La parte per il tutto

Tiziano Scarpa



Domenica sono andato in Campo Manin, alla manifestazione organizzata a Venezia dopo le stragi dei giorni scorsi in Francia. La piazzetta era quasi piena. Le scritte Je suis Charlie, con qualche Je suis nigérian aussi. Le matite in mano o inforcate sulle orecchie. Le code per lasciare una firma su un quaderno. Il minuto di silenzio. Come dappertutto. Ma qui a Venezia forse c’era una situazione leggermente diversa. Mi limito a raccontare questo, non voglio ripetere cose che tanti altri hanno detto già, e meglio di quanto saprei fare io.

Il non-rappresentante perfetto

A un certo punto Vittorio Zappalorto è salito sul piedistallo del monumento a Daniele Manin, orgoglio storico dei veneziani, l’uomo che guidò il Quarantotto in città proclamando la repubblica, nell’insurrezione contro gli Austriaci.

Zappalorto ha pronunciato poche parole sobrie, senza microfono. Indossava una fascia tricolore. Non è il sindaco. È il commissario straordinario di Venezia, perché da sette mesi noi non abbiamo un sindaco. Zappalorto ne sostituisce le funzioni dopo la retata del giugno 2014 per lo scandalo del Mose, l’arresto del sindaco Giorgio Orsoni e la caduta della giunta.

Il commissario non parlava da un palco ma dai piani bassi di un monumento intensamente simbolico. Con l’asciuttezza del suo brevissimo discorso ha mostrato di non voler approfittare dell’occasione per mettersi in mostra. La sua voce nuda, senza amplificazione, impersonava il senso della misura, la volontà di reagire senza ruggiti roboanti.

Al di là di quel che penso del commissario e della politica che sta conducendo in questi mesi, ho trovato accettabile ciò che stava succedendo in quel momento in piazza. Era una scena decente, rappresentava la situazione di questi giorni. Per una volta, la realtà era sorprendentemente verosimile, il mondo coincideva con i propri contorni: perché era stranamente realistico che a parlare, con tanto di fascia tricolore, fosse un rappresentante istituzionale privo di rappresentanza politica, visto che è una specie di sindaco non eletto. “Proprio come sta succedendo dappertutto,” mi sono detto. È rappresentativo di questi giorni che lì sopra ci fosse qualcuno che non abbiamo votato. È in linea con la crisi di rappresentanza che stiamo vivendo; e la mia non è la solita solfa sulla rappresentanza politica. Lo chiamerei un equivoco di rappresentanza, un equivoco generalizzato, puntiforme e planetario.

Sineddochi schifose

La questione principale, il caos che genera angoscia e follia è: chi fa le cose a nome di chi? Chi parla a nome di chi? Ognuno agisce per sé stesso o per tutti? Mi pare che stia succedendo su molti fronti. Si punta il dito su un’azione altrui discutibile, inopportuna, sguaiata oppure ostile, violenta, assassina, e la si legge come rappresentativa di un intero. Si prende la parte per il tutto. Siamo immersi fino al collo nella sineddoche. Politicamente, una figura retorica di merda, su cui è impossibile fondare l’argomentazione e la coabitazione. Perché la mia sineddoche non è la tua. Ognuno punta il dito sulla parte che gli pare, la sineddoche che gli serve, e la sfrutta come rappresentativa del tutto.

È come se (esempio pacifico) qualcuno per parlare dell’Italia si concentrasse su Roma, un altro su Aosta, un altro su Udine, un altro contemporaneamente su Catania e l’Umbria, e tutti pretendessero di parlare complessivamente di tutta l’Italia.

(Esempi meno pacifici). Una rivista che pubblica qualche vignetta blasfema è tutta l’Europa. Quattro terroristi che fanno una strage sono un intero Stato. Un governo guerrafondaio è una popolazione. Un Imam che farnetica è tutto l’Islam. Un assessore che incita allo sterminio degli arabi è tutto un continente. Un’intervista a un passante è un sintomo dell’aria che tira. Eccetera: elencate voi gli altri esempi, completate la lista di sineddochi che si sono lette e sentite in questi giorni, mettendovi nei panni di chiunque (se ci riuscite), di destra o sinistra, europeo o nordafricano, mediterraneo o atlantico, libertario o fondamentalista, integralista o ateo, ospitale o xenofobo, ognuno a puntare il dito sulla sineddoche più utile, per sentirsi nel giusto, per descriversi come vittima autorizzata a qualunque cosa, per legittimarsi a parlare e agire.

(E anch’io, nel considerare quello che ho vissuto l’altroieri come rappresentativo del discorso mondiale, sto facendo la mia minuscola enorme sineddoche).

[La riflessione sulla sineddoche riprende un intervento radiofonico che ho fatto ieri, 12 gennaio, in diretta a Fahrenheit, su Radio Tre].








pubblicato da t.scarpa nella rubrica democrazia il 13 gennaio 2015