Cose che Elena Ferrante non fa

Tiziano Scarpa



Il personaggio “Elena Ferrante” inventato dalla persona che ha scritto L’amica geniale e altri romanzi, parlando dei suoi libri ha detto: “Non li porto al guinzaglio, e al guinzaglio non mi lascio portare”.

Io invece sì!
E mi piace moltissimo.
In seguito alla pubblicazione dei miei libri sono finito in posti che non avrei mai potuto conoscere così da vicino, sono entrato nelle carceri a parlare di classici e a fare laboratori sulla fantasia, nelle scuole a leggere poeti e romanzieri, nelle comunità che protestavano contro l’installazione di inceneritori e discariche, negli ospizi, all’inaugurazione di biblioteche, ho percorso a piedi migliaia di chilometri, ho conosciuto paesi e persone che mi hanno reso partecipe delle loro difficoltà e dei loro entusiasmi. A volte ho preso parte alle loro battaglie, altre volte ho potuto darne conto scrivendone.

Pubblicare i miei libri mi ha procurato esperienze imprevedibili. Cinque di queste le ho raccontate in Come ho preso lo scolo. Sono cinque saggi autobiografici, cinque racconti di vita vissuta con un’affinità che li lega: sono conseguenze inaspettate dell’avere pubblicato, effetti collaterali della scrittura.

Sono molto felice e orgoglioso di annunciare che in questi giorni Come ho preso lo scolo è in ristampa. Dopo Antigone a Scampia di Serena Gaudino, è il secondo della nuova serie dei Fiammiferi che ottiene questo bellissimo risultato. I Fiammiferi sono libri incendiari, curati dalla redazione del Primo Amore. La casa editrice è piccola, la distribuzione è difficoltosa, ma noi siamo appassionati, andiamo in giro a presentarli di persona, nelle librerie indipendenti, nelle biblioteche. Vi ringraziamo del vostro sostegno! (Se siete interessati a invitarci, scriveteci sulla nostra pagina facebook).

Dalla felicità per la notizia ho deciso di raccontare nei dettagli, per questa occasione, che cosa c’è dentro Come ho preso lo scolo, che contiene pezzi importanti della mia vita e tante riflessioni e ricerche e studi che ho fatto a partire da quello che ho vissuto.

Viva chi sale a bordo di ciò che ha scritto!
Viva la vita randagia e contagiosa delle parole!

I cinque racconti-saggi del mio libro

1. Come ho preso lo scolo

Una giornalista mi ha intervistato per una rivista medica, chiedendomi se avevo voglia di descriverle una mia malattia. Ho deciso di raccontarle un contagio venereo avuto a vent’anni.

Questo saggio autobiografico, che si intitola come il libro, riguarda il cortocircuito fra celebrità e infamia, l’occasione di parlare pubblicamente di cose su cui gli altri tacciono, il prezzo pagato per la sincerità, il boomerang dei media. Mesi dopo avere rilasciato l’intervista, mi sono ritrovato in treno di fronte a una sconosciuta che leggeva quella rivista lanciandomi occhiate colme d’inquietudine. Ho guardato la copertina che teneva in mano la signora. Fra i titoli ce n’era uno che lampeggiava. C’era scritto: Tiziano Scarpa: “Ebbene sì, lo ammetto: ho avuto lo scolo”.

2. Nel deserto con Monicelli

Mario Monicelli mi ha scelto per fare una particina nel suo ultimo film, Le rose del deserto, girato in Tunisia.

In queste pagine descrivo come funziona il cinema, e faccio il ritratto di un grande regista, non con la solita intervista, ma con un’esperienza vissuta dall’interno del set, e con tutta la mia angoscia di attore inadeguato. Monicelli seppe tirare fuori il meglio – o il meno peggio – da me, con un escamotage segreto che racconto in questo reportage.

3. Cosa ho imparato in piazza

Ho organizzato insieme a una dozzina di scrittori del Nordest una manifestazione in Piazza dei Signori a Treviso, per protestare contro alcune ordinanze razziste di certi sindaci veneti.

Per vari motivi, quel pomeriggio in piazza l’amplificazione era scadente, molta gente non riusciva a sentirci. Perciò da allora ho studiato il rapporto fra microfono e politica. Come faceva san Francesco a predicare all’aperto senza microfono? E Robespierre? E Mussolini? Questo saggio è il più lungo del libro, ne occupa quasi la metà, ho fatto molte ricerche per scriverlo. Ho studiato vari casi, dalla nascita delle dittature fino a situazioni più recenti, per esempio il movimento Occupy Wall Street a New York, che, non avendo il permesso di utilizzare megafoni, ha riesumato vecchie tecniche comiziali, come il “microfono umano”.

4. La realtà e le leggi

Un’associazione di persone abbandonate alla nascita, che si battono per cambiare la legge sul “riconoscimento delle proprie origini biologiche”, cioè per avere almeno una possibilità di rintracciare la madre che li ha messi al mondo, hanno adottato il mio romanzo Stabat Mater per rappresentare la loro condizione di sofferenza, e di recente l’hanno regalato a tutti i membri della Commissione giustizia della Camera che sta esaminando le proposte di legge su questo problema.

Ci sono opere che magari non avevano alcuna velleità politica, ma poi si ritrovano a fianco di chi sta facendo una battaglia civile. Stabat Mater infatti era un romanzo che i critici hanno giustamente definito “intimistico” e “lirico”, non certamente “politico”: per di più è ambientato tre secoli fa; eppure si è ritrovato, insieme al suo autore, a fiancheggiare un’associazione di persone che vuole cambiare una legge di oggi. In seguito a questa esperienza ho cercato vari esempi di film, romanzi, testi teatrali del passato e del presente che mostrano che cosa può produrre una legge nella vita delle persone, e che cosa possono fare un romanzo o un film per criticare una legge. Da Divorzio all’italiana di Pietro Germi sul delitto d’onore, al “reato di solidarietà” della legge Sarkozy sull’immigrazione nel film Welcome di Philippe Lioret, e in tanti altri casi.

5. Disavventure del mio nome

Nella mia regione il mio cognome è piuttosto diffuso, ci sono tanti omonimi, si sono innescati vari equivoci. Faccio solo due esempi: un’importante studiosa mi ha cercato per dirmi che da giovane aveva frequentato mio padre (in realtà si riferiva all’architetto Carlo Scarpa, che non è mio parente); un uomo mi ha voluto conoscere perché mi chiamo come suo figlio suicida, di cui mi ha regalato una foto.

Il saggio inizia raccontando qualche situazione imbarazzante provocata dall’omonimia, e da lì passa a riflettere sul legame fra nome e potenza delle parole: non si può fare una promessa o una denuncia se non ci si firma, non si può fare un atto linguistico senza il proprio nome. Soprattutto in rete, oggi, la forza dell’opinione pubblica è indebolita dall’abitudine all’anonimato. È un peccato: proprio adesso che abbiamo i mezzi per intervenire in pubblico senza chiedere il permesso ai gestori dei media. È un tema che ho già affrontato nel corso degli anni, ma questa è l’analisi più accurata che ne ho fatto finora.

Ho finito, ma ci tengo a dire ancora una cosa: Come ho preso lo scolo non è una raccolta di testi già pubblicati in precedenza. Solo una quarantina di pagine su duecento erano già apparse in volumi collettivi, ma tutto il resto è inedito, scritto per realizzare questo progetto a cui tenevo tantissimo. È una specie di debito che volevo saldare verso la vita, o almeno verso questi miei anni recenti: le cose che ho raccontato nel libro erano così speciali e inconsuete (almeno per me) che mi sarebbe sembrato uno spreco non affrontarle. Ho cercato di rispondere alle domande che quelle esperienze mi hanno fatto.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica condividere il rischio il 25 febbraio 2015