Il diciottesimo compleanno

Riccardo Romagnoli



E’ uscito in questi giorni da Transeuropa il romanzo d’esordio di Riccardo Romagnoli, singolarissimo e concentrato. Pubblico qui una delle sue pagine iniziali. (A.M.)

L’apertura sessuale della femmina ha un aculeo.

Lo proteggono una guaina e due paia di attrezzi chitinosi, uno foggiato a sciabola e l’altro a sega.

Era simile a una piccola zampa, il palpo che l’afflusso di sangue liberò dal seme maschile.

Come una siringa, Luciano si svuotò per farmi venire al mondo.

Divenni il peso di una gravidanza che aumentava di tre chili per il feto, di un chilo per il liquido amniotico. Le mammelle di Anna avevano quattrocento grammi di grasso ulteriore. La placenta ingrossava di seicento grammi. Sembravano paesaggi marini le sue superfici interne, acquari melmosi di pesci. Mari chiusi da una faccia rosso sangue, rilucente, nello spazio ammassato del mio corpo. Già traspiravo, succhi estroversi e malattie endogene. Dalle ossa potenziali ai muscoli e alle arterie e alle vene, fino ai nervi, ero fatto di livelli scomposti.

Le radiografie dei feti di macaco si sovrapponevano al mio sesso incerto dove l’impronta del maschio e della femmina è simmetrica e non si riconosce finché l’aria aperta non brucia la pelle. Si fanno test su conigli, topi, rospi, ratti, per sapere cosa siamo e se è lecito cercare un luogo legittimo che sia nostro. Due arterie e una vena mi passavano sangue nel cordone ombelicale.
Quando io caddi Anna lanciò il grido della nascita. Le contrazioni finirono e il suo cuore ingrossato, spinto in alto a sinistra, riprese lentamente il suo corso – materiale spugnoso come quello erettile di peni e clitoridi, di polmoni e ossa fradice. Mi presentai di faccia, uscendo, con una spinta a terra. La vagina dilatata e il mio naso fisso e chiuso furono un occhio rosso tra le gambe che, sue, Anna scuoteva elettriche, zampe di rana.
Rimasi strozzato, a ruotare appeso intorno a un’orbita che era sempre stata cieca. Muco e sangue macchiavano le lenzuola e le mani di Luciano. Piansi dopo molto tempo e imparai l’affanno, perché avevo i polmoni pieni d’acqua e le mie vene non erano abituate a possedere sangue proprio. La pigrizia inorganica mi attraeva indietro, ma fui costretto a cedere.
La mia voce ansimò e fu sentita, aspra e atonale, come una punizione:
parole malnate, podaliche, estorte, anch’esse, col forcipe. L’inizio è sempre al di fuori di sé, senza alcun controllo su relais e sfinteri. Piangevo per me e per Anna che raddoppiava il mio lamento e ne faceva l’eco e il coro.

Mi contraevo figurando un travaglio che cominciava e che Anna aveva terminato separando le sue budella rovesciate. Ero un granchio coperto di sangue, un corpo che si perdeva, ero un gatto schiacciato.








pubblicato da a.moresco nella rubrica libri il 7 ottobre 2012