“Una locandina di stelle”. Sette poesie

Lorenzo Mandalis



Pubblico qui di seguito sette componimenti di Lorenzo Mandalis (Livorno, 1989), un poeta di cui sentiremo parlare. Sono poesie che vanno dritte al punto: non hanno paura di chiamare l’amore amore, a costo di passare per ingenue. A che cosa serve la poesia, se non ci aiuta a ridire le stesse parole?
Si sente, in certi vocativi, in certi ingorghi d’azzurro, in questa vita che s’ingegna a diventar metafora, l’impronta di quel poeta che non si smetterà mai di ristimare che è Giorgio Caproni. Solo che qui la metafora è talmente estenuata, quel residuo di dannunzianesimo svuotato a tal punto, che viene il dubbio che ogni giorno si confonda con la sua cartolina, tutti i sogni con la loro parodia; al "viaggiatore cerimonioso" caproniano è straniera la propria casa - non gli si dà che "il fondo amaro dell’andare"; non gli si dà allegoria, appartenenza, destino, se non a una coscienza puntuale, "se non oggi il tuo posto su questo vagone".
E nonostante tutto l’amore è questo ("e il gioco in fondo stava già / tutto in quell’incanto"), questo incrociarsi delle nostre favole e farse, la smobilitazione improvvisa delle chimere davanti a una tazzina di caffè, mentre "stanno sbaraccando l’ultima estate all’Acquaviva" e basta poco, per la tua felicità balneare: anche un azzurro di seconda mano, l’elenco dei venti e un suono di campane.


Amorevoli

I

Autunno di Lucca

C’era una corrispondenza scontata
tra noi e quelle migrazioni alla fine
del giorno. E la circumnavigazione
muraria troppo lirica da dire
non era neppure una metafora
o il correlativo oggettivo
di una circolarità della vita ­–
alla fine abbiamo anche tagliato
per San Frediano, perchè non ne potevamo
più di girare in quell’estasi.
Eppure quelle onde ballerine
raccontavano della tua partenza
una mia tristezza insolita
e anche la leggenda dell’uomo pio
col rastrello, quella facilità
di cambiare il corso delle cose...
Non so. Ho di queste malinconie io,
non ho santità o preveggenze
né conosco le arti degli auguri
o degli ornitomanti
è solo un sentore il mio
un leggero dolore
per qualcosa che non sa durare
più di un’ora.

II

Versodicasa

Dove sarà la pace di una casa?
È questa più o meno la domanda
che mi rivolgi a Sant’Jacopo
la mattina prima della partenza.
Ripenso a alcune allegorie improrie
di naufraghi barche porti sepolti
rematori velisti certi Ulisse
salmastri e c’è un che di scaduto
qualcosa che deve prendere un largo
inatteso: i guardiacoste ci osserveranno
sparire su quel patino rosso
alla fine dell’alba, coi binocoli
l’ultimo puntino nero
tra cormorani gabbiani e alcioni...

poi tu pronunci le tue immagini di terra:
l’odore della brace il camino
il cane convesso la voce umana
del nostro futuro la sua mano
sulle festuche, i roghi del buio ­-
e io quasi credo che presto anch’io ti raggiungerò,
da questo immenso veliero di nubi
nel lampo vuoto del giorno
oltre le bufere i maestrali i libecci...

Ma dove vado con la testa? Solo
due ore di aereo. E poi siamo ancora
seduti al tavolino ­- tu col mio caffè.
E c’è un bellissimo suono di campane
stanno sbaraccando l’ultima estate all’Acquaviva
tra una sdraio e l’altra
e i pescatori già svaporano sopra gli scogli.

III

La terrazza sul mare in festa

Mentre queste luci e le loro risa
- ­il braccetto, tutta la penombra
d’un ballo e la sua festa – avvolgono
il cratere d’eclissi, si confondono
con le stelle le poche case accese
della Gorgona. Ed io guardandole
ho già smesso questa partecipazione, ho perso
l’attimo della vita e ogni occasione,
tutti i treni ho perso e tutte le metafore
appropriate per un viaggiatore.
Parlami ora più forte e sii più vicina
oltre questo ballo e l’approssimarsi dell’alba
elencami i nomi dei cicloni e degli anti­cicloni
di quella Ison venuta chissà da dove
a compiere in un’ora il suo corso,
parlami, tu che hai gli occhi sereni
e conosci i gondolieri del tempo.

IV

Ogni tramonto la sua intimità.
Io ne ricordo uno di pèsche ­-
la sua luce sbucciata dalla sera ­-
e mi chiedevo se era possibile
una vita di affiches, manifesti
vacanzieri per croceristi,
queste altre possibilità di vita
tra un’amaca e il cocco, il fianco
azzurro di ballerine e occhi ardenti.
C’era un bel modo di fingersi
lontani, e il gioco in fondo stava già
tutto in quell’incanto,
e ognuno di noi, amore,
aveva il suo sogno solitario
un vapore di te che non sapevo
raggiungere...poi veniva tutto quel buio
e una locandina di stelle,
il mare era un suono e quasi distinguevi
tra le risacche il lamentarsi
di un attacchino col suo secchiello
e il bianco odore della colla.

V

VersoVerona (7/11/14)

Era la scorza che il treno portava
del tuo volto verso Verona
quando non potevo incontrarti.
Non conosco quale vapore
la storia acconsentiva tra un bagaglio
e l’altro e quali binari
si stringevano sempre più in uno.
E se ero un pensiero in quella radura
che attraversavi piena di nebbia
e vecchi spettri zappatori
dal finestrino – non posso saperlo.
Il fondo amaro dell’andare
quello posso intuirlo,
questo volersi fermare
e dire un’altra volta
si ha da partire, si ha da fare:
non siamo inevitabili
tutto il rigoglio del tempo ci chiama
tutto là che grida col fischio
il capotreno. E le parole già
sono confuse dai fumi, dal passo
veloce dei ritardatari
e tu seduta piegata dinoccolata
levi la sciarpa dal collo
posi i guanti sul tavolino
e osservi quanto nulla del mondo ti appartenga
se non oggi il tuo posto su questo vagone.

Poesie londinesi

I

L’aereo.
Lo vedevo una volta
pieno di futuro e straniero.

Ora
la scia bianca si prolunga nel cielo,
sola e diritta nell’azzurro cielo.

Lo vedo adesso
­- sopra questi tetti ignoti procedersi ­-
da forestiero.

Ricorda la casa che avevo.
Dovrei voltarmi. Parlarvi.
Amarvi un altro poco,
dirvi che tutto questo camminarsi...
cosa sia non si sa, un vero mistero.
Ma non ho scie io qui dietro, mi sbilancio
nel vuoto. Più solo di sempre,
sono io, anche nella casa, lo straniero.

II

Dove sono sceso amici? A quale fermata ho interrotto
la corsa del treno? Questi lunghi bagagli
freschi di granchi e di sole azzurri,
buttateli giù. C’è un paese
pieno di nebbie, e cervi
e una volta ho visto una volpe sparire
nei boschi d’autunno. Quante correnti,
feste ormonali e danze vitali
ho incontrato, e il cielo da qui a volte
è più limpido la notte – ho imparato
a leggerlo. Ho legami
disturbati con l’alto: facilmente
mi disloco nel silenzio di Giove,
nella preda d’Orione, e credo
di guardarvi da certi pianeti
dopo secoli di buio:
e la terra è un punto di luce accorpato
unito,
conglomero sicuro e coagulato,
senza Brahms o distrazioni
primaverili di brividi,
un grumo soltanto costante.
Ma quando con gli occhi scendo a Sirio
– amici, non chiedetene il motivo ­-
torno a ricordarvi. Nessun silenzio
allora: rientra la casa lontana, un calore
di cani turchini, cicalii di pinete
fruscii di ruote, pedali battuti
verso il mare. E ho piedi pieni di rena,
pelle salmastra: e ci sono
bellissimi cipressi che portano
ai paesi, al vino, alle tavole imbandite.
Dove sono sceso amici? A quale fermata ho interrotto
la corsa del treno? Ora solo
le sue labbra blu sanno guidarmi,
mi affido ai suoi bisbigli ­-
conchiglie schelate dell’alba.








pubblicato da r.gerace nella rubrica poesia il 27 febbraio 2015