“Dillo in italiano” anche tu!

Tiziano Scarpa



Abitavo da poco a Milano. Avevo delle vicine di casa che dividevano l’appartamento accanto al mio. Alcune lavoravano, altre studiavano. Un pomeriggio mi invitarono a prendere un aperitivo, per conoscermi e raccontarmi un po’ quello che facevano. Una arrivò in ritardo. Si scusò dicendo che aveva fatto una lunga riunione in azienda per l’as is e il to be.
“Come?”, le domandai.
“L’as is e il to be”.
“Sì, le parole le ho capite, con l’inglese me la cavo, ma che significa in concreto?”
“L’analisi della situazione attuale e gli obiettivi futuri.”
“Vale a dire il com’è e il da farsi!”

Fu un’illuminazione. In quegli anni lavoravo anch’io in un’azienda milanese, che teneva moltissimo alla precisione linguistica, dato che era una casa editrice. Era una ditta che commerciava parole, cercando il più possibile che tale attività non equivalesse a vendere fumo. Ricordo che i correttori di bozze avevano una cultura impressionante, conoscevano tre o quattro lingue moderne, oltre a quelle antiche classiche. Una, in particolare, aveva familiarità anche col sanscrito, ma intanto tirava avanti cercando di stanare refusi dentro pesanti fasci di fotocopie: la qual cosa da sola basterebbe a dimostrare la sottovaluzione del patrimonio intellettuale e lo spreco di risorse del nostro Paese. Ma sto divagando.

As is e to be! Allora era proprio vero, il gergo delle aziende era puro fumo negli occhi. Se si fosse trattato di termini veramente specialistici, l’avrei sopportato. Ma in questo caso si prendevano espressioni assolutamente ordinarie, elevate a feticci solo perché poggiavano sul pomposo piedistallo dell’inglese. Cosa c’era da vergognarsi, a dire “com’è” e “da farsi”? Eh, ma così si sarebbe ammesso che il proprio lavoro non era sufficientemente specialistico, non richiedeva alcun esoterismo da indorare con il brillio pataccaro dell’anglo-princisbecco. Succedeva più o meno vent’anni fa, alla metà degli anni Novanta. Le cose non sembrano migliorate. Ecco cosa ne pensa uno dei massimi studiosi della nostra lingua, Luca Serianni:

Vent’anni fa ero sicuramente più ottimista riguardo alla questione degli anglicismi: ritenevo che il prestito fosse un problema fisiologico e che il tasso di parole inglesi non adattate – le uniche di cui ci si debba preoccupare – non fosse così alto. Adesso vedo che il numero comincia veramente a essere un po’ invadente, soprattutto rispetto alla capacità di metabolizzazione delle lingue romanze con cui possiamo direttamente confrontarci, cioè il francese e lo spagnolo.

Perciò sono molto contento che Annamaria Testa, che di eccessi milanesi di lingua angloaziendale in questi anni ne deve avere patiti parecchi, abbia lanciato questa petizione, Dillo in italiano, “per invitare il governo italiano, le amministrazioni pubbliche, i media, le imprese a parlare un po’ di più, per favore, in italiano.”

Qui sotto aggiungo alcune considerazioni sull’argomento, che ho fatto in un paio di interventi pubblicati nel corso degli anni.


Da Scrivere sul fronte occidentale, Feltrinelli, 2002:

Dovremmo resistere alla corruzione della nostra lingua da parte delle parole anglofone. Abituiamoci a proporre nuove parole italiane. Non certo per garantire una purezza petrarchistica alla nostra lingua, ma per rinnovare l’emozione creatrice del battesimo, l’atto della nominazione. Le parole nuove, anche se italianissime, imbastardiranno comunque la nostra lingua, per il fatto stesso che la frantumeranno ulteriormente, articolandola, screziandola, complessificandola, costringendola a nuove metafore e diversi rapporti di forze sinonimiche.

Perché non dovremmo essere capaci di dare nomi nuovi alle innumerevoli cose nuove che nascono continuamente? (E che nessuno mi contesti tirando fuori il solito spettro del purismo lessicale fascista. Se i nostri antenati hanno fatto un uso perverso di un’ottima intenzione, non è detto che noi non possiamo farne un uso buono.) Giusto per fare un’esempio, potremmo chiamare “elettra” quella che pigramente chiamiamo "mail". “Elettra”... Fa pensare a “lettera” e a “elettronica”. Domani vi mando un’elettra. D’accordo, non è granché, si può inventare qualcosa di meglio: ma da qualche parte bisognerà pur cominciare.

Da Stella d’Italia, Oscar Mondadori, 2013:

[...] avvicinandomi a L’Aquila, mi ha fatto molta impressione attraversare le cosiddette new town.[...] mi pare proprio che quel che sta succedendo in questi anni è che stiamo traslocando tutti in delle new town. L’effetto new town è in atto dappertutto.

E già che questa espressione, new town, è in inglese, comincio proprio dalla lingua: la nostra esperienza della contemporaneità, almeno qui nella vecchia Europa, e in forma clamorosa in Italia, esprime sé stessa con questa new town linguistica: tutte le maggiori innovazioni tecnologiche, e anche quelle sociali, sono nominate in inglese, come se noi italiani, e in generale noi vecchi europei, non avessimo parole a disposizione nella nostra lingua, o come se la nostra lingua non avesse la vitalità germinativa per far nascere nuovi rami da antichi ceppi etimologici e morfologici, che riescano a nominare nuovi fenomeni, nuovi oggetti, nuove tecnologie, nuovi scenari.

L’inglese agisce in maniera molto pratica: prende una parola, per esempio net, e aggiunge ai suoi significati una nuova accezione specifica, magari aiutandola con un prefisso: internet. L’aggiunta di un significato a una parola già esistente è un procedimento vecchio come le lingue umane, lo si trova descritto e prescritto dall’antica retorica. I romani lo chiamavano “abusio”, un termine che mi piace perché porta con sé un’immagine concreta. Infatti a noi oggi può far pensare a un abuso edilizio: si costruisce un piano abusivo in cima a una parola, sulla sommità di un edificio già esistente, un nuovo livello di significato. La vita è più forte delle regole, dei progetti architettonici linguistici che non potevano prevedere come sarebbe stata abitata quella parola. Invece la nostra vecchia lingua è come un borgo millenario che non ha retto alle scosse della contemporaneità: i suoi edifici non sono in grado di sorreggere nuovi piani, nuovi livelli di significato. Eppure qualche parola ancora ce la fa, come per esempio “sito”, che, prima della diffusione globale di internet, era un vecchio catorcio dannunziano, o un vocabolo specialistico usato per designare un luogo di interesse archeologico, oppure sopravviveva in insegne e denominazioni d’altri tempi: Hotel Bel Sito.

Ma, in generale, mi sembra che questo atteggiamento linguistico italiano sia persino onesto nel dichiarare uno stato d’animo collettivo: le novità tecnologiche, e anche quelle sociali, nascono altrove, accadono altrove, sono oggetti alieni, non digeriti dal nostro organismo intellettuale ed emotivo, non amalgamati nel nostro lessico e nel nostro dizionario effettivamente parlato. Le novità tecnologiche, economiche e sociali sono irrimediabilmente estranee, indigeribili, inassimilabili, non si possono che nominare con delle parole straniere: mail, playstation, social network, audience, share, futures, spread… E questo, bisogna sottolinearlo, accade non solo per le nuove tecnologie, ma anche per fenomeni vecchi come il mondo, che però da noi sono stati rimossi, nascosti, politicamente trascurati, resi eufemistici con l’uso di parole straniere come gay o handicap.

Sono partito dalla lingua, ma dopo aver visto Onna e le new town intorno a L’Aquila ho cominciato a interpretare molte delle esperienze che vivo come una new town. Non necessariamente new town negative o disagevoli, ma sicuramente spiazzanti, spaesanti, sconcertanti. Noi continuiamo a chiamare con parole vecchie delle situazioni che sono profondamente mutate, senza avere fatto un consapevole lavoro di “abusione”, di ampliamento edilizio meditato linguisticamente, vale a dire intellettualmente ed emotivamente, per molte cose che ci riguardano in questi anni.

(continua qui)








pubblicato da t.scarpa nella rubrica democrazia il 24 febbraio 2015