Le inquisizioni di Leonardo Sciascia

Teo Lorini



In coincidenza con il 25° anniversario della scomparsa di Sciascia, Adelphi ha appena pubblicato il secondo volume delle opere complete dell’autore siciliano. In questo ricchissimo tomo sono raccolte due tipologie di testi: “Memorie” e “Inquisizioni”. Ne abbiamo parlato con il curatore, il filologo Paolo Squillacioti.

Inquisizioni mi pare un titolo bello e fedele allo spirito con cui Sciascia compose queste opere spesso molto concise, questi carotaggi di un secolo o di un’epoca passando attraverso un episodio particolare, un po’ alla maniera di Carlo Ginzburg. Hai trovato tu questa definizione? Come nasce?

È una definizione dello stesso Sciascia che nel formularla si è richiamato alle inquisiciones di Jorge Luis Borges e alle inquisizioni filologiche e critiche di Salvatore Battaglia. Sono due modi quasi inconciliabili di concepire un’indagine su un evento o un testo: letterario e fantastico quello di Borges, rigoroso e fondato sui documenti quello di Battaglia. Ma Sciascia li fa coesistere nelle sue inquisizioni, che partono da documenti ed eventi reali e conducono a un’interpretazione per via letteraria di quei documenti e di quei fatti. Il risultato sono delle inquisizioni letterarie, non solo perché svolte in modo narrativo e non meramente argomentativo, ma per l’uso ermeneutico che Sciascia riservava alla letteratura, ovvero alla «più assoluta forma che la verità possa assumere». Quanto alle consonanze fra le indagini sciasciane sulle vicende dell’eretico Diego La Matina e della strega Caterina Medici, e quelle ben note di Carlo Ginzburg segnalo un articolo molto bello di Ivan Pupo, che di Sciascia è attualmente uno degli interpreti più preparati e acuti, uscito su primo fascicolo del 2011 della rivista «Spunti e ricerche» con un titolo che dice tutto: Narrare l’Inquisizione. Appunti sul «paradigma indiziario» in Ginzburg e in Sciascia.

Parlando del primo volume delle Opere di Sciascia, avevi descritto l’estremo nitore, la gran precisione dei dattiloscritti sciasciani, una pulizia che evidentemente rispecchiava la lucidità con cui nella mente di Sciascia venivano dipanandosi il ragionamento e l’italiano che lo sostanziava (“L’italiano è il ragionare”, dice uno dei suoi ultimi personaggi). Che ne è dei dattiloscritti che hai visitato per questo secondo volume? Anche per queste opere l’aspetto generale è altrettanto ordinato?

Assolutamente sì: poche correzioni, rari ripensamenti, minime riscritture e un assetto complessivo della pagina ordinato e regolare. D’altro canto per Sciascia non c’era una differenza tecnica fra la scrittura narrativa e quella dei racconti-inchiesta radunati in questo primo tomo del secondo volume delle Opere. Anche questi libri hanno la stessa genesi: un’incubazione mentale di alcuni mesi, che si alimenta di letture e riflessioni e produce qualche appunto; quindi una stesura direttamente a macchina nelle mattine estive a un ritmo costante di 3-4 cartelle al giorno. Sfuggono a questo schema le due opere che chiudono il volume, Nero su nero e Occhio di capra, che nascono dall’assemblaggio di pezzi già pubblicati e di testi inediti. Il primo è un vero e proprio diario in pubblico, composto da oltre 220 riflessioni, note di lettura, rievocazioni apparse per lo più sul «Corriere della Sera», «La Stampa» e «L’Ora» tra il 1969 e il 1979: un materiale corposo per la cui copia Sciascia, caso unico a quanto ho potuto vedere sinora, si è affidato a un dattilografo. Ogni brano è copiato su un foglio a sé in modo che lo scrittore potesse riorganizzarli, rimescolandoli rispetto all’ordine cronologico di stesura e pubblicazione (comunque riconoscibile), sopprimendone una parte e inserendovi qualche brano inedito. In questo caso l’ordine e il nitore dipendono dalla perizia dell’anonimo dattilografo, che ha copiato con una sostanziale fedeltà gli articoli di giornale, lasciandosi ogni tanto andare a qualche errore, sfuggito al controllo dell’autore e passato all’edizione Einaudi del 1979 e a tutte le edizioni successive.
Occhio di capra, una raccolta di circa 150 parole ed espressioni di Racalmuto, ha avuto una gestazione appena un po’ più breve: le prime voci sono apparse nel 1977, il primo nucleo consistente nel 1982, il volume è uscito sempre per Einaudi nel 1984, altre voci sono state stese negli anni successivi e integrati nell’edizione Adelphi del 1990. In questo caso Sciascia ha ritagliato le voci dalle pubblicazioni precedenti, e ha incollato i brani al centro di fogli bianchi, aggiungendo voci inedite dattiloscritte. Ne è venuto fuori un manufatto molto ordinato custodito dai familiari nell’archivio della casa palermitana di Sciascia.

Di due dei libri che tu pubblichi in questo volume, Morte dell’inquisitore e L’affaire Moro, Sciascia ha ricordato diverse volte il lungo e laborioso travaglio. Anche i dattiloscritti presentano lo spesso aspetto tormentato? E ti è capitato di fare, su quelle pagine, qualche scoperta interessante?

Di Morte dell’inquisitore, come d’altronde della maggior parte delle opere degli anni Cinquanta e Sessanta non ho reperito materiali d’autore, ma ho potuto contare sulla dettagliata corrispondenza con l’editore Laterza grazie alla quale si può di ricostruire la genesi del libro. Non credo tuttavia che il dattiloscritto abbia avuto un aspetto diverso dagli altri, perché più che di travaglio compositivo si tratta di un rovello successivo alla pubblicazione, dovuto a una vicenda che sentiva come irrisolta per l’assenza del documento che gli avrebbe fatto comprendere la vera natura dell’eresia di Diego La Matina, su cui gli atti processuali e i resoconti storici consultati erano reticenti. La considerava l’unica opera su cui poter ritornare qualora avesse rintracciato l’anello mancante. _Ho invece la certezza che l’indubbio disagio al limite dell’angoscia che la vicenda di Aldo Moro gli aveva provocato non ha avuto riflesso sulla pagina, perché fortunatamente ho reperito in casa di una nipote di Sciascia, Mila Tomassoli, una fotocopia del dattiloscritto dell’Affaire Moro che avevo creduto del tutto perduto. Anche in questo caso la scrittura scorre fluida, con meno correzioni che altrove, perché evidentemente il momento della composizione produceva una sorta di effetto catartico. A parte un punto dove è evidente che Sciascia ha ricopiato una porzione del testo, accorciandola di alcune righe – ed è la parte in cui si commenta l’appello di Papa Paolo VI ai brigatisti, questione delicata su mi resta la curiosità per quella prima versione ormai inattingibile –, le poche varianti riscontrabili pur essendo interessanti non sono certo eclatanti. Quel che si può dire è che l’analisi del dattiloscritto destituisce di fondamento la notizia circolata al momento della pubblicazione del libro che fossero state tagliate 100 se non addirittura 150 pagine.

Sciascia fu, com’è noto, deputato l’anno dopo il rapimento di Moro e membro della commissione parlamentare d’inchiesta su Via Fani. Redasse infatti una relazione di minoranza (allegata a L’affaire Moro) per prendere le distanze dalle conclusioni di quella commissione e, proprio quel gesto, gli valse qualche critica di quello che oggi si chiamerebbe ‘complottismo’. Quali materiali ti sei trovato a compulsare per l’edizione dell’Affaire? Ti sei mai imbattuto in documenti o in omissioni che possano, in qualche modo, corroborare quella critica?

La relazione di minoranza è il frutto di enorme e faticoso lavoro di sintesi delle migliaia di pagine che gli erano passate sotto gli occhi durante la sua attività di commissario. Sciascia dichiarò che l’avrebbe scritta comunque, anche se fosse stato pienamente d’accordo con le risultanze della maggioranza, perché sapeva che sarebbero state ipertrofiche, contorte e di fatto illegibili. Il suo scopo era quello di fornire invece un testo ridotto all’essenziale e perciò fruibile dai cittadini sul mandato dei quali la Commissione agiva. L’accusa di complottismo è del tutto infondata, perché sia nell’Affaire Moro, sia nella relazione di minoranza, sono i fatti e i documenti a parlare, interpretati gli uni e interrogati gli altri con lucidità e chiarezza. Sciascia formula delle accuse anche gravi, alle forze politiche, agli apparati investigativi, ai mezzi di comunicazione, ma si tratta di accuse nette, per nulla allusive. Era convinto che la morte di Moro convenisse a molti, o che almeno fosse considerato un male necessario, e che a quel terribile risultato avesse concorso anche l’inefficienza cronica dello Stato. Gli mancavano molti elementi, certo, su qualche particolare la sua ricostruzione può essere confutata, ma in generale ha avuto da subito una visione lucida e sostanzialmente vera delle cose. Per questa edizione del testo mi sono servito, oltre che della fotocopia del dattiloscritto, di lettere e interviste, ma ho dovuto soprattutto effettuare una drastica cernita degli interventi di Sciascia sulla questione, perché di Moro, delle conclusioni del suo libro, del lavoro alla commissione parlamentare, delle reazioni spesso fuori bersaglio di cui è stato oggetto per quell’attività di indagine e riflessione, Sciascia ne ha parlato per tutti i dieci anni successivi, fino all’icastica valutazione durante il colloquio del 1989 con Domenico Porzio: «Di quel libro non ho da mutare una virgola. E visto che tutto ciò che è avvenuto in seguito mi ha dato ragione, io ne sono soddisfattissimo. Naturalmente ci sono stati degli attacchi feroci. Ma hanno avuto torto loro».

Le due “Inquisizioni” che chiudono il volume (La strega e il capitano e 1912+1) non sono soltanto un’impressionante sintesi dell’acribia con cui Sciascia esaminava testi e documenti, ma sono le opere con cui si compie il distacco da Einaudi e, attraverso il tentativo presso Bompiani con La strega e il capitano, l’approdo definitivo presso Adelphi. Hai compreso le ragioni di questo divorzio?

Il divorzio da Einaudi ha un innesco irreversibile nel 1978 quando gli giunse la notizia che Candido ovvero un sogno fatto in Sicilia, pubblicato l’anno precedente, sarebbe stato in gara al Campiello, e a Sciascia i grandi premi letterari non piacevano per nulla. Ma si tratta appunto solo dell’innesco, perché ragioni d’insoddisfazione la casa editrice torinese gliene diede sin dall’esordio del 1958 con Gli zii di Sicilia. Il carteggio con Laterza, che agli occhi di Sciascia era il contraltare positivo di Einaudi e il suo editore ideale, è molto esplicito in questo senso. Lo scrittore siciliano mal sopportava le questioni contrattuali, i passaggi burocratici, i rapporti formali. aveva buoni rapporti con Calvino e questo gli sarebbe bastato, mentre doveva sottostare alle procedure, peraltro ai suoi occhi non pienamente efficienti, della grande casa editrice. Ci fu poi una polemica nel 1969 generata da un articolo dell’«Espresso» da cui Sciascia ricavò l’impressione che l’Einaudi non fosse interessata alla narrativa e che stesse sostituendo alla politica culturale che l’aveva contraddistinta l’assunzione di una logica di mercato nella quale lo scrittore non si ritrovava. Per questo intraprese altre vie che passavano tutte da una prevalenza dei rapporti personali: con Elvira ed Enzo Sellerio, che sostenne con consigli e attività fattiva nella loro avventura editoriale; con Mario Andreose, allora direttore editoriale della Bompiani, e con Elisabetta Sgarbi, che lo sarebbe diventata, nei 2-3 anni in cui fu un autore e di fatto un consulente editoriale della casa editrice milanese. E con Roberto Calasso, di cui come lettore aveva sempre apprezzato le proposte librarie, ricercate per contenuti e allestimento. Sono convinto che le ragioni dell’approdo ad Adelphi siano esattamente quelle che Sciascia ha espresso con coerenza in varie lettere e interviste: l’amore per l’editoria di qualità e il piacere di veder nascere il proprio libro fra amici. Perché questo piacere fosse condiviso per gli anni a venire dai suoi lettori, rifiutò nell’estate del 1989 una generosissima offerta della Mondadori – Matteo Collura nella biografia Il Maestro di Regalepetra, parla di cinque miliardi di lire per la cessione di tutti i diritti – e restò con Adelphi.


Una versione più sintetica di questo articolo è uscita sul n. 72 del mensile elvetico «Confronti».








pubblicato da t.lorini nella rubrica libri il 14 febbraio 2015