A che punto è la violenza

Tiziano Scarpa



[Shout, di Massimo Giacon].


Io scrivo, leggo, parlo. Lavoro con le parole. Che esperienza ho della loro violenza? A che punto è il conflitto nel linguaggio? Nei prossimi paragrafi farò qualche esempio di violenza subita dalle parole, o fatta con le parole. Sono sette esempi sparsi, presi dall’attualità, ogni punto è autonomo, staccato dagli altri. Ma forse possono dare un contributo alla descrizione del paesaggio attuale.

1. Violenza nei media: le finte scuse

C’è stata la macchina del fango, la maldicenza organizzata. Ora va di moda la finta ritrattazione. “Chiedo scusa se X si è sentito offeso” è diventata una formula su mezzi d’informazione e social network. Provate a verificare in rete quante volte ricorre. La usano telegiornalisti, boss mafiosi, politici (il più recente è stato l’ineffabile Gasparri, verso Vanessa Marzullo e Greta Ramelli liberate dai rapitori in Siria). Non “per avere offeso”, ma “se si è ritenuto offeso”, “se si è sentito offeso”. Chi offende non riconosce l’oggettività del suo insulto.

Continua qui.

[Gli altri paragrafi:
2. Violenza sulle parole: opinioni vaporose
3. Violenza sui giornalisti: le querele
4. Violenza sulle parole: amputazione
5. Sospensione letteraria della violenza: i romanzi
6. Violenza sulle parole: sfondamento
7. Riattivazione letteraria della violenza: l’autofiction]








pubblicato da t.scarpa nella rubrica in teoria il 26 gennaio 2015