Il Giuda di Amos Oz

Carla Ammannati



Gerusalemme, un inverno lungo e piovoso. Quello a cavallo tra il 1959 e il 1960. Un ragazzo ventitreenne, Shemuel Asch, che cerca se stesso. E intanto smantella pezzo a pezzo la persona che è stato fino a quel momento: lo studente, il figlio, il rivoluzionario, il ragazzo legato a una ragazza. Il naufragio, infatti, è stato completo e la sua vita deve essere edificata di nuovo, dalle fondamenta. La fidanzata lo ha lasciato per la sua sostanziale inconcludenza e si è sposata con il precedente fidanzato. Il Circolo per il Rinnovamento socialista, in seguito alla discussione sullo stalinismo sovietico, si è scisso in due gruppuscoli insignificanti, è diventato un’arma spuntata. Il fallimento dell’attività del padre gli ha tolto il sostegno economico, l’ultimo dei legami con dei genitori del resto non amati: Shemuel, che a casa dormiva su un letto arrangiato nell’ingresso, si è sempre sentito figura esornativa di un nucleo familiare affettivamente deficitario. La tesi di laurea s’è spiaggiata nelle secche di una ricerca su un argomento sconfinato: la figura di Gesù in una prospettiva ebraica. Questo il paesaggio che fa da sfondo al nuovo romanzo di Amos Oz, “Giuda”: una strada deserta, all’interno di una città lacerata dal suono di spari intermittenti, con al centro una figura umana. Cioè un ragazzo, zaino in spalla, che ha perso tutto e deve riorientare la direzione di marcia. Immagine che si ripete, identica, alla fine della storia: lo stesso spazio vuoto in mezzo al quale lo stesso ragazzo deve individuare e scegliere la sua strada. Dove l’andamento circolare del romanzo diviene allegoria della condizione degli ebrei medesimi, della loro perenne ricerca di un ubi consistam che ponga fine alla peregrinazione.

Nel territorio di mezzo, tra la sua prima solitudine e la solitudine finale, quando un’autobus lo scaricherà sul bordo di una strada diretta davvero verso il deserto, Shemuel compie tuttavia un’esperienza autentica: quattro mesi di convivenza con un anziano invalido, Gershom Wald, e una seducente vedova quarantacinquenne, Atalia Abrabanel, all’interno di un’oscura abitazione in fondo a un vicolo. Si tratta di una casa dalle mura di pietra spesse dove manca qualsiasi traccia di organizzazione domestica. Le due persone che ci vivono sono suocero e nuora ma non costituiscono una famiglia. Sono piuttosto due monadi affrancate perfino dall’obbligo della comunicazione. Ai pasti del vecchio e alla pulizia di casa provvedono due persone esterne, nel frigorifero c’è sempre del formaggio e della verdura, nella dispensa il pane e la marmellata, per quando si ha fame. Il tè scorre a litri, bollente, nelle tazze. E Shemuel è assunto per conversare, circa cinque ore al giorno, con il signor Wald. Che, invece, ha desiderio di scambio di opinioni, di analisi affilate, di sfide dialettiche. Inoltre, Shemuel ha il compito di curare i pesci rossi di un acquario. Figura, questi ultimi, della prigionia e della misteriosa insensatezza di ogni convivenza. La stanza del ragazzo sarà una mansarda “bassa e accogliente” e, a parte il tempo del suo servizio con il logorroico infermo, sarà libero. Il lettore è così introdotto nelle ombre della casa e delle esistenze che la abitano. Familiarizza con gli odori, con gli spazi, i ritmi, i riti che la connotano. Ha l’impressione, costante e viva, di trovarsi lì. Di osservare, per esempio, il giovane appena arrivato, il corpo massiccio, una grande capigliatura riccioluta, che svuota il suo enorme zaino contenente vestiti, libri, una macchina per scrivere e un giradischi con una pila di dischi: “oltre a dei poster arrotolati su cui erano stampate immagini del Cristo agonizzante tra le braccia della madre e gli eroi della Rivoluzione popolare a Cuba.” Dettagli che dicono subito di che pasta è fatto il personaggio goffo, barbuto e mite che si muove nelle pagine del romanzo: una creatura sofferente priva di scudo femminile (come dire, materno) con un personale, privatissimo desiderio di sovvertimento, di cambiamento radicale. Immagini, tuttavia, che al momento di abbandonare, alla fine dell’inverno, la sua mansarda-tana lascerà lì dentro: qualcosa è accaduto in quei mesi e Shemuel non è più la stessa persona. Se ne va solo some quando era arrivato ma evidentemente non ha più bisogno di martiri in croce. E neanche di eroi. Forse, come un seme cacciato sotto la terra durante la stagione fredda, con la primavera sarà in grado di mettere il capo fuori nella vita adulta. Avrà concluso il suo periplo all’interno del sé, la sua rivoluzione. Si sarà attrezzato. Come ciò possa accadere è il cuore del romanzo. Si tratta della discussione e della riflessione sul tema del tradimento. Non colmare il desiderio della sua ragazza, non essere all’altezza della persona che lei si sarebbe augurata, ha significato solo deluderla o non anche, e più colpevolmente, tradirla nelle sue aspettative? Smettere di studiare è stata la necessaria conseguenza di una difficoltà economica o non piuttosto un venir meno a un impegno assunto nei confronti di se stesso e della sua famiglia? Aver abbandonato il Circolo per il Rinnovamento socialista è stato il frutto della disperanza o semplicemente un gesto di vigliacca diserzione rispetto a un fine etico ancor prima che politico, a un imperativo categorico? E poiché, com’è noto, ci accade sempre d’inciampare nei nostri temi e rimanere impigliati nelle nostre tele, anche Shemuel ‘inciampa’, entrando nella casa in fondo al vicolo, all’estrema periferia di Gerusalemme, nel tema del tradimento, ci cade dentro fino al collo.

Mentre una pioggia continua sferza la città, il giovane trascorre i pomeriggi invernali, avari di luce, in compagnia del vecchio Wald, che nella vita è stato professore di Bibbia e di storia al liceo. Parlano e bevono il tè. Oppure incontra, più di rado, Atalia, esce con lei, va al cinema o al ristorante. E la comunicazione tra Shemuel e gli altri due personaggi avviene incessantemente all’interno del campo semantico del tradimento. Che rivela, nel racconto delle diverse personalità, dei fatti accaduti e dei sentimenti a quei fatti sottesi, tutta l’ampiezza della sua accezione, la vastità della sua portata.

Tre i nuclei di significato che s’intrecciano nel romanzo, li descriverò separatamente.

Il primo, il più comune: il tradimento come mancanza di lealtà all’interno dei vincoli personali, o come comportamento responsabile della rovina dell’altro. E’, questa, la forma più ricorrente d’infrazione del patto di fiducia tra due persone e quella che maggiormente veicola il sentimento del rancore o della colpa, vere mine della vita interiore. Nella narrazione di Oz uno dei tre personaggi protagonisti, Atalia, già con il mestiere che svolge rimanda, amplificandolo, al tema del tradimento perché è un’investigatrice privata e una notte di gelo trascinerà con sé perfino il giovane Shemuel, che di lei prontamente s’è invaghito, in un percorso di pedinamento di due amanti fedifraghi. Ma, quanto ad Atalia: suo marito Micah, giovane matematico di 37 anni in procinto di diventare “il più giovane professore nella storia dell’Università Ebraica”, si era arruolato come volontario per combattere nella cosiddetta “guerra d’Indipendenza” che avrebbe portato alla fondazione dello stato d’Israele nel maggio del 1948. Nonostante, con un rene solo, fosse invalido dall’età di nove anni e nonostante la giovane moglie fosse in totale disaccordo con lui sulle ragioni di quella guerra e lo scongiurasse di non partire, Micah aveva falsificato il certificato medico e tutto contento era “corso dietro al gregge”: l’avevano trovato sgozzato ed evirato tra le rocce, il membro “ficcato in bocca”. Micah aveva anteposto ragioni ideali all’amore per la donna che aveva sposato solo un anno prima e che con lui avrebbe voluto generare figli. Dal punto di vista di lei, una slealtà e una ferita insanabili. Oz fa pertanto di Atalia la depositaria di un punto di vista molto amaro sugli uomini, che suona così: “Che altro mi resta da fare? Amare un uomo, non è possibile. Avete il mondo fra le mani da millenni e l’avete trasformato in un orrore. In un macello. Forse solo usarvi, si può. A volte persino avere compassione di voi e cercare di consolarvi un po’. Di che? Non lo so. Forse della vostra inettitudine.” Ancora a proposito del personaggio di Atalia. Sua madre un giorno, Atalia andava ancora a scuola, aveva abbandonato la famiglia per raggiungere ad Alessandria un amico greco del marito. Il marito, e padre di Atalia, si chiamava Shaltiel Abrabanel, era un famoso avvocato e orientalista, e un grande uomo politico. La donna non era riuscita a motivare il suo gesto: “Lei lasciò in cucina una lettera in cui diceva che non aveva scelta, nessuno ha mai scelta, scriveva, siamo sempre tutti in balìa delle forze che fanno di noi quello che vogliono.” Visione delle cose, quest’ultima, tipicamente oziana: non c’è teleologia possibile nell’universo umano dello scrittore, ognuno asseconda una ‘anànke’ misteriosa che governa la sua vita, ineludibile. Un altro tipo di tradimento all’interno dei rapporti familiari riguarda, invece, la vita di Gershom Wald. Il vecchio, sorseggiando tè, riflette insieme a Shemuel, lì per conversare con lui, sulla morte dell’unico figlio: era stato lui, il padre, grande ammiratore della politica di Ben Gurion (“il più grande leader che gli ebrei abbiano mai avuto. Più di re Davide.”), a convincere Micah della giustezza della guerra in cui avrebbe trovato la morte. Dice a Shemuel: “Micah forse non si sarebbe buttato, in questa guerra, se non fosse stato per i discorsi di suo padre sulla guerra necessaria.” E in un altro passo: “Io da solo l’ho preso e portato al Monte Moria, come ha fatto Abramo con Isacco.” Che l’origine dell’atrofia progressiva che l’ha reso storpio abiti proprio lì, si annidi in quella imperdonabile responsabilità? L’impalcatura del corpo che, all’improvviso, crolla. Come in un gioco di carte.

La seconda forma in cui è presentato il tradimento nel romanzo riguarda l’ambito politico, della ragione storica e sociale. In questo caso a imporsi come un gigante è proprio la figura del padre di Atalia, Shaltiel Abrabanel. Frutto totale della fantasia dello scrittore ma inserita nel contesto narrativo con piena plausibilità e verosimiglianza. Prendendo per buona la suddivisione degli uomini, nell’ottica dell’invalido Wald, tra “sognatori” e “disincantati”, Abrabanel dobbiamo inserirlo a pieno titolo tra i sognatori. O tra gli utopisti, potremmo dire meglio. Insomma, tra le persone capaci di pensare possibile una società di liberi e di uguali. Se consideriamo che, nel tempo e nello spazio del racconto, erano ebrei e arabi i soggetti in campo, si comprende la portata rivoluzionaria di una simile figura. Egli, infatti, pur appartenendo al movimento sionista, all’interno del quale ricopriva addirittura il ruolo di alto dirigente, aveva sempre avuto una posizione chiara: rifiutare la guerra per la costituzione dello stato d’Israele, rifiutare perfino l’ipotesi della costituzione di due stati autonomi affiancati, uno arabo e uno israeliano (come per altro annunciava la Risoluzione delle Nazioni Unite del 29 novembre 1947), rifiutare l’idea stessa di stato nazionale. Racconta Atalia, che condivide le idee pacifiste del padre ormai morto, rivolgendosi a Shemuel: “Non gli piaceva per nulla un mondo suddiviso in centinaia di stati nazionali. Come le file di gabbie separate al giardino zoologico.” Abrabanel sognava piuttosto una federazione di comunità diverse nello stesso territorio, contigue, “che non minacciassero l’una il futuro dell’altra”. Fa capolino, in un simile disegno, il felice, mai tramontato mito anarchico e perfino la visione di una Europa federata sorta nella mente dei grandi confinati Spinelli, Rossi e Colorni a Ventotene: visione solo parzialmente realizzata e, nella sostanza, tradita se pensiamo ai giochi di potere all’interno degli stati nazionali della cosiddetta Europa unita di oggi. Amos Oz descrive nel personaggio di Abrabanel la virtù della lungimiranza: la guerra e la divisione avrebbero solo alimentato “l’odio eterno fra le due comunità”. “D’ora in poi”, dice Atalia, “gli arabi vivranno giorno per giorno la tragedia della loro disfatta e gli ebrei vivranno notte per notte la paura della loro vendetta.” Naturalmente, nel romanzo, Shaltiel Abrabanel rappresenta, nell’ottica generale, la figura del traditore del suo popolo, l’amico del popolo nemico, dunque il peggiore dei nemici. Infatti viene liquidato dai sostenitori di Ben Gurion, costretto alle dimissioni, emarginato. E la tragedia dell’irrimediabile cecità degli uomini ci scorre davanti agli occhi in fotogrammi nitidissimi. Ma neanche l’idealista Abrabanel, nel romanzo, è eroe senza macchia. La figlia lo descrive a Shemuel, infatti, come un pessimo marito e un padre indifferente, remoto: “Era una persona solitaria, tutta presa da se stessa, estremista. Un fanatico, era. Un punto esclamativo ambulante. La famiglia non era roba per lui.” E gli uomini e le donne senza complessità, luccicanti di soli valori positivi, non sono roba per Amos Oz, scrittore dell’ombra. Ancora un altro tipo di pseudotradimento politico (frutto, in questo caso, di fraintendimento) incontriamo nel romanzo: riguarda la figura del nonno di Shemuel. Al tempo del Mandato britannico della Palestina egli si era arruolato nella polizia inglese per trasmettere informazioni alla Resistenza ebraica. Ma i membri di quella stessa Resistenza l’avevano creduto un traditore e l’avevano ucciso.

Infine, la figura in realtà centrale nel romanzo (tanto da dargli il titolo), che tutte le forme del tradimento contiene e rappresenta. Il traditore dell’amico, del sodale, del sovvertitore dei valori, del maestro spirituale: Giuda Iscariota. Nell’immaginario del lettore stritolato in eterno da una delle bocche di Lucifero (“Giuda Scarïotto,/che ‘l capo ha dentro e fuor le gambe mena”) nel ghiaccio del lago del Cocito.

Giuda è il responsabile della ‘traditio’, la consegna di Gesù alle autorità. E’ il traditore in senso etimologico, per antonomasia. Oz (in questo seguendo solo la sua libera ispirazione, senza alcun riferimento ad alcun vangelo apocrifo, come da qualcuno è stato detto) ne fa la figura di chi tradisce per eccesso d’amore. Il Giuda di Oz è l’uomo che più è legato a Gesù, più crede in lui, più è convinto della sua natura divina: “Tu sei l’uomo”, ripete più volte all’incredulo maestro che, perfino sulla croce, non ha la convinzione di essere il figlio di Dio. Tanto che grida, alla fine della lunga agonia: “Mio Dio mio Dio perché mi hai abbandonato?” Non invoca, cioè, il padre: “neanche in quest’ultimo grido lo chiamò padre.” Gesù nell’interpretazione di Oz è un ragazzo pieno di dubbi, che a Gerusalemme non sarebbe nemmeno voluto andare, avrebbe amato rimanere tra la gente semplice di Galilea, andando di villaggio in villaggio a portare la buona novella. Giuda è l’unico dei suoi discepoli di nobile nascita, lui è un uomo ricco, erano stati i sacerdoti del tempio a inviarlo dall’ennesimo predicatore che faceva miracoli. Per controllarlo, come spia del potere. E invece, come talvolta ci accade all’improvviso, Giuda s’era innamorato di quel pazzo che parlava di amore universale e di compassione. Parole che l’avevano toccato e l’avevano trasformato nel primo cristiano, il più fervente, il più appassionato. Giuda invia il suo maestro sulla croce perché è certo che lì avverrà il miracolo definitivo: scendendo vivo dalla croce Gesù avrebbe dimostrato al mondo la sua grandezza, la sua natura di redentore. Avrebbe dato inizio a un tempo nuovo.

Shemuel nel calduccio della soffitta che lo ospita riprende in mano la sua ricerca, non per fini universitari, per se stesso. “Sono ateo”, dice ad Atalia. “Non credo neanche lontanamente al fatto che Gesù fosse Dio o figlio di Dio. Ma lo amo. Amo le parole che ha usato (…). Lo amo dal giorno in cui ho letto il suo messaggio nel Nuovo Testamento, quando avevo quindici anni.” L’ invalido Gershom Wald, che pure ascolta il ragazzo raccontare di Gesù e di Giuda, commenta pieno di rammarico: “In ogni lingua che conosco, e anche in quelle che non conosco, il nome di Giuda è diventato sinonimo di traditore. E forse anche sinonimo di ebreo. Per milioni di cristiani ogni ebreo porta in sé il marchio infamante del tradimento. (…) Ancora dopo ottanta generazioni e quasi due millenni, siamo tutti Giuda Iscariota.” Gershom Wald è figura della disillusione. “Il mondo secondo me”, dice al suo attento conversatore, “non ha rimedio”. La fede socialista di Shemuel (il “mondo puro che verrà dopo la rivoluzione”) diviene in lui disincanto e timore: “tutte le salvezze e redenzioni del mondo…, tutti i riscatti del mondo… comportano immancabilmente macelli, crociate o jihad o gulag.” L’uomo, conclude il vecchio sulle orme di Immanuel Kant, “è in fondo solo un ciocco di legno storto. Guai a cercare di drizzarlo, perché ci si ritrova nel sangue fino al collo.” Shemuel, alla fine dell’inverno, pur provando per il vecchio un amore che forse non ha provato per suo padre, pur avendo goduto dell’abbraccio erotico di Atalia (“Mi vorrà bene? Un po’? O ha solo pietà di me? (…) O forse solo gioca un po’ con me, come fossi il figlio che non ha avuto?”), sente il desiderio di uscire da quella casa abitata da due sopravvissuti al disastro delle loro vite, da quella “cassa da morto”, come Wald chiama l’abitazione sua e della nuora vedova di guerra: “Dentro di sé ora sapeva che in fondo tutto è invano e che non c’è né c’è mai stato alcun senso. Gli venne voglia di uscire da quella casa buia e andare in spazi aperti, verso le montagne o il deserto, o magari per mare.” Con questa nuova consapevolezza, che anziché deprimere il nostro antieroe sembra mettergli le ali ai piedi, il ragazzo prende una autobus, fa un lungo viaggio, scende dall’autobus: “Dal fondo di quelle nuove strade si intravedevano gli spazi sconfinati del deserto. Colline di sabbia basse e piatte in cima alle quali, qua e là, erano sparse tende nere di pastori beduini.” Con sé ha di nuovo il suo zaino, dalla casa in fondo al vicolo ha preso solo un bastone da passeggio che ha in cima la testa scolpita di una volpe. Ma dietro, anzi dentro, si porta anche una frase di Gershom Wald: “Sei un ragazzo con l’anima. Me l’ha detto proprio Atalia qualche giorno fa e io, come al solito, so che lei ha ragione.” Dunque Shemuel ha tutto ciò che gli serve per affrontare il futuro. “E domandò a se stesso”, sono le ultime parole del romanzo. Una dichiarazione di fiducia.

Si esce dal romanzo di Amos Oz con la commossa consapevolezza che in queste pagine anche lo scrittore ha voluto affrontare il deserto. Le due spine nel cuore di ogni ebreo giusto: la pena per essere da sempre vittime incolpevoli dell’odio antisemita e la pena per essere da sempre colpevoli della guerra al mondo arabo.


Amos Oz, Giuda, Feltrinelli, 2014, trad.it. di Elena Loewenthal.








pubblicato da s.nelli nella rubrica libri il 9 gennaio 2015