Il museo dei pesci morti

Teo Lorini



A far conoscere in Italia la prosa di Charles D’Ambrosio è stata minimum fax, che nel 2006 aveva pubblicato la sua seconda raccolta di racconti, Il museo dei pesci morti , di recente tornata in libreria in una nuova edizione tascabile. Ripubblico per l’occasione alcune note di lettura uscite a suo tempo sul n.67 di «Pulp Libri».

Le notizie disponibili su Charles D’Ambrosio non sono molte: è nato nel 1960 a Seattle e ora vive a Portland, in Oregon. La sua prima raccolta di racconti, The Point è uscita nel 1995 e da noi è stata pubblicata sempre da minimum fax con il titolo Il suo vero nome. Come se ad accomunarlo a Carver non bastassero le origini nella zona nordoccidentale degli States (un paesaggio che torna spesso nel Museo dei pesci morti ) nonché la misura esclusiva del racconto, D’Ambrosio ha in comune con l’autore di Cattedrale persino una permanenza a Iowa City come docente del Writer’s Workshop.
Sarebbe però sbagliato affidarsi a questi comodi appigli e sbrigare le impressioni di lettura con una piatta evocazione del nume carveriano. L’intensità che gli otto racconti de Il museo di pesci morti sprigionano a ogni pagina è il frutto di una sensibilità originale che deve certamente qualcosa al Carver più maturo, ma che si sviluppa poi in completa autonomia. L’ispirazione di D’ambrosio attinge infatti a un nucleo di profonda autenticità dove il lirismo si fonde con la malinconia e il disincanto si vela in uno sguardo che lascia intravedere “qualcosa di piccolo, fragile e inerme al cuore della compassione altrui”.
La magia di questo libro magnifico nasce spesso da lì, dalla considerazione, vera eppure dolorosa, disillusa ma in qualche modo ancora carica di irrazionale amore che “la gente è piena di buone intenzioni che non servono assolutamente a nulla”, come i lacerti di normalità cui s’aggrappano in continuazione i personaggi di D’Ambrosio. Piccoli truffatori, sceneggiatori falliti, onesti artigiani o giovani orfani, i volti di quest’America smarrita avanzano ostinati, protetti da un’armatura di rassegnazione e di cinismo ostentato e fragile, in una vita che non dominano e che li maltratta con la malattia, la perdita, la follia, dove ogni scelta cela un compromesso e ogni compromesso è un tradimento. Ma basta una crepa nella corazza e tutto il dolore e la pena trattenuti si gonfiano come un’onda che ci sorprende e ci fa sentire nudi, indifesi in quella pioggia gelida che ci riga il volto.








pubblicato da t.lorini nella rubrica libri il 11 gennaio 2015