Al caffè dell’anima

Serena Gaudino



Avrebbe dovuto farsene una ragione. E presto anche, visto che non aveva nessuna intenzione di cedere alla fitta che avvertiva in mezzo al cuore.
I bambini le avrebbero fatto delle domande. Doveva prepararsi alle brusche reazioni di Giorgia e al malumore di Fabio. Perché a lui, Salvio sarebbe mancato per sempre.
Eppure lo sapeva che Salvio da molto tempo vedeva assiduamente un’altra donna. Ma mollarla così, all’improvviso, al Caffè dell’anima in piazza Borghetto meno di un’ora fa e per giunta la sera della vigilia di Natale. Questo no, non se l’aspettava.

Aveva ancora un paio d’ore prima che rientrassero i bambini e Salvio non l’avrebbe rivisto prima dell’ora di cena.
Avrebbe potuto nascondere i regali con cura senza essere disturbata e sdraiarsi qualche minuto sul divano. Solo per rilassarsi un attimo. Riprendere fiato.

Arrivata al cancello della villa, Anna spense il motore della Logos, cercò il telecomando nel cassettino del cruscotto e aprì il vecchio cancello.
La casa, una alta costruzione in stile vittoriano, sorgeva a pochi metri dalla sponda sinistra del lago. Sul davanti, il prato, nonostante l’inverno fosse così rigido, era ancora verde e folto, ma non c’erano più fiori nelle aiuole; sul lato destro invece i Benjamin e i Ficus facevano da contrasto agli alberi di susine e albicocche ridotti ormai a un mucchietto di rami secchi.
Anna attraversò il vialetto di pietra a bordo dell’auto e si fermò a due passi dall’entrata del garage.
Tirò fuori dalla grande borsa di pelle nera un pesante mazzo di chiavi a cui era legata una piccola chiave di plastica e disattivò l’allarme. Carica di buste e pacchetti, superò la soglia della casa e senza liberarsi dei pesi chiuse, spingendola col piede destro, la porta di mogano.
Il buon odore dell’incenso alla cannella che aveva bruciato la sera prima le dette una immediata sensazione di benessere.
Posò finalmente i regali sul pavimento di cotto appena lucidato e entrò nel salone.
Gli addobbi natalizi quest’anno le piacevano moltissimo: l’albero era decorato con preziose palline e medagliette di ceramica bianca e oro. Svettava a destra del divano di pelle marrone, le tende di tulle color crema parevano nuvole di zucchero a velo, il tavolino basso era stracarico di cartoline, fotografie e rami di pino fresco mentre, decine e decine di candele su basi luccicanti erano state disposte da Fabio e Giorgia sui davanzali delle due grandi finestre che davano sul giardino.
Anna si sfilò il cappotto, i guanti di pelle nera e il colbacco di pelliccia rasa. Accese tutte le candele che c’erano nella stanza, si sfregò le mani gelide.
Si lasciò scivolare sul divano accavallando le gambe e gettò la testa all’indietro. Nel tentativo di scrollarsi dalla mente ogni pensiero chiuse gli occhi e a bassa voce intonò una vecchia melodia alla quale per qualche secondo si abbandonò dondolandosi col corpo avanti e indietro.
Quando riaprì gli occhi, per alzarsi inarcò appena la schiena e fece leva con le braccia sulle ginocchia. Si dette una lieve spinta e si diresse verso il tavolino dell’ingresso su cui giacevano, ormai da qualche giorno delle lettere ancora chiuse. Di ognuna guardò mittente e destinatario e divise le sue da quelle di Salvio. Tornò verso il divano con le sue tre buste ma non le aprì.
Con gesto automatico si sfilò gli stivali.
A piedi nudi entrò in cucina.
Il disordine questa volta non lo notò neanche, la sua mente tornava di continuo all’incontro con Salvio di qualche ora fa. Accese il gas e nell’attesa di sentire il fischio del bollitore lavò le tazze e le stoviglie abbandonate nell’acquario. Non riusciva a smettere di pensare all’incontro di qualche ora fa con Salvio.
Se l’aspettava, certo.
Ma non così presto.
Erano mesi che Salvio le diceva che se ne sarebbe andato, che aveva un’altra donna, che non poteva più continuare a dividersi così tra due famiglie.
Anche quella, nel tempo era diventata una famiglia e in questo momento era quella che aveva maggiore bisogno di lui. Claretta aveva solo un anno e Sara lavorava tutto il giorno. Se lui fosse andato a vivere con loro Sara avrebbe potuto accettare un part time e lui l’avrebbe aiutata, avrebbero cambiato casa, preso magari un appartamento con una stanza in più per metterci il suo studio così avrebbe potuto lavorare a casa e lasciare la soffitta di via Margutta.
Anna sapeva che sarebbe successo, ma non che gliene parlasse proprio quel pomeriggio!
Era la vigilia di Natale: i bambini attendevano l’arrivo di Babbo Natale e avrebbero voluto giocare con i nuovi doni fino a tardi… con loro due, come sempre.
Con quale coraggio sarebbe riuscita a far finta di nulla?
Però Salvio le aveva promesso che quella sera sarebbe ancora stato con loro, con la sua prima famiglia. Poi, l’indomani avrebbe fatto le valigie e se ne sarebbe andato.
Il giorno di Natale!
Se ne sarebbe andato quel giorno lì per essere giusto anche con Sara e Claretta. Babbo Natale per loro sarebbe arrivato il venticinque.

«Non puoi ora!».
Aveva detto Anna appena Salvio si zittì.
«Non puoi ora, perché è Natale, i bambini ti vogliono, io ti voglio».
E mentre parlava con una voce ridotta a preghiera sbatteva nervosamente il braccio sul tavolino di legno. Come se lo prendesse a schiaffi.
«Non puoi ora, domani, non puoi, ecco, non puoi». Ripeté ancora una volta a bassa voce serrando le mandibole: un sibilo che rompeva l’aria a tratti.
«Certo che posso. Lo sapevi che l’avrei fatto, lo sapevi! Mi hai visto preparare le valigie, portare via le foto dei bambini, la poltrona di mio nonno. Lo sapevi. E ora calmati».
La voce di Salvio, secca e garrula rimbombava tetra nella sala deserta e faceva contrasto con il remake in chiave rock delle Gymnopediés di Satie in sottofondo.
«Ora ti calmi e mi ascolti! Da quand’è che va avanti questa storia?». Anna era impallidita. Gli ultimi tre anni erano stati un disastro: sconnessi, dissestati, claudicanti. Si guardava intorno cercando di ricordare l’ultimo momento felice trascorso insieme. Non lo trovò.
«Mi dimenticherai».
«No, non lo farò, abbiamo avuto due bambini io e te…».
«Perché hai scelto di dirmelo ora? Qui?»
«Perché è meglio parlare di queste cose fuori da casa nostra».
«Sono queste le cose che mi fanno perdere il controllo, eh? Hai paura?» Anna ora tremava, e un rivolo di sudore freddo le rigava di nero il viso spaventato.
«Dovrei? Hai detto che stai bene…».
Salvio la guardava con aria interrogativa.
«Sì, sì sto bene, non prendo più quella roba».
Era la verità ma non gli aveva raccontato che qualche volta ancora aveva delle crisi di panico…
«Già».
«E’ per questo che te ne vai ora? Hai aspettato che stessi meglio».
«No, sarebbe successo ugualmente».
«E ai bambini cosa dico?».
«Glielo diremo insieme».
«Stasera?».
«Domattina, è meglio. Vedrai, andrà tutto bene».
«E stasera ceni con noi?».
«Sì, è la notte di Natale».
«E dormirai ancora con me? Farai l’amore con me?».
«Non è una buona idea».
«Vorrei essere indimenticabile».
«Lo sei già».
«Lo vorrei di più».

Il fischio del bollitore riportò Anna alla realtà.
Si scosse, versò l’acqua calda nella teiera e vi immerse un paio di bustine di infuso allo zenzero e limone. Sempre a piedi nudi tornò a sedersi sul divano con un’aria ancora più cupa. Assaggiò il suo infuso troppo caldo, ripose di nuovo la tazza sul tavolino di noce accanto al divano e si alzò, sentiva aumentare l’inquietudine: la ferita che aveva dentro si stava riaprendo. Aveva la sensazione di perdere quel poco di sangue freddo che era riuscita a accumulare, le emozioni tracimavano, si confondevano ai pensieri: soffriva di impercettibili sbandamenti, improvvisi squilibri, perdeva progressivamente il suo profondo senso della realtà.
Ebbe paura. Il respiro si trasformò rapidamente in affanno. Eccola, una nuova crisi di panico.
In cucina cercò un sacchetto di carta: si ricordò degli esercizi che le avevano insegnato al corso pre-parto e rapidamente tornò in sé. Si appoggiò a un mobile reggendosi la testa tra le mani.
Il telefono cominciò a squillare, lei piangeva, in silenzio, senza neanche accorgersene.
Come al solito il cordless non era al suo posto. Provò a ricordare dov’era l’ultima volta che l’aveva avuto in mano.
Salì al piano superiore, nella sua stanza da letto enorme che dava sul lago. Troppo tardi però, perché il trillo acuto ormai era cessato. Esausta, Anna si gettò sul letto affondando la faccia nel cuscino. Poi il telefono riprese a squillare. Stavolta le bastò allungare la mano verso il comodino di legno e schiacciare il pulsante verde per rispondere.
Anna? Sono io, mamma. Come stai?
Bene. A che ora mi porti i bambini?
Possono restare con me e il papà se vuoi, così ti lasciano tranquilla.
E’ la vigilia di Natale mamma, devono venire qui. A che ora li porti
Verso le sette?
Vi aspetto, è tutto a posto.
Allora a dopo, un bacio bambina.
Sua madre aveva saputo qualcosa. Salvio le aveva parlato. Tutti pensavano che avesse bisogno di aiuto. Tutti tranne lei. aiuto! Non ce n’era bisogno. Lo pensava davvero, perché se l’aspettava che lui se ne sarebbe andato prima o poi. E ce l’avrebbe fatta. Stavolta sapeva come gestire lo sconforto. L’aveva imparato durante gli anni passati in analisi dal dottore Piromallo: c’è un rimedio per tutto. E questa non sarebbe stata la causa di una ricaduta. Non era così terribile quel che le stava capitando.

Appena messo giù il telefono si abbandonò supina sul letto con gli occhi fissi al soffitto e le braccia spalancate aspettando che quel turbinio di emozioni e pensieri sparisse.
Ma non passava e il rivolo di sudore freddo che prima aveva nascosto a sé stessa ricominciò a scenderle lungo la schiena, fino all’interno delle cosce, nell’incavo delle ginocchia, e ancora più giù, fino alle caviglie.
Pensò di vomitare e le venne in mente un viaggio che aveva fatto da piccola con suo padre in montagna.
Verso la Valle delle Meraviglie, percorrendo la via del sale dovevano ridiscendere una stradina sterrata senza protezione piena di curve strette e pericolose.
A ogni svolta si apriva davanti un nuovo baratro e in fondo, la valle compariva e poi spariva di nuovo, continuamente, ingoiata da un vuoto ignoto e da rivoli e rivoli di sudore che le spuntavano in ogni parte del corpo: in mezzo alle mani, sulla tempia, dietro la nuca, dietro l’orecchio, sotto al naso, in mezzo alle gambe e lei, col fiato corto, li infilava uno dentro l’altro finché lo sguardo le divenne cieco e nella bocca le si impastarono i succhi di una digestione troppo lenta, disturbata da paure sottili e palpitanti.
Anna allora si alzò dal letto con la nausea che le strozzava la gola e entrò nel bagno chiudendosi la porta a chiave dietro le spalle. Si piegò in due e si liberò della bile amara che aveva accumulato in tutti quei mesi di rabbia. Si guardò allo specchio e scorse un viso addolorato, dal colore insano.
Pensò di lavarlo via riempiendo il lavandino di acqua tiepida e strofinandosi la faccia col sapone alle rose.
Si lavò con cura anche le orecchie e i denti. Si pettinò lentamente e indossò gli orecchini di perle che le piacevano tanto.
Quand’ebbe finito si passò della crema sul viso e del fondotinta, un po’ di bistro sugli occhi, del rimmel e un rossetto luccicante sulle labbra.
Infine si ricordò di dover fare pipì. Allora si tirò giù le mutande, si sedette sul cesso e urinò con una certa potenza, come per svuotarsi anche di quell’amarezza là.
Si trasferì sul bidè e ricevette un leggero sollievo dall’acqua calda che le scorreva tra le cosce. E quando ebbe finito con un asciugamano bianco di lino si asciugò indugiando sul suo sesso abbandonato. E uscì dalla stanza.

Il baule in cui lei e Salvio avevano conservato i loro ricordi più preziosi era in soffitta.
Salì al piano dei bambini e ancora più in alto si arrampicò su per la minuscola scala a chiocciola.
La luce violenta, rossastra del pomeriggio inondava quella piccola stanza impolverata. In un angolo, dietro la tenda arancione che copriva il vano in cui Salvio si rintanava per terminare i suoi dipinti c’era il famoso baule.
Si tolse dalle spalle il plaid che s’era gettata addosso e lo stese a terra davanti alla cassa.
Sopra a tutto c’erano le foto di Salvio che non sarebbero mai diventati opere d’arte e che lei catalogava e conservava e che amava perché erano il diario della loro vita. Più in fondo invece c’erano le lettere e più sotto ancora un pacco ben imballato con della carta velina bianca. L’abito da sposa.
Anna pensò che non le sarebbe certamente andato. Di chili in più in dieci anni ne aveva messi di certo. Ma non resistette al desiderio di indossarlo ancora.
Magari poi, quando Salvio, l’indomani l’avrebbe lasciata per sempre, magari l’avrebbe bruciato.
Si spogliò piano, infreddolita, tremante, per la stanchezza e per i pensieri gettati in quella stanza alla rinfusa. Piegò con cura la gonna grigia, la maglia di cachemire rosa e sbottonò l’abito.
Era intatto, splendido e profumato come quel giorno di primavera. Se lo infilò piano, avendo cura di fermarsi al momento giusto appena avesse sentito una pressione e capito che non le sarebbe andato. Invece l’abito entrò facilmente, forse il suo corpo non aveva subito le modifiche terribile che lei pensava. Richiuse lentamente i bottoni sul collo, il fiocco in vita e si specchiò in un angolo del vetro opaco che dava sulla terrazza.
Il viso era appassito e stanco ma posando lo sguardo più in giù si rivide giovane e felice. Così felice da avere di nuovo il fiato corto.
Lentamente e con fatica aprì la porta dell’enorme vetrata, uscì sul terrazzo, a piedi nudi per inghiottire aria e cercare di star meglio.
Cominciò a respirare al ritmo dei suoi pensieri confusi. Le immagini della vita con Salvio le tornarono tutte in mente e capì che non le avrebbe potute mai cancellare.
Ondeggiava, al ritmo della sua solita musica immaginaria e pensò ai suoi baci, ai suoi abbracci.
Tutt’intorno il tempo pareva essersi fermato, il tramonto infiammato era incollato al cielo in burrasca, neanche un alito di vento. Anna continuava a volteggiare lentamente, poi a un tratto si fermò, guardò in un punto imprecisato dell’orizzonte e scavalcò la balaustra.








pubblicato da s.gaudino nella rubrica racconti il 23 dicembre 2014