Il buco nero

Teo Lorini



Su Reality di Matteo Garrone.

Presentato a Cannes, dove ha bissato il Gran Prix della giuria già conquistato con Gomorra (2008), il nuovo film di Matteo Garrone si apre con una inquadratura aerea. La cinepresa scivola sulla proliferazione selvaggia dell’immenso agglomerato urbano di una città del sud – verosimilmente Napoli – per poi scendere a inquadrare una carrozza trainata da cavalli bianchi. Il cocchio, guidato da domestici in livrea, avanza incongruo nel frastuono dei clacson che chiedono strada fino ad un cancello oltre il quale ci si trova in una villa, i cui vialetti di siepi all’italiana confinano con strade sterrate e immondezzai. Nel parco ci sono piazzette, fontane e gazebo inghirlandati di fiori; l’edificio principale è diviso in saloni, ognuno con il palco, l’orchestra e i presentatori col microfono. Tra un ambiente e l’altro sciama una folla di famiglie con l’abito della festa mentre una voce metallica scandisce: “Gli invitati del matrimonio Scapece seguano le indicazioni per la Sala Rossa… Gli invitati del battesimo La Rosa…”.
Siamo in una sorta di cerimonificio, non diverso da quello di Casoria in cui si recò l’ex-premier italiano per il fatale compleanno di Noemi Letizia. Il coup de théâtre del matrimonio cui stiamo assistendo è l’apparizione di un reduce del Grande Fratello, già ridotto a tesaurizzare con simili comparsate l’effimero alone di fama che la trasmissione gli ha dato. Tra gli invitati che lo ammirano e lo invidiano c’è Luciano, un pescivendolo che abita con la sua famiglia in uno degli appartamenti ricavati in un palazzo in rovina e arrotonda le entrate con piccole truffe legate alle vendite a domicilio. Dopo un provino in un ipermercato della zona e la chiamata per un secondo provino a Cinecittà, Luciano attende la telefonata che ufficializzi la sua partecipazione al prossimo Grande Fratello. Il clima euforico lo eccita. La sua famiglia, il suo quartiere, tutti fanno il tifo per lui. Ma la produzione non si fa viva e Luciano comincia a sospettare che lo stiano tenendo sotto controllo per vedere se vale la pena di dare proprio a lui questa chance di una vita radicalmente diversa. Per convincere gli invisibili ma onnipresenti emissari del GF, Luciano inizia allora a regalare la sua merce ai poveri, abbandona le truffe, svende perfino la pescheria e usa i contanti incassati per imbiancare i muri di casa e acquistare un po’ di mobili chiassosi “per quando verranno a fare le interviste” e così via. Ma la trasmissione è ormai cominciata, la Casa è al completo e, nonostante la presentatrice annunci di continuo nuovi ingressi nelle prossime puntate, la telefonata per Luciano non arriva…

Da quando Bellissima ha raccontato il lato oscuro della società dello spettacolo sono passati sessant’anni: se a Visconti è giusto riconoscere la lungimiranza del genio, non si può fare a meno di chiedersi come abbia fatto Matteo Garrone a non capire che un film sul Grande Fratello girato quando il programma è ormai in completo disarmo, nasce irrimediabilmente vecchio. Al confronto l’inquietante Ricordati di me di Muccino (2003) con la ragazzina che mignotteggia per diventare meteorina era un prodigio di lucidità e preveggenza.
E ritmo.
Ecco l’altro punto dolente del nuovo lavoro di Garrone. La storia di Luciano, che impazzisce e pensa di essere spiato dalle telecamere della trasmissione che è nata per spiare con le telecamere, è un’idea carina e suggestiva ma ha fiato cortissimo. Reality poteva essere un buon corto ma, per gonfiarlo a lungometraggio, Garrone si riduce a dilatare ciascuna sequenza oltre ogni possibilità di sopportazione, reiterando sistematicamente le situazioni: due i provini; due gli incontri per strada con ipotetici inviati da Roma; tre gli incontri con l’ex-gieffino Enzo; tre o quattro le scene in cui Luciano dilapida la sua roba tra i poveri del quartiere o quelle in cui passa ore intere inebetito davanti alla TV che trasmette le immagini della Casa, in una compulsione a ripetere che indebolisce anche i momenti migliori (come il piano sequenza della telefonata all’acquapark) ed esaspera lo spettatore che rischia di perdere di vista l’intuizione più felice del film, quella in cui l’amico di Luciano tenta di guarirlo dalla sua ossessione portandolo ad assistere ad un altro rito collettivo e ipnotico, un’affollatissima Via Crucis tra i fori imperiali.

Ma il film di Garrone non crolla per l’assenza di ritmo né perché gli sceneggiatori non sono riusciti in quattro a scrivere uno straccio di finale, ma perché è davvero troppo poco quello che ha da dire.
E infatti cosa dovrebbe trasmettere Reality? Che la televisione è malvagia? Che ci racconta bugie? Che ci illude? Non si capisce dove sia la novità né Garrone riesce a raccontarlo in modo particolarmente originale. Quasi a controbilanciare tale prevedibilità, Garrone pesta a fondo sul pedale del grottesco, dell’orrido, del cafone. La famiglia di Luciano è un campionario lombrosiano di grassezze, menomazioni, brutture; la sequenza in cui si spogliano degli abiti pacchianissimi indossati al matrimonio è una rassegna di pannicelli adiposi, canottiere malconce, calze contenitive e pancere, in interni tanto slabbrati e sgarrupati da lasciar presagire l’inquadratura di prolassi, moncherini o occhi di vetro à-la-Ciprì-Maresco degli anni d’oro.
Dietro questa scelta estetica, però, fa capolino un’ideologia spaventosamente classista, in cui le anime corrotte dal mondo ipocrita della televisione possono essere solo quelle degli analfabeti e dei miserabili: loro il problema e loro – in ultima analisi – la colpa del degrado che il regista denuncia.
E invece se da una parte la categoria socio-antropologica del reality e delle relative degenerazioni non è affatto limitata ai poveri o agli ignoranti, dall’altra il vuoto cosmico del mondo che per 10 anni si è incarnato – e ha trasformato un intero Paese – nei GF, nelle Fattorie e nelle Isole dei famosi è più potente dell’immaginazione di chi vuole raccontarlo e ben presto vampirizza l’opera che vorrebbe in qualche misura circoscriverlo, fagocitandola come un buco nero.








pubblicato da t.lorini nella rubrica cinema il 1 ottobre 2012