciava che l’umido biancore
invadesse la stanza un poco più-
Ma al momento del sonno
chiudeva gli scuretti.

Ieri notte: nel caldo che scendeva
dal soffitto basso di legno
ricurvo come un ventre di balena,
ha spalancato
la finestrella più vicina al letto.
Si è poi riscosso fra lo scuro e l’alba
prima che si sentissero gli uccelli,
con il petto schiacciato e gli occhi torbi.
Gli era balzata addosso
e il suo bianco malato
aveva offuscato –
gran cappucci di cobra dispiegato –
il cielo del soffitto.

E stanotte non resta che il cielo
vuoto e rossastro.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica poesia il 5 marzo 2015