Un ufficio in mezzo al deserto

Tiziano Scarpa




Da Come ho preso lo scolo, pp- 39-40:

Cerco di inventarmi altri gesti da recitare durante la scena. Metto il foglio che ho tirato via dal rullo della macchina da scrivere dentro una cartellina, la chiudo, ci piazzo sopra degli altri fogli, tolgo il cappuccio alla penna stilografica, la porgo a Haber perché firmi i verbali di consegna e mi restituisca la ricevuta del materiale che gli ho portato. Non so come, sono riuscito a inventarmi una pantomima coerente con le mie battute, anche se non troppo didascalica. Con le parole il capitano Dante Campiotti aggiorna il maggiore Strucchi sulla situazione della guerra, con i gesti prepara i documenti della sua missione.
Adesso dobbiamo riprovare la scena a vantaggio della cinepresa, per verificare i movimenti di macchina. Dunque questa sequenza si costruisce a cerchi concentrici, dal più interno al più esterno: prima le battute del dialogo, poi la posizione dei personaggi, poi i gesti che fanno, poi il punto da cui saranno ripresi. Ennesimo caso di logocentrismo.
La scena sta prendendo forma in tutti i suoi aspetti, la recitazione, l’inquadratura.
Accendono i camion, li fanno muovere. Si devono vedere degli automezzi dell’epoca che attraversano lo sfondo.
C’è casino dietro le mie spalle. Noi parliamo lì in mezzo.
I camion sono autentici, automezzi militari della seconda guerra mondiale. Non è facile avviare i motori, ma dopo qualche tentativo si mettono a bofonchiare, funzionano.
Ho davanti a me tutto lo sforzo produttivo che ci è voluto per far attraversare il Mediterraneo a dei camion d’epoca, e poi per portarli nel deserto, le decine di tecnici che mi stanno di fronte, a partire dai cameraman e i fonici vicinissimi, e poi tutti gli addetti alla continuità, la donna che scatta le polaroid, l’uomo che rimette gli oggetti esattamente com’erano all’inizio di ogni prova, le persone disposte in circonferenze sempre più distanti dalla bolla di intensità a cui stiamo dando forma, tutto si sgrana allontanandosi, ma tutto si riferisce a quello che stiamo facendo, e tutto questo apparato è appeso alla precisione della mia performance, se io sgarro «Luftwaffe» dicendo «Luftfaffe» bisogna far fare retromarcia e riavviare i camion che hanno viaggiato nello spazio e nel tempo dalle profondità del Novecento italiano per arrivare qui in mezzo al deserto partendo dal deposito di una ditta specializzata in attrezzi e scenografie cinematografiche alla periferia di Roma, si deve ricominciare tutto da capo solo perché io ho pronunciato una effe al posto di una vu.


Da Come ho preso lo scolo, pp. 39-40, i Fiammiferi del Primo Amore, Effigie 2014, euro 12.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica dal vivo il 16 gennaio 2015