Di che cosa è fatta la morte?

Roberto Gerace



"Solo i morti conosciamo davvero
il resto è imitazione dell’amato
nel buio non capire o trattenere."
(Francesca Matteoni, Brockwell Park)

Tutti gli altri è il primo romanzo di Francesca Matteoni, un’autrice nota finora soprattutto per aver pubblicato alcune notevoli raccolte di poesie, tra cui Artico (Crocetti, 2005), Tam lin e altre poesie (Transeuropa, 2010), Acquabuia (Aragno, 2014). È nata nel 1975, vive tra Pistoia e Londra ed è membro della redazione del blog letterario Nazione Indiana. Le sue poesie sono attraversate da un sentimento tattile della metamorfosi dei corpi, pescano a piene mani dall’immaginario delle fiabe del Nord, instaurano un terremotato contraddittorio con le cose che nella vita arrivano per andarsene.

Questo libro è un romanzo autobiografico fatto di frammenti delle morti altrui. È piuttosto breve e molto denso. Dall’infanzia alla maturità e ritorno, ogni capitolo è come un buco ermeneutico intitolato quasi sempre a una scomparsa: i genitori, i compagni di giochi, gli animali, gli amici, gli amanti; ed è al contempo il tentativo delicato di vestirne la ferita.

Tutti gli altri è un libro sciamanico, sulla circolarità del tempo e sui fantasmi che popolano la nostra strada. È un finto romanzo di formazione, se è vero che nonostante tutto finisce esattamente dove è cominciato; se è vero (ma è vero?) che ogni forma richiede un’abitudine alla corporeità e una manutenzione dei confini fra l’io e l’altro, mentre Matteoni indugia soprattutto sulle sfarinature, sull’esperienza come un dormiveglia fluido che non lesina il riaffiorare delle memorie.

C’è sempre un resto nei nostri tentativi di fare a pezzi il mondo per controllarlo; nel risiko delle bandierine su cui cuciamo ogni giorno i nostri nomi c’è sempre un deserto; la cattedrale del nostro baccano è tenuta in piedi da un "popolo dei muti". Che cos’è questo resto? Chi saranno mai "tutti gli altri"? Sono i ricordi, innanzitutto, quelli ereditati (Nembo Kid in lotta con la sua kriptonite, un vecchio film de I tre moschettieri), i propri (le fiabe, i film della Disney, le Crystal Ball; "la consapevolezza indicibile che ovunque noi possiamo andare, qualsiasi ferita inferta e subita o ambizione, sogno di grandezza ci vaghi per la mente, c’è una memoria che resta fissa, non ha fretta, ci attende sul limite delle cose e le ricompone, come se mai ci fossimo dispersi") e quelli, verrebbe da dire, che dobbiamo ancora avverare, come il fresco del Nord di cui racconta la nonna

"Mia nonna, in quella terra del mare, era la sapienza che esistevo da un’altra parte cui dovevo far ritorno, e forse in questo la sapienza che esistono altre vite in cui possiamo nasconderci; era la sorpresa di una radice che manda un segnale alla chioma"

Sono "gli elfi, i folletti, le fate", gli allontanati da Dio con le foglie incrostate sotto i piedi, che se ne stanno "confusi con il paesaggio, portando nel corpo il segno della loro differenza". Sono gli animali con l’inesorabilità delle loro ragioni minori, di vittime e belve, con tutta la loro violenza sicura, indifferente (la formica, la medusa, "l’alce come il corpo della mia infanzia", la volpe stecchita, le lucciole: "E cosa sappiamo poi dell’amore delle bestie?"). Sono le piante che abitano il silenzio dei boschi, ma anche quello delle nostre paure infantili: come l’euforbia, "una pianta pericolosissima, fatta tutta di forbici, così che nessuno le si avvicini". Sono le terre remote, oltre le quali c’è soltanto "la tana dell’orso, o il dispiegarsi vorticoso delle aurore boreali". Sono i bambini mai nati. E poi sono i morti, "i morti dovuti", quelli di cui l’esistenza si nutre, che concorrono a rendere questo libro un cimitero interiore, una piccola Spoon River tanto privata, parrebbe, quanto più metafisica.

Se non fosse che morti o lavati via sono soprattutto i tossici, le gattare, i malati, i mangiafuoco, i "buoni", tutti quelli che si rifiutano di compitare il tempo; per cui è possibile leggere, nemmeno troppo sottotraccia, un’altra storia, che è la storia di che fine hanno fatto gli anni Settanta, la storia del tentativo di tenere ancora accesa la loro fiammella:

"E tuttavia mi chiamavano queste vite, mi sentivo Wendy in preda alla tentazione: combattere col pugnale, posare la testa sulla corazza del Coccodrillo, dormire su una coperta messicana in chiostri di fortuna, credere, insomma, a un mondo alternativo dove ci si intestardisce a saltare da un personaggio all’altro della nostra immaginazione, eludendo una società per cui non si è altro che spettri esclusi dalla retorica dell’utile, un mondo che io ripudiavo senza però appartenere nemmeno alla genia dei vagabondi."

Così, se l’infecondità è contemporaneamente sintomo e simbolo di questa fuoriuscita dalla Storia, il far tutt’uno in trinità matriarcale con Madre e Nonna è forse il sigillo definitivo della volontà di tenere dolorosamente il conto, di continuare a nominare, di una coscienza divenuta a poco a poco grembo e abbecedario scoppiato, in cui le parole hanno un valore teurgico ed emanano un candore, "come la neve sui vivi e sui morti":

"Dentro i segni stanno sillabe e parole intere, frasi. Le sento farsi solide, tridimensionali, affollarsi per uscire nell’inchiostro, ma la mia penna non è mai troppo salda per reggere l’impatto: trema, preme forte sulla carta, s’inceppa."

Ma che consistenza ha la morte? Di che cosa è fatta davvero? In queste pagine, come nel mito di Medusa, solidità fa rima a volte con dissoluzione:

"Sentii che era quella la morte. L’aria secca, concreta come un muro se respiri. Anche se non potevo toccarla nel freddo di un animale rigido, era proprio lei, la medusa che pietrifica il cuore, che svanisce in spuma senza farsi prendere, punire. E qualcosa d’altro veniva spinto fuori da me, qualcosa come le unghie nei pugni stretti, come la fatica grinzosa della placenta, le sue pulsazioni subacquee."

Ma quando viene portata all’ospedale perché rischia di morire suicida, la protagonista si sente "una corrente prosciugata, [...] sempre meno solida": dove la solidità è invece il passaporto per restare al mondo.

Così la vita è in questa pendolarità fra il solido e il liquido, maturità e infanzia, identità e libertà; e ogni esperienza è un’emorragia che deve in qualche modo coagulare. Se non fosse riduttivo, sarebbe facile citare Bauman. E tuttavia è interessante domandarsi se nell’epoca più fluida e flessibile anche la morte cambi i connotati.

Francesca Matteoni, Tutti gli altri, Tunuè, euro 9,90.








pubblicato da c.benedetti nella rubrica libri il 4 gennaio 2015