Leggere fa malissimo

Tiziano Scarpa



1. Perché hai scelto il lavoro/mestiere che fai?

Da ragazzo ho letto Dostoevskij, Hermann Hesse, Franz Kafka, Henry Miller e ho pensato: “Gli adulti non mi dicono la verità, questi scrittori sì. Vorrei essere capace anch’io di fare come loro!”

2. Qual è l’aggettivo che meglio definisce la tua attività?

Direi piuttosto un avverbio: “ininterrottamente”, ma dovrebbe essere ancora più lungo e strascicato di così. Una specie di “ininterrocostantesempremente”.

3. Qual è il tuo primo ricordo di una biblioteca?

Il senso di disagio perché sono entrato in una sala dove stavano tutti zitti seduti a studiare, io avevo le scarpe di gomma e il pavimento era un parquet, le suole facevano un rumore tremendo sul legno lucidato, una specie di risucchio umido, a ventosa, sembrava che mi si fossero appiccicate ai piedi delle alghe bagnate, tutti alzavano la testa infastiditi al mio passaggio.

4. Come definiresti la biblioteca?

Un posto dove gli autori e le autrici dei libri, vivi o morti, fanno un dettato nella mente delle persone che leggono. Un posto contraddittorio, dove ci si trova tutti insieme, ma ciascuno è lì per farsi dettare un pensiero diverso da un libro diverso, cioè da una persona diversa, spesso morta. Non è come al cinema, dove si guarda tutti la stessa cosa, anche se, in maniera simile alla biblioteca, si resta degli sconosciuti e si cerca di non disturbarsi a vicenda. Ma ugualmente in biblioteca si forma una specie di comunità, un insieme di persone accomunate dal desiderio di accogliere le parole degli altri e di accudirle. Non è come quando si ascolta, perché, quando leggi, il motore sei tu, ci metti tu l’energia vitale, la voce mentale, la forza motrice che manca alle parole scritte. Quindi in biblioteca si fa parte di un circolo di cospiratori silenziosi, di agenti segreti, di complici che svolgono insieme la loro misteriosa missione di attivatori delle parole abbandonate nei libri. In biblioteca, poi, c’è la compostezza, un atteggiamento rispettoso verso le parole che ci arrivano da tempi e da luoghi lontani: si resta concentrati anche con il corpo, con la postura, con il silenzio, ci si dedica tutti interi alla lettura, mente e corpo sono offerte alle parole dei vivi e dei morti, lontani nello spazio e nel tempo.

5. Cosa ti piace di più in una biblioteca?

Il silenzio esteriore e il tumulto che c’è dentro le teste. Mi piacciono i tavoli dove ci sono vari libri, i lettori che ne hanno più di uno aperto davanti, mi piace la loro lettura catafratta, composita. Poi mi piace lo scaffale aperto, la possibilità di scoprire libri inattesi scorrendoli uno accanto all’altro sulle mensole. E anche sbirciare le lettrici assorte nei loro pensieri.

6. Quale è stato il primo libro che hai letto?

Mi ricordo che alle elementari mi regalarono un libro illustrato sul Veneto, faceva parte di una serie sulle regioni italiane, e alla fine aveva una bella sezione con le leggende della mia terra. Ricordo quella del monte Cristallo e del lago di Misurina, che erano affascinanti fin dal nome: una montagna fatta di cristallo, un bacino d’acqua che si può misurare con un bicchierino graduato, da piccolo chimico…

7. Quale libro ti ha lasciato un ricordo speciale?

Difficile sceglierne solo uno! Mi piacciono i libri perché sono tanti.

8. Quale libro consiglieresti a un giovane lettore?

“Ho servito il re d’Inghilterra” di Bohumil Hrabal.

9. Leggere fa bene? E perché?

No no, leggere fa malissimo! Ti mette in contatto con i pensieri più sporchi, invidiosi, vendicativi, ambiziosi, utopici, illusi, idealistici, incantati, celestiali! Ti trasmette desideri difficili, la voglia di cambiare le cose in meglio, di essere meno infelice e di rendere gli altri più felici.

10. A quale altra domanda avresti voluto rispondere?

Ogni frase che leggo è una domanda che mi pongono le parole.


Intervista a cura di Marino Marini della Biblioteca di Spinea, appena ampliata e ristrutturata.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica a voce il 2 marzo 2015