Malafemmena O juke-box al contrario

Diego De Silva



Se esistesse una classifica dei motivetti di musica leggera più eseguiti dai fisarmonicisti da weekend che (spesso con moglie e almeno un bambino al seguito) vagano per le strade delle città nelle ore mattutine intonando serenate indistinte alle palazzine condominiali nell’attesa che da qualche finestra si affacci un contribuente volontario, il primo posto in scaletta, almeno in Campania, sarebbe probabilmente occupato da Malafemmena di Totò.

Sul piano strettamente musicale, l’hit single del Principe è quello che si dice una canzone di facile presa: facile da ascoltare (cioè composta da passaggi prevedibili, che ti sembra di riconoscere già la prima volta che la senti) e fischiettare più che canticchiare (quella tra fischiettio e canto è una differenza essenziale nella valutazione commerciale di un pezzo: com’è noto, si fischietta molto più di quanto si canti, e si possono fischiettare solo melodie particolarmente semplici), e soprattutto caratterizzata da una cadenza languida che induce un’autocommiserazione a cui ci si abbandona volentieri (perché poi – diciamocelo – il consumatore di canzoni d’amore ama fare la vittima: è per questo che le ascolta e soprattutto le dedica, anche quando la persona destinataria della dedica nemmeno lo sa).

Benché le ragioni del primato di quel tipo di classifica siano dunque squisitamente musicali (i fisarmonicisti stradali da weekend, del resto, non cantano), la popolarità del testo della canzone – tale da stimolare il canticchiamento automatico almeno delle prime due strofe, diventate ormai patrimonio della napoletanità al pari della mozzarella in carrozza – riveste un ruolo niente affatto trascurabile nella commozione dell’ascoltatore alla finestra:

Si avisse fatto a n’ato
chello ch’è fatto a mme
st’ommo t’avesse acciso
tu vuò sapè pecchè?

È possibile, infatti, che il condomino, assalito dalla commiserazione per il protagonista (così malridotto da un’amata che ormai non può far altro che ricoprire d’improperi, tanto inqualificabilmente sembra essersi comportata con lui) non meno che dall’identificazione del medesimo con l’indimenticato attore (al suono di quelle note, l’associazione con la maschera addolorata e grottesca di Totò scatta di default); confuso dal diluvio emotivo che non sa più se lo porti a gratificare economicamente l’esecutore per fargli proseguire la suonata o liberarsene, esegua il pagamento del libero contributo, pacificandosi in quel modo la coscienza.

Quello dell’amore offeso e infamato, che senza alcun pudore dichiara la propria sottomissione al cinismo dell’amata (in questo, elevandosi moralmente al di sopra di lei, rivendicando a chiare lettere e con ben poca modestia la propria onestà) è, a pensarci sopra, un tema difficile da reggere per gli interi tre o quattro minuti di durata della canzone senza cedere all’empatia.

Malafemmena è una canzone moralista, una requisitoria per strofe volta ad assolvere (di più: nobilitare) l’inferiorità sentimentale di un poveretto incapace di tenere il passo di una donna particolarmente seduttiva e disinvolta nella gestione di un rapporto amoroso. È la denuncia dello stato di frustrazione incontenibile di un maschio ridotto a zerbino da una strafica esemplarmente stronza che, nonostante le malefatte subite, non riesce a smettere (sia pure in condivisione con l’odio, chiamato in causa a chiare lettere) di amare.

La connotazione accusatoria del pezzo è del resto dichiarata fin dal titolo: Mala-femmena, cioè femmina (neanche donna ma femmina: esemplare di una specie) maligna, bugiarda, capace di doppiezza e manipolazione: in una parola, zoccola (in senso quasi penalistico, e tuttavia soffertamente romantico).

Proseguendo nell’ascolto della canzone, rischia di scattare una solidarietà pericolosa, che può anche convertirsi in un’istigazione alla violenza: un po’ come succedeva (e forse ancora succede) nei teatri dove si rappresentavano le sceneggiate, quando il pubblico, testimone delle pessime azioni del “malamente”, perdeva il senso della finzione e si alzava dalla poltrona, esortando il protagonista a sopprimere l’infame, compiendo, di fatto, un’invasione di palco, un’abusiva occupazione drammaturgica:

… st’ommo t’avesse acciso
tu vuò sapè pecchè?
Pecché ‘ncoppa a sta terra
femmene comme a te
non ce hanna sta pe’ n’ommo
onesto comme a me

Davanti a una simile requisitoria, risulta difficile tollerare anche soltanto l’idea che una simile impunita possa andarsene liberamente in giro a ingannare altri uomini onesti che probabilmente le dedicheranno altre canzoni. Così, il condomino-spettatore, ascoltatore suo malgrado, mentre il j’accuse procede tra intossicazioni d’anima e accostamenti alla famiglia dei rettili, apre la finestra e retribuisce il musicista vagante, come un juke-box al contrario in cui inserisce la monetina perché smetta, e rientra in casa, risollevato e incomprensibilmente infelice, con quel senso di mestizia che il ricordo di Totò, più grande di ogni sua opera, immancabilmente gli lascia.








pubblicato da m.cerino nella rubrica musica il 18 febbraio 2015