Pane pace e simpatia

Antonio Castagna



Una lettera ad Antonio Pascale sul suo ultimo pamphlet in materia di OGM, agricoltura biologica, scienza e natura.

Caro Antonio Pascale,
mi chiamo Antonio anch’io e anche se non ci conosciamo personalmente le dico ‘caro’ perché leggendo il suo pamphlet Pane e pace ho avuto per lei un moto di simpatia. Era da tempo che non leggevo qualcosa di suo e devo dire che ogni volta questo sentimento mi si rinnova, sia quando polemizza, sia quando scrive racconti.
Ma non le scrivo solo per esternarle la mia personale simpatia, ma anche la mia personale antipatia nei suoi confronti.
Lei, caro Pascale, mi suscita insieme simpatia e antipatia e Pane e pace è riuscito a condensare alla perfezione questo sentimento.
Trovo che lei abbia perfettamente ragione quando scrive che in Italia abbiamo una cultura scientifica poco diffusa e che tendiamo a ragionare sul futuro guidati dalla paura più che dalla curiosità.
Il dibattito degli ultimi anni in tema di agricoltura biologica, OGM, fitofarmaci ecc. ne è una perfetta testimonianza. Si procede per semplificazioni del tipo gli OGM sono pericolosi, sono il cavallo di Troia delle multinazionali per controllarci, sono inquinanti. Semplificazioni e paranoia non aiutano lo sviluppo di un pensiero laico e aperto, suscitano paure e quindi difese.

Lei, giustamente, porta una serie di argomentazioni e di dati a difesa della sua tesi. Dalle sue parole emergono alcuni fatti incontrovertibili, ad esempio che la produzione agricola, soprattutto a partire dal secondo dopoguerra, è enormemente cresciuta grazie all’industrializzazione, ai concimi, alla selezione delle sementi, alla ricerca scientifica. Emerge pure che la cosiddetta agricoltura biologica ammette l’uso di sostanze, come il rame, che è un metallo pesante, il verderame, dannoso alla fauna acquatica, il rotenone, che può essere nocivo alle api e ai pesci (ma se ho capito bene cercando in rete, dal 2009 è fuorilegge).
Lei però, caro Pascale, parte da due semplificazioni che negano la possibilità stessa di quel confronto laico e aperto che, se ho capito bene il suo intento, vuole promuovere.

Il primo artificio retorico è quello di paragonare la ricchezza attuale con gli stenti di suo nonno. È vero che molti, specie nella sinistra “bioillogica”, come la chiama lei, sembrano rimpiangere il bel tempo andato, ma il fenomeno dell’attenzione a una produzione più attenta all’ambiente nasce dall’abbondanza, non dalla povertà. I problemi che viveva suo nonno erano connessi alla penuria, i problemi di oggi sono connessi alla qualità del cibo, all’inquinamento e alla qualità delle relazioni che i modi in cui si produce e si lavora contribuiscono a determinare.
Non si deve tornare indietro, su questo ha perfettamente ragione, ma soprattutto, non si può tornare indietro, e allora a che vale prendersela con i nostalgici? Il dibattito attuale riguarda l’agricoltura del futuro, non quella del passato.

La seconda semplificazione deriva dal considerare come scientifica solo quella ricerca che punta all’aumento delle rese. Lei non considera però, a mio modesto parere, due questioni:

1) Perché dobbiamo ancora aumentare le rese? Più aumentano, più aumenta la popolazione, e con questa il bisogno di aumentarle ancora. Che motivo c’è? Sappiamo infatti che la fame nel mondo dipende più dalla cattiva distribuzione delle risorse che dalla scarsità di produzione;

2) Qualcuno considera la capacità di produrre il cibo una sorta di bene comune, che non è il caso di appaltare a soggetti, come le multinazionali, che tendono a privatizzare conoscenze e ricerca. Mica perché le multinazionali sono cattive, magari sono buonissime, anzi, io sono sicuro, sono buone e vogliono produrre di più per salvarci dalla fame, è così senz’altro. Ma converrà con me che, quando il sapere è in mano a pochi c’è sempre la possibilità che qualcuno se ne approfitti. E se anche questa brutta eventualità non si verifica, c’è sempre la possibilità che si generino delle paure, magari irrazionali.

Che ci vuole fare Pascale, la ricerca scientifica ha avuto modo di appurare che non siamo esseri dotati di perfetta razionalità, nessuno, nemmeno lei e nemmeno i manager delle multinazionali. Fare ricerca, servendosi del metodo scientifico, significa solo provare a limitare l’arbitrio, ma davanti a ogni dilemma, ci troviamo a scegliere, anche gli scienziati si trovano a scegliere, e scegliendo siamo guidati da teorie e pregiudizi che finiscono per accecarci rispetto alla complessità del reale. Ad esempio, se fossi un ricercatore che ha l’obiettivo di aumentare le rese, potrei considerare le ricadute negative in termini di inquinamento come delle esternalità, che sì, bisogna correggere, ma che non sono prioritarie; e potrei anche pensare che il sistema di relazioni che caratterizza un certo modo di produrre, in fondo non è affar mio, se ne occupino i sociologi.
Io parlo da ignorante, ignoro l’agricoltura, ignoro la ricerca scientifica, anche se sono curioso di tutto. Vado ad acquistare al mercato presso dei contadini. Mi piace perché trovo che il gusto dei prodotti è migliore e perché sono sicuro di trovare solo prodotti di stagione e perché grazie ai due fratelli da cui mi servo, ho scoperto prodotti che non avevo mai visto prima, come il sedano rapa in inverno, le erbette per fare il risotto in primavera, le albicocche bianche in estate. Loro vendono direttamente, e in questo modo possono permettersi di fare un prezzo che non supera quello delle altre bancarelle e soprattutto possono permettersi di vivere la campagna senza l’incubo della povertà. A me pare una bella cosa, conviene a loro e conviene pure a me. Questo non vuol dire che non compro le banane, che rifiuto l’agricoltura industriale. Lo prendo pure io il vino da produzione industriale quando ho voglia di pasteggiare senza rovinarmi.
Il confronto laico e aperto prevede la polemica e anche la semplificazione, e pure io magari sto semplificando. Però, secondo me, comprende anche il riconoscimento delle buone ragioni degli altri, che magari non condividiamo, che proveremo a confutare, se però ne facciamo dei ritratti macchiettistici, ho l’impressione che la polemica finisce per servire solo per suscitare difese, e dunque per lasciare tutto come sta. È questo che vuole Pascale?

Con simpatia e antipatia immutate
Antonio Castagna _








pubblicato da t.lorini nella rubrica libri il 30 settembre 2012