Il maestro, la musica, il testo

Serena Gaudino



Il 19 settembre scorso al Regio di Torino, nell’ambito di MiTo, Le Concert des Nations diretto da Jordi Savall, ha eseguito “Le sette ultime parole del nostro Redentore sulla croce”, una delle più belle composizioni di Joseph Haydn.
Aggiungendo però la lettura di “Le sette parole dell’uomo” di José Saramago tratto dal libro “Il Vangelo secondo Gesù Cristo.
Io c’ero e non ho potuto fare a meno di parlarne.

Il Maestro

Il direttore d’orchestra in quanto professore, esperto di direzione d’orchestra, non ha mai un modo di dirigere univoco. Insomma non c’è IL modo di dirigere un’orchestra, ma ce ne sono tanti. In genere tramandati da maestro ad allievo oppure dettati dallo stile musicale. E poi esistono, per i direttori meno originali, gli stili o i modi che rimandano a ben più alti modelli a cui però ci si rivolge di sovente dicendo, alla fine di una prova: “dirigeva proprio alla maniera di…”. Jordi Savall, musicologo, ricercatore, raffinato gambista, è oggi anche un direttore attento e molto vicino alla categoria dei direttori “classici”. E a contraddistinguerlo è soprattutto il gesto. A dir la verità anche il portamento, l’eleganza, la mancanza, nelle sue movenze di quel saltello bizzarro che spesso appartiene ai direttori “d’opera”. Non che tutti i direttori d’opera saltino, ma hanno di certo, per la potenza del flusso di note che debbono gestire, un approccio potente alla musica che spazza via in un sol colpo l’eleganza. Facendo posto all’urto gestuale, alla chiamata a sé degli strumenti, quasi fosse, soprattutto nei “tutti” e nei “fortissimi”, un “carica!”guerresco. Il gesto di Savall è specchio di una musica “composta”, quella che arriva fino al penultimo Beethoven: recintata da rigide regole invisibili che però tutti conoscono e rispettano. Non serve alzare il braccio per dire a una tromba (naturale, nel caso degli ensemble diretti da Savall) “tocca a te, via”: Savall le suggerisce la partenza con un impercettibile colpetto di polso che si ripercuote sull’indice e il pollice chiusi come attorno a un uovo e… la tromba parte. Non serve neanche affondare la bacchetta per invitare al tutti (del resto la bacchetta Savall non la usa), basta uno sguardo e le mani che in una sola presa afferrano l’orchestra intera e la portano al traguardo senza sfilacciature. Vestito con una tunica nera, i capelli e la barba brizzolati il maestro spagnolo ha diretto con infinita dolcezza una delle più belle pagine di Haydn. Senza invadere la scena, confondendosi con Le Concert des Nations, ha spiritualmente accompagnato il pubblico in quella cappella, costruita sotto l’Oratorio della Santa Grotta, nel giorno della “Passione” del 1786: sette adagi con Introduzione e Terremoto. Una grande sfida stilistica e musicale per il compositore e oggi per il direttore che l’ha restituita sotto forma di quadro: attento a mettere tutti i colori al posto giusto e a ricostruire la storia di questo pezzo che rappresenta la maturità di Haydn, una delle sue migliori opere (avete mai provato ad ascoltarla leggendo i sillabari di Parise?).

La Musica

Al culmine della sua carriera, cosa ha mai spinto Haydn ad accettare una sfida così grande? Perché mai si è rimesso in gioco, sollecitato nel 1786 dal marchese José Sàenz de Santa Maria che gli ha commissionato l’opera per la celebrazione del Venerdì Santo presso l’Oratorio della Santa Grotta? Cosa aveva ancora da dire, da dimostrare, da affermare? Non era già uno dei più importanti compositori dell’epoca? Cosa ha colto in quell’offerta per lanciarsi con così grande entusiasmo in una nuova avventura? Forse il committente, o ancor di più la richiesta, addirittura esagerata: comporre qualcosa che potesse interagire con i fedeli durante la preghiera, durante la meditazione. In un luogo, una cappella costruita sotto l’Oratorio. Praticamente una grotta (da qui il nome della confraternita della Santa Grotta di Cadice). E Haydn c’è riuscito. Ha composto un’opera capolavoro: un’opera per orchestra. Un’opera che non è un oratorio, non è una sinfonia, non è un concerto, non una sonata o una suite. L’opera composta da Haydn è un’opera a sé, che non può essere catalogata, etichettata. E’ un’opera, direi, sperimentale costruita inanellando ben sette adagi. Uno dietro l’altro, uno dentro l’altro, uno per l’altro. Costruendo la musica, scegliendo scientificamente successioni armonie e melodie Haydn ha tenuto bene presente, davanti a sé, il testo. E lo ha trasformato da messaggio verbale in messaggio musicale in quel modo unico da tenere insieme anche la spiritualità del significato. Ad ogni passaggio, ad ogni parola, Haydn dà tutto il peso necessario e tratta con armonie appropriate ogni riempimento: spesso in minore per sottolineare la tragicità dell’evento. Musica e testo viaggiano insieme: testo che non si vede, testo che non si sente (in questa versione originale naturalmente. Visto che poi Haydn ne scrisse una per quartetto e una per coro e orchestra mandando in soffitta fino a metà degli anni cinquanta questa versione qui). Ma che ha ispirato il compositore, anzi lo ha guidato fino all’ultima confezione dell’opera eseguita con grande soddisfazione appunto nella Cappella a Cadice. Nella versione offerta da Savall, la forza dell’opera ne esce integra. Il linguaggio attento e misurato è fondamentale affinché il tumulto di emozioni si concentri in un unico flusso, puro e lineare. E l’introduzione (nella tonalità più tragica che c’è – re minore) apre le porte all’immaginazione:
una grotta/
un grande antro poco illuminato/
pieno di gente
l’aria pesante/
il fumo delle candele/
odore di umido/
La musica è lenta e possente, molto strutturata, con i violini in primo piano che accompagnano le litanie del pensiero e la meditazione. Il basso affidato alle viole e ai violoncelli è ritmato, come gocce d’acqua che cadono velocemente su una superficie cava. I pieni orchestrali riempiono ogni spazio, anche quelli dell’anima.

Il Testo

Ecco le sette ultime parole di Gesù sulla croce:
Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno
Oggi sarai con me in Paradiso
Donna ecco tuo figlio
Dio mio, perché mi hai abbandonato?
Ho sete
Tutto è compiuto
Padre, nelle tue mani raccomando il mio spirito
Ogni parola, Haydn l’ha trasformata in suono. Ogni sensazione, che sia speranza, paura, disagio, sete, pietà, rassegnazione, Haydn l’ha emotivamente riempita di musica. Una musica dai tempi grave, largo, andante, cantabile, adagio, lento. Una musica possente. Una musica trascinante. Una musica visionaria. Che si conclude con un “Terremoto” in do minore, presto! Utilizzando tonalità, timbri e toni, Haydn ha detto cosa significa per lui Passione. E ha vinto la sfida a Cadice. Nella grotta, il Venerdì Santo del 1786 probabilmente, oltre a pregare, hanno anche pianto. E fino a un certo punto è andata così. Legando insieme sempre, anima e parole, nascoste o declamate che fossero, le parole, quelle parole, erano alla base della musica della composizione di Haydn. Fino a un certo punto. Ovvero, fino a quando, un giorno non si è deciso di sostituire, (tranne che nella versione per soli coro e orchestra realizzata successivamente dallo stesso Haydn che ha utilizzato il testo di un canonico, definito in seguito dal compositore e Gottfried van Swieten, che compose per Haydn anche il testo de La Creazione ispirandosi tra l’altro al Paradise Lost di John Milton) il testo base, quello indicato infatti poco più su, con Le sette parole dell’uomo di Josè Saramago. Operazione già largamente effettuata in altri contesti dallo stesso Savall ma anche dal Quartetto Sinopoli che nella primavera scorsa ne ha dato una versione a Roma con l’attore Daniele Parisi. A Torino l’attore era Massimo Popolizio. Molto bravo tra l’altro! Ma la questione è un’altra: il testo di Saramago è un testo fortissimo. Un testo, tratto dal Vangelo secondo Gesù Cristo (1991), che trasforma Gesù in un uomo. Un uomo che si fa delle domande, che soffre, che si sente, purtroppo lontano da quel Dio che l’ha abbandonato. Non c’è accettazione, lì, Gesù non si sente vittima sacrificale e si chiede dove sta il limite tra il bene e il male tra il giusto e l’ingiusto, scopre l’ambiguità della figura divina… Tutto lecito a Saramago, Premio Nobel. Anzi, molto bello! Il problema è che cambiando il testo al lavoro di Haydn si snaturalizza l’opera. La si decontestualizza. Le si toglie un pezzo d’anima. Perché Haydn aveva lavorato provando a cucire nota su nota, la sua musica a ogni parola antica e sacra. Senza quella traccia letteraria, l’opera risulta amputata di una parte importante. Soprattutto diventa un’altra cosa. Un’opera altrettanto bella, forse, ugualmente coinvolgente, certamente, ma non ascoltiamo più quell’opera bensì una cosa nuova, che forse a Haydn non sarebbe piaciuta. O forse sì. Ma non lo possiamo sapere. E a me non è piaciuta. Perché ho avvertito il conflitto: ho avvertito due voci senza dialogo interno: da un lato la musica, dall’altra il testo. Da un lato la commozione dall’altro la logica e la pietà.

Nel complesso lo spettacolo è stato bello. Ma appunto è stato uno “spettacolo” abilmente diretto da Jori Savall, suonato da Le Concert des Nations e il grande violino di Manfredo Kraemer. _








pubblicato da s.gaudino nella rubrica musica il 27 settembre 2012